Società civile
Da 25 anni la giraffa veglia sui diritti dei bambini
Costituitosi nel dicembre 2000, il Gruppo di Lavoro per la Convenzione sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza - in breve Gruppo Crc - entra nel suo venticinquesimo anno di attività. Nel 2026 lavorerà al nuovo rapporto per l'Onu. Povertà minorile, salute mentale, minori stranieri non accompagnati sono i primi temi su cui le risposte ancora non bastano
L’animale dal collo lungo, simbolo del Gruppo Crc, nel dicembre 2000 è stato scelto proprio perché osserva e monitora tutto dall’alto: esattamente il compito di chi deve monitorare, lato società civile, la reale attuazione della Convenzione sui diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza nel nostro Paese. Il Gruppo di Lavoro per la Convenzione sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza, Gruppo Crc, appunto, dall’inglese Child Rights Convention, è un network attualmente composto da più di 100 soggetti del Terzo settore – impegnati attivamente singolarmente da almeno tre anni della promozione e tutela dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza ed è coordinato da Save the Children Italia.
Si apre in questi giorni quindi il 25esimo anno di attività del Gruppo, anniversario sottolineato ieri con un incontro a Milano delle realtà aderenti: «Non una giornata di celebrazione, ma di formazione, confronto e co-programmazione, per riaffermare l’importanza che i diritti dei bambini siano al centro della nostra azione», dice Arianna Saulini, portavoce del Gruppo Crc.
Quali impegni segneranno il 2026, l’anno del vostro 25esimo?
L’obiettivo prioritario del nostro Gruppo di lavoro è preparare il Rapporto sull’attuazione della Convenzione sui diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza (Convention on the Rights of the Child – Crc) in Italia, supplementare a quello presentato dal Governo italiano, che viene poi sottoposto al Comitato Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza presso l’Alto Commissariato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite. Collegata con noi oggi (ieri, ndr) c’era Sophie Kiladze, Chair Un Committee on the rights of the child. A gennaio verranno pubblicate le list of issue, cioè le questioni che il Comitato Onu indicherà all’Italia come prioritarie per redigere l’analisi e il monitoraggio, quindi lavoreremo su quello. Il 2026 sarà un anno importante anche per la Garanzia Infanzia, in quanto a maggio è prevista una mid-term review. Partirà anche l’attuazione di tre importanti piani: il Piano Famiglia, il Piano Infanzia e il Piano per la prevenzione e contrasto dell’abuso e dello sfruttamento sessuale dei minori, che sono stati presentati nel 2025 e si articolano tutti sul triennio 2025-2027, per cui l’attuazione inizierà praticamente a gennaio. Sono tutti strumenti che dovrebbero farci fare un passo in avanti nell’ottica della sinergia, ma bisognerà verificare se si riuscirà effettivamente a creare una governance unitaria in Italia sui diritti dell’infanzia.

Perché il tema della governance è cruciale?
La governance in realtà in parte c’è già e devo dire che in questo momento i fondi ci sono e sono anche interessati. Si inizia anche ad investire nei territori specifici che hanno più fragilità. Noi quest’anno abbiamo fatto 17 eventi regionali e abbiamo visto che si arriva nei territori, ma non in maniera organica: ci sono bandi che arrivano da differenti soggetti – il bando del ministero del Lavoro e Politiche Sociali, delle Fondazioni, del Dipartimento per la Famiglia, da Con i Bambini – ma non c’è un disegno organico sull’investimento. Questa secondo me è la grande sfida.
Qual è il bilancio di questi 25 anni di Gruppo Crc?
Siamo una realtà informale senza finanziamento, che si legge sull’operatività delle singole associazioni, ma in questi 25 anni abbiamo tenuto sempre alta l’asticella sui diritti dell’infanzia. Quest’anno da febbrai a giugno abbiamo promosso 17 eventi che hanno coinvolto più di mille persone, assessori, garanti regionali, con la partecipazione dei bambini e dei ragazzi: questo dà l’idea che qualcosa si può fare. A livello territoriale purtroppo mancano ancora dati sull’infanzia, che siano disaggregati a livello regionale: in questo tour che abbiamo fatto ci siamo accorti che in tante regioni abbiamo portato noi dei dati di cui il territorio non disponeva.
Quando siete nati, sull’infanzia c’era tutta un’altra attenzione, un altro clima… O no?
Per certi versi è vero, però è vero anche che quando siamo nati c’erano ancora gli istituti, di cui chiedevano la chiusura, non esisteva il termine povertà educativa, non si raccoglievano dati sulla povertà dei minori, né dal punto di vista di povertà materiale né di povertà educativa. Dei passi avanti ci sono stati. Per esempio abbiamo chiesto per tantissimi anni i dati sui minori fuori dalla famiglia e ora invece vediamo che il Sistema informativo dell’offerta dei servizi sociali – Sioss è andato a sistema abbiamo i dati disaggregati. Tutto è perfettibile, ma è un grande cambiamento. Il punto è che le politiche per l’infanzia sono sempre politiche di lungo periodo.
È chiaro che in 25 anni cambia il contesto, cambia la realtà. Quali sono oggi le aree su cui le risposte sono ancora inadeguate?
Oggi i temi sono povertà, salute mentale, minori stranieri non accompagnati. Quel che è stato fatto in questi ambiti ancora purtroppo non risponde adeguatamente ai bisogni delle bambine e dei bambini, delle ragazze e dei ragazzi. Dai territori, rispetto a questa carenza delle risposte, emerge con forza il tema della mancanza di professionalità: mancano pediatri, mancano educatori, ora finalmente con gli assistenti sociali va meglio. E c’è ancora una scarsa accessibilità di alcuni servizi: penso in particolare di nidi – nonostante tutti gli investimenti e nonostante siano entrati nell’agenda politica – per cui ci sono regioni come la Campania e la Sicilia dove già sappiamo che da qui al 2030 non verrà raggiunto neanche il 33% di copertura. E alla neuropsichiatria: ci sono regioni in cui non ci sono posti di neuropsichiatria infantile, a dispetto del fatto che in questo momento la salute mentale sia nei pensieri di tutti, sia argomento di dibattito e di discussione.
Quindi su cosa c’è ancora tanto da lavorare?
Oltre agli ambiti appena accennati, sul fatto che siamo ancora un’Italia a tante velocità: quello è un tema cruciale. Un’altra attenzione da avere riguarda il fatto che oggi c’è un grosso investimento per il supporto alla famiglia, che sicuramente è importante, ma non bisogna perdere di vista la centralità dei minori, cioè il fatto che i minori che hanno bisogno di essere supportati devono avere risposte e servizi creati ad hoc per loro, non solo per la famiglia.

Un’attenzione che negli ultimi anni cominciamo a vedere, riguarda la partecipazione dei minori e l’ascolto del minore: è un cambiamento reale?
L’ascolto del minore è un altro grande tema, ce lo ricordava anche la Presidente del Comitato Onu, che ha ribadito l’importanza di ascoltare la voce dei ragazzi e di facilitare il loro processo di partecipazione anche alle Nazioni Unite. In Italia se ne parla, ma non ancora quanto e come si dovrebbe. Anche nell’ente pubblico ci sono tante realtà che si muovono e buone prassi, dai Consigli comunali elle Consulte ed è una buona cosa. A livello europeo c’è la Child Partecipation Platform, in Italia la piattaforma “Io partecipo”: sono due strumenti per la consultazione dei ragazzi, segno di un investimento, ma bisogna però capire quanto quel sistema riesce coinvolgere davvero i ragazzi. Decisiva in questo senso sarebbe una maggiore collaborazione con il Terzo settore, insieme alle scuole. E poi abbiamo lo Youth Advisory Board, che dovrebbe ricevere un finanziamento per diventare strutturale.
Foto di Stephen Andrews su Unsplash
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