Il rapporto
Cure domiciliari per anziani fragili: integrazione sociosanitaria debole
Frammentazione tra ambito sanitario e sociale, tra livelli diversi di governo e tra una molteplicità di soggetti erogatori: sono i limiti del modello italiano. Li evidenzia un rapporto Ocse che esplora le principali dinamiche sui servizi di assistenza alle persone non autosufficienti. Progressi significativi invece sul piano della governance grazie alle numerose riforme legislative e alle attività di programmazione previste
La debole integrazione del sistema di cure domiciliari rischia di vanificare gli sforzi fatti nell’ultimo quinquennio per rispondere ai bisogni delle persone non autosufficienti. Il modello italiano resta infatti frammentato tra ambito sanitario e sociale, tra livelli diversi di governo e tra una molteplicità di soggetti erogatori nonostante registri progressi significativi sul piano della governance grazie alle numerose riforme legislative e alle attività di programmazione previste.
Basti pensare alla riforma dell’assistenza territoriale (decreto 77 del 2022), alle iniziative sul tema della non autosufficienza come le leggi delega in materia di disabilità (n. 227 del 2021) e di politiche a favore delle persone anziane (n. 33 del 2023), al Piano nazionale per la non autosufficienza 2022-24, che ha introdotto l’assistenza domiciliare tra i Livelli essenziali delle prestazioni sociali, e infine all’aggiornamento 2024 del Piano nazionale della cronicità. A denunciare i limiti del modello italiano è l’Ocse nel rapporto Verso un’integrazione strutturata e sistemica delle cure domiciliari per non autosufficienti in Italia che, oltre a far luce sulle sfide e sulle potenzialità connesse all’integrazione dei servizi di assistenza agli anziani fragili, esplora le principali dinamiche del settore, individuando buone pratiche in Italia e all’estero.
L’analisi, in particolare, si avvale di dati inediti raccolti attraverso due indagini condotte dall’Ocse nel periodo 2024-2025, rivolte rispettivamente alle regioni e alle province autonome italiane e a 14 distretti sanitari e ambiti territoriali sociali. È questo il valore aggiunto della ricerca. I focus group hanno consentito di individuare i punti deboli della via italiana all’integrazione.
Professionisti che non dialogano e caregiver sconosciuti
Una piena integrazione sociosanitaria non può prescindere da un maggiore coordinamento delle figure coinvolte nelle attività di assistenza. Da un lato i professionisti sanitari, sociosanitari e sociali, dall’altro i caregiver familiari e gli assistenti personali e familiari (“badanti”) che hanno una funzione centrale di raccordo tra l’offerta dei servizi esistenti e la lettura dei bisogni della persona non autosufficiente.
L’Ocse individua due tipi di ostacoli all’integrazione sociosanitaria a livello professionale. Sul piano legale, i principi a tutela della professionalità del lavoratore «non consentono l’estensione delle mansioni previste a livello contrattuale»; sul piano formativo, il sistema prevalente nell’educazione terziaria e continua adotta un approccio settoriale «che valorizza in misura limitata la multidisciplinarietà».
L’indagine rivela inoltre che la maggior parte delle regioni attribuisce la facoltà di richiedere una valutazione e di partecipare alla valutazione stessa a una pluralità di figure professionali (le due fasi coinvolgono fino a 8 e a 11 attori rispettivamente). Peccato però che questa integrazione professionale si diradi nella fase dell’erogazione dei servizi, come emerge dall’elevato numero di risposte che giudicano insufficiente il livello di integrazione tra Assistenza domiciliare integrata – Adi di competenza del Servizio sanitario nazionale, e Servizio di assistenza domiciliare – Sad, di competenza invece dei Comuni che lo erogano il più delle volte tramite il Terzo settore. Un dato confermato anche dal basso numero di regioni (soltanto sei) che ricorre alla figura di un case manager per favorire un approccio integrato alla cura.
Capitolo badanti. Buona parte delle regioni che disciplina la figura dell’assistente personale o familiare ha adottato misure per favorire l’assunzione regolare degli assistenti (tra il 52% e il 76% lavora in nero secondo diverse stime). A dispetto però di queste evoluzioni promettenti, la grande maggioranza delle regioni (14) indica di non disporre di dati sul numero dei caregiver familiari e – nonostante la presenza di rapporti statistici – sugli assistenti personali/familiari attivi nel loro territorio. Secondo l’Ocse si tratta di «un potenziale limite alla loro capacità di sviluppare politiche appropriate». Politiche di sostegno ai caregiver familiari sono fondamentali invece per il benessere di figure essenziali e la qualità della vita degli assistiti.
Sistemi informatici sociali e sanitari che non dialogano
La disponibilità di dati nel settore sanitario e sociale è fondamentale per più ragioni: progettazione e monitoraggio efficace delle politiche, equità del sistema di assistenza, qualità degli interventi, partecipazione dei pazienti alla pianificazione degli interventi. Lo strumento chiave per la piena integrazione è l’interoperabilità dei rispettivi sistemi informativi. Qui iniziano i problemi. L’Ocse rileva un primo limite nella «notevole divergenza tra il livello di digitalizzazione dei sistemi informativi sociali e sanitari».
Nel settore sociale, il Sistema informativo unitario dei servizi sociali – Siuss, introdotto dal 2017, è frenato dalla limitata trasmissione dei dati da parte dei Comuni: molti non hanno ancora adottato soluzioni digitalizzate. Un panorama informativo ancora frammentario, insomma. In 15 delle 18 regioni interpellate, inoltre, è già attiva o in procinto di essere attivata la Cartella sociale informatizzata – Csi. L’indagine, tuttavia, rileva che l’attuazione è frammentaria a livello territoriale per la mancanza di strumenti tecnico-informatici adeguati e per problematiche legate alla privacy.
Nel settore sanitario, la digitalizzazione dei sistemi informativi appare più avanzata e meno frammentata. Già dagli anni Novanta è operativo infatti il Sistema informativo per il monitoraggio dell’assistenza domiciliare – Siad. Fatica a decollare invece il Fascicolo sanitario elettronico – Fse, istituito già nel 2015. Tra le regioni che hanno risposto all’Ocse, nove lamentano problematiche legate alla privacy, la resistenza degli operatori sanitari e la carenza di formazione specifica. Tutti fattori che ostacolano la completa implementazione del fascicolo. Carenze nella digitalizzazione dei sistemi informativi sanitari e sociali, dunque, ma anche un limitato livello di interoperabilità tra gli stessi sia a livello nazionale che regionale. Soltanto in tre regioni è attualmente in corso di preparazione un sistema informativo integrato per Adi e Sad.
Governance a buon punto ma la strada è ancora lunga
L’architettura di governo dei servizi di assistenza sociale e sanitaria a domicilio per persone non autosufficienti è altamente decentralizzata. Si sviluppa trasversalmente su diversi livelli di governo: nazionale, regionale o di provincia autonoma e locale. Come nella maggior parte dei Paesi Ocse, anche in Italia le autonomie locali hanno assunto un ruolo crescente nella governance dei servizi dagli anni Settanta in poi.
Venendo ai nostri giorni, secondo l’Ocse la quasi totalità dei territori che ha partecipato al questionario (17 su 18) riporta l’esistenza di propri strumenti di governance per migliorare l’integrazione dei servizi di assistenza. In particolare, 12 regioni hanno promosso l’integrazione sociosanitaria mediante investimenti e progetti specifici e sette hanno attivato esperienze di co-programmazione con il Terzo settore. Nonostante queste sperimentazioni, più della metà del campione (11 su 18) ritiene che il livello di integrazione esistente tra le due tipologie di assistenza domiciliare attualmente esistenti in Italia sia ampiamente migliorabile anche sul piano della governance. La strada è ancora lunga.

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La fotografia in apertura è di Nani Chavez su Unsplash
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