Corridoi umanitari

Da Gaza a Siena: il sogno universitario che resiste alla guerra anche grazie al volontariato

Elisa Ragli è tra le fondatrici del gruppo "Pass - Palestine Students Support" per aiutare gli studenti di Gaza ad affrontare il lungo e complesso iter burocratico per ottenere le borse di studio, completare i documenti e orientarsi una volta arrivati in Italia. Senza questa rete solidale giovani come Azile, Wesam e Farah non avrebbero mai potuto lasciare la Striscia e continuare a studiare per diventare astrofisiche, odontoiatri e linguiste. Le loro testimonianze

di Asmae Dachan

«Aiutare questi ragazzi è stata la cosa più importante che ho fatto nella mia vita». Le parole sono di Elisa Ragli, una musicista del Maggio Musicale Fiorentino e volontaria. Azile, Wesam, Farah sono studenti palestinesi di Gaza sopravvissuti alle violenze. Le loro storie si sono incrociate in rete e hanno reso possibile ciò che sembrava impossibile. Da sempre attiva nella solidarietà, di fronte alla crisi umanitaria a Gaza, Ragli, insieme a un gruppo spontaneo di volontari, ha costruito una rete di supporto per gli studenti palestinesi. «Tutto è cominciato in primavera, quando cercavo di aiutare una ragazza a lasciare Gaza per venire a studiare in Italia, perché lì non aveva più alcuna possibilità di farlo. Attraverso il passaparola si è creata in rete una comunità che oggi conta circa trecentocinquanta studenti, la maggior parte ancora bloccati a Gaza». La musicista e volontaria è tra i fondatori del gruppo Pass – Palestine Students Support, che aiuta gli studenti di Gaza ad affrontare il lungo e complesso iter burocratico per ottenere le borse di studio, completare i documenti e orientarsi una volta arrivati in Italia. Senza questa rete solidale giovani come Azile, Wesam e Farah, non avrebbero mai potuto lasciare la martoriata Striscia di Gaza per arrivare in Italia, a Siena, facilitando la comunicazione tra studenti, università e ambasciate. «Abbiamo formato gruppi WhatsApp per ogni città universitaria, con referenti locali. Non volevamo lasciarli soli. La burocrazia è stata infinita, ma siamo riusciti ad accompagnarli passo dopo passo. Aiutare questi ragazzi è stata la cosa più importante che ho fatto nella mia vita».

Il ponte universitario

Il ponte universitario tra Gaza e l’Italia coinvolge una rete di attori istituzionali e volontari. Un’iniziativa corale per rispondere alla crisi umanitaria provocata dalle violenze su Gaza e la Cisgiordania, che in due anni hanno distrutto tutte le sedi universitarie nella Striscia, compromettendo il futuro di migliaia di studenti. La Crui – Conferenza dei Rettori Universitari Italiani ha tentato di dare una risposta alla crisi che degli universitari palestinesi colpiti dalla guerra, creando e coordinando un progetto di borse di studio deliberate e messe a disposizione dalle università italiane e destinate a studenti e studentesse residenti a Gaza e in Cisgiordania, affinché possano iscriversi a corsi di studio accademici in Italia per l’anno accademico 2025/2026. Il Progetto Iupals – Italian Universities for Palestinian Students è stato condiviso con il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, il Ministero dell’Università e della Ricerca e il Consolato Generale d’Italia a Gerusalemme e prevede come partner locali le Scuole di Terrasanta e la Fondazione Giovanni Paolo II. È in questa cornice che è nato il Pass e che Ragli e i suoi colleghi si stanno muovendo. La volontaria e musicista auspica da parte delle istituzioni italiane un maggiore coordinamento, per agevolare gli arrivi e le accoglienze dei giovani. I primi studenti sono arrivati tra Milano e Roma, passando dalla Giordania. «Il primo gruppo era composto da trentanove ragazzi, l’ultimo da circa quaranta. Ogni giorno aspettiamo che l’ambasciata chiami. C’è tanta tensione, perché gli atenei hanno iniziato i nuovi anni accademici e gli altri studenti sono già in aula. Gli universitari rimasti a Gaza in attesa di una borsa di studio e di documenti sono esposti, come tutta la popolazione, ai rischi delle bombe e della fame, ma rischiano anche di perdere l’anno». 

«Voglio essere un odontoiatra»

Wesam Alloh racconta di essere uscito col cuore che tremava, pensando ai suoi fratellini rimasti a Gaza. «Per la laurea mi mancavano trenta ore di tirocinio. La guerra ha fermato tutto. Ora studio a Siena, vorrei che tutti potessero avere un’opportunità» Wesam ha ventitré anni. Viveva nel campo di Al-Maghazi, a est di Salah al-Din. Era iscritto al quarto anno di odontoiatria all’Università di Al-Azhar a Gaza. «La guerra è iniziata quando eravamo al quarto anno. L’odontoiatria è un programma quinquennale, ma il dipartimento è stato distrutto. Avevo finito tutti gli esami insieme ai miei colleghi di studio. Ci restavano trenta ore di tirocinio, impossibili da completare. Trenta ore che hanno condizionato la nostra vita accademica e condizionato quella professionale». Il suo primo sfollamento è avvenuto tra gennaio e marzo 2024. Ne parla con un filo di voce, un dolore ancora vivo. «L’esercito israeliano ha preso d’assalto il nostro campo. Le granate cadevano davanti alla casa. Ci siamo nascosti sotto le macerie. C’erano persone morte davanti a noi. Poi ci hanno ordinato di trasferirci a Deir al-Balah. Siamo partiti su un carretto trainato da un asino. Non avevamo un’auto». Dopo mesi di attesa, in cui ha conosciuto la paura e la fame, ha trovato online il link per una borsa di studio in Italia. «Ho fatto domanda per studiare Lingue e Culture all’Università per Stranieri di Siena. Sono stato accettato. Ho contattato il consolato a Gerusalemme e ho presentato la richiesta di visto. Ci hanno chiamati il lunedì e siamo partiti il mercoledì». Il viaggio è stato lungo: Gaza, Rafah, Amman, Roma. «A mezzanotte ero a Siena. Ad accogliermi c’era il professor Mauro, che mi ha seguito durante tutte le procedure. È la prima volta che lascio la mia famiglia. Sono il maggiore, e sento di averli lasciati soli. Ma spero un giorno di poterli riabbracciare». Ora Wesam Alloh studia italiano, con l’obiettivo di far riconoscere i suoi esami e raggiungere il traguardo della laurea in Odontoiatria. «Voglio esercitare la professione medica qui. Se Dio vuole, imparerò la lingua, mi rimetterò in piedi e potrò continuare a studiare e lavorare in questo campo».

«Studierò il cinese e l’Italiano»

Farah in Italia è come rinata, dopo un tempo infinito in cui la sua vita è diventata precaria: «Non avevo alcuna speranza di uscire. Ora studio lingue, ma sogno anche la facoltà di Medicina». Farah ha diciannove anni e viene dal quartiere di Zeitoun, nella zona settentrionale di Gaza. Quando ha ricevuto la lettera di accettazione per la borsa di studio in Italia, la sua casa era già stata abbandonata. «Siamo stati sfollati una settimana dopo. Ci siamo rifugiati dai parenti, poi siamo tornati a casa. Onestamente, non avevo alcuna speranza di uscire». La giovane racconta la paura, le privazioni, un contesto per lei e la sua famiglia inedito. Il viaggio è stato estenuante: due giorni tra valichi, controlli, ospedali, autobus. «Abbiamo attraversato Kerem Abu Salem, poi l’Ospedale Italiano in Giordania. Abbiamo dormito lì una notte. L’accoglienza in Italia è stata meravigliosa. Le persone sono gentili, ci aiutano, ci fanno sentire i benvenuti e Siena è meravigliosa». Sorride ricordando i primi banchi di frutta fresca e verdura che ha visto in Italia. «A Gaza non ne vediamo da mesi. Manca tutto». Ora Farah studia lingue; prima sognava di iscriversi a Medicina. Sono felice di studiare lingue, e, oltre all’italiano, voglio imparare anche il cinese. L’Italia è bellissima, i palazzi antichi mi incantano. Non conoscevo nessuno, ero sola, ma ora ho trovato persone gentili intorno a me».

Da ottobre 2023 Gaza, in particolare, è diventata un luogo dove studiare è impossibile. Tutte le università sono state distrutte dai bombardamenti israeliani, le aule si sono svuotate, i laboratori ridotti in macerie. Migliaia di studenti hanno visto interrompersi il proprio percorso accademico, spesso a un passo dalla laurea. La guerra ha distrutto tutto intorno a loro, ma non ha scalfito il loro desiderio di studiare, di credere che anche per loro ci sia un futuro.  In questo scenario drammatico la creazione di questo “Ponte universitario” ha restituito la speranza a studentesse e studenti palestinesi, aprendo per loro le porte delle università italiane. Le borse coprono i costi e includono un corso di lingua e cultura italiana propedeutico all’immatricolazione. Alcuni tra gli idonei sono già arrivati a gruppi in Italia, con le loro storie di resilienza, coraggio e speranza, anche grazie alla solidarietà dal basso. Ragli racconta di telefonate, messaggi, incontri online. Con emozione ricorda, tra le altre, la storia di Azile, una studentessa arrivata a Padova per studiare Astrofisica. «Non aveva neanche i soldi per pagare la prima tassa universitaria. Quando la scadenza si avvicinava, ho deciso di pagarla io. È stato il punto di partenza: oggi Azile è qui, e senza quel gesto non ce l’avrebbe fatta». Gli studenti arrivati a Siena, dove risiede la musicista, hanno portato con sé storie inimmaginabili, mostrando una dignità e un coraggio encomiabili. «Hanno tutti profili molto alti, parlano perfettamente inglese, alcuni hanno lauree triennali e si vogliono iscrivere alla magistrale, altri sono a un passo dalla laurea o hanno superato l’esame di maturità con voti sopra il 90/100. Nulla ha scalfito il loro desiderio di costruirsi un futuro basato sullo studio. Sono un investimento anche per l’Italia».

Nella foto di apertura Elisa Ragli con un gruppo di studentesse arrivate da Gaza

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