Insegnanti sotto accusa
Da Latina a La Spezia: i capri espiatori non renderanno la scuola più sicura
Dopo il suicidio del quindicenne Paolo Mendico a Latina e l’accoltellamento in una scuola di La Spezia, arrivano ispezioni, sospensioni cautelari e accuse nei confronti di insegnanti e dirigenti. La scuola, di fronte alle fragilità e ai drammi degli studenti, finisce sul banco degli imputati. Ma di chi è davvero la responsabilità quando il disagio dei ragazzi esplode? Le risposte possibili, per un patto educativo e necessario
Né i capri espiatori né i metal detector renderanno le scuole più sicure e tantomeno aiuteranno a comprendere ciò che i ragazzi hanno dentro e che a volte sfocia in gesti estremi. Dopo i recenti drammi di Latina e La Spezia, il mondo della scuola è di nuovo sotto accusa: tragedie diverse – un ragazzino suicida e un accoltellamento dentro la scuola – che hanno però messo in moto la ricerca immediata di un colpevole, o di un capro espiatorio.
E così la scuola e chi ci lavora – dagli insegnanti ai dirigenti – finiscono sul banco degli imputati: a Latina verifiche e misure cautelari hanno coinvolto insegnanti e dirigenza, mentre a La Spezia, pur non essendo scattati per ora provvedimenti, almeno il processo mediatico è partito, sotto forma di giudizi anche pesanti espressi dagli studenti nei confronti degli insegnanti.
Cosa potevano fare e non hanno fatto insegnanti e dirigenti per evitare che Paolo Mendico si togliesse la vita a soli 15 anni, o che il giovane Zouhair Atif accoltellasse a morte il suo compagno 19enne, Abanoud Youssef?
Quali sono le responsabilità, o perfino le colpe, di un insegnante che non sa leggere il disagio di uno studente, o che contribuisce, più o meno consapevolmente, ad alimentarlo fino a esasperarlo?
VITA ha rivolto queste domande ai segretari generali del comparto scuola dei tre sindacati confederali – Cgil, Cisl e Uil – chiedendo loro una lettura critica e il più possibile autocritica dei fatti.
Responsabilità condivisa, l’unica chiave per comprendere
Un punto emerge con chiarezza: chi lavora nella scuola ha certamente delle responsabilità di fronte al disagio come pure alla violenza, se con responsabilità si intende il compito di prendere in carico, ascoltare, essere al fianco. Questa responsabilità, però, è e deve essere condivisa: che diventi “tutta colpa” della scuola, questo non è ammissibile.

«La morte di un ragazzo, o il suo suicidio, non può essere ricondotta alla responsabilità diretta di un singolo insegnante», spiega infatti Giuseppe D’Aprile, segretario generale della Uil Scuola Rua. «La vita emotiva e psicologica di un adolescente è il risultato di una rete complessa di relazioni, fragilità personali, contesti familiari, sociali e culturali. La scuola è una parte fondamentale di questa rete, ma non può esserne l’unica depositaria, né tantomeno l’unica responsabile. Si rischia di trasformare il dolore in una ricerca di colpevoli, individuando un bersaglio simbolico quale responsabile, invece di interrogarsi sulle vere cause che hanno portato a ciò».
Piuttosto che cercare spiegazioni semplicistiche e soluzioni ancora più semplicistiche, allora, quanto accaduto deve suscitare una riflessione profonda e costruttiva. «Quanto accaduto mostra anche quanto il sistema scolastico sia permeabile alle tensioni e alle forme di violenza che attraversano oggi la società».
Gli insegnanti sono chiamati ad ascoltare, comprendere, accogliere, spesso senza disporre di strumenti specialistici adeguati per affrontare disagi profondi, solitudini estreme, rabbie silenziose o sofferenze psicologiche strutturate. La scuola può cogliere i segnali, ma non può essere lasciata sola
Giuseppe D’Aprile (Uil Scuola)
Per questo la scuola non deve essere lasciata sola di fronte al compito complicatissimo di ascoltare e accogliere la complessità dei propri studenti: «Gli insegnanti vivono ogni giorno un equilibrio delicatissimo tra il ruolo educativo, quello formativo e quello umano. Sono chiamati ad ascoltare, comprendere, accogliere, spesso senza disporre di strumenti specialistici adeguati per affrontare disagi profondi, solitudini estreme, rabbie silenziose o sofferenze psicologiche strutturate. Nel loro vissuto quotidiano, la difficoltà più grande è proprio questa: intercettare il disagio senza poter contare sempre su una rete stabile di supporto. La scuola può cogliere i segnali, ma non può essere lasciata sola».
Per questo i metal detector e le logiche securitarie non vanno affatto nella direzione giusta: «Pensare che tutto possa essere risolto attraverso il controllo, la punizione o la repressione significa adottare modelli che hanno già mostrato i loro limiti, come dimostrano esperienze internazionali fondate esclusivamente sulla logica securitaria».
Cosa serve, allora? «È sempre più evidente la necessità di ricostruire una vera alleanza educativa tra scuola e famiglia, che resta il luogo cruciale da cui far partire ogni modello educativo duraturo e condiviso. A questo deve affiancarsi la presenza di servizi di supporto psicologico, di prevenzione e di ascolto strutturato. È necessaria una presa di coscienza collettiva e puntare sulla prevenzione, sull’ascolto, sulla costruzione di relazioni educative forti. Solo così saremo in grado di costruire contesti più attenti, più protettivi e più capaci di intercettare il disagio prima che diventi irreversibile».
Essere responsabili è diverso da sentirsi responsabili
Il tema della responsabilità è centrale anche per Ivana Barbacci, segretaria generale di Cisl Scuola, che però precisa: «Credo che ci sia una differenza tra “essere responsabili” e “sentirsi responsabili”». Ogni minore, sottolinea, «è al centro di una relazione educativa che vede coinvolti più soggetti: degli esiti di tale relazione tutti sono responsabili, non tutti però si sentono tali».

Ma gli insegnanti questa responsabilità la sentono? «Sì, la scuola e chi insegna avverte questa responsabilità, ne è consapevole. Diversamente, troppo spesso le famiglie sono inclini a delegare alla scuola compiti e ruoli che andrebbero invece condivisi, nella logica del patto educativo».
C’è una differenza tra “essere responsabili” e “sentirsi responsabili”. La scuola e chi insegna avverte questa responsabilità, mentre le famiglie spesso sono inclini a delegare alla scuola compiti e ruoli che andrebbero condivisi, nella logica del patto educativo
Ivana Barbacci, segretaria Cisl-Scuola
Questo non significa negare la necessità di verificare eventuali errori. «Non escludo, ovviamente, la necessità di accertare, caso per caso, se vi siano state negligenze, omissioni, disattenzioni», chiarisce Barbacci. Ma quella ricerca, avverte, «andrebbe condotta ad ampio raggio, non essere focalizzata esclusivamente sulla scuola e sul suo personale. Anche perché la sensazione di isolamento è ormai una delle difficoltà con cui ogni giorno si confronta chi lavora nella scuola», conclude.
Il malessere e la responsabilità politica
In questa condivisione necessaria delle responsabilità, c’è però una precisazione altrettanto necessaria: «Il malessere non nasce a scuola. La scuola, anzi, è il luogo dove il vivere insieme ogni giorno trova composizione ai conflitti e ai bisogni urgenti delle ragazze e dei ragazzi che fuori sono davvero irrimediabilmente soli».
La politica, di fronte ai segnali della pandemia secondaria, non ha investito in politiche educative e non ha dato nessun messaggio di speranza, ma ha proposto repressione senza accompagnamento educativo
Gianna Fracassi (Flc Cgil)
Lo afferma Gianna Fracassi, segretaria generale della Flc Cgil, che alle responsabilità della scuola e delle famiglie ne aggiunge una fondamentale: quella «di coloro che sono chiamati ad affrontare le problematiche crescenti della povertà economica, sociale ed educativa. La politica doveva comprendere l’emergenza, ma non è stata in grado di ascoltare i segnali della cosiddetta “pandemia secondaria”. Non ha investito in politiche educative, in progetti volti alla riqualificazione degli spazi di aggregazione e non ha dato, specie in questa ultima stagione molto complessa, nessun messaggio di speranza, esempi di convivenza civile ma, piuttosto, ha proposto repressione senza accompagnamento educativo».

Al contrario, tutto è stato messo sulle spalle della scuola, che «oggi è investita della responsabilità di risolvere tutte le emergenze che la società produce, rispondendo ogni giorno a questo vuoto. E lo fa da sempre con lo strumento del dialogo e della relazione».
Il lavoro è complesso e la buona volontà, come pure le competenze educative, spesso non bastano: «I docenti, il personale scolastico che ogni giorno si prendono cura dei nostri giovani non sempre hanno armi e strumenti adatti a disposizione. Classi troppo affollate, adempimenti burocratici, mancanza di risorse dedicate, poco tempo scuola e poca sinergia con le altre agenzie pubbliche, dal servizio sanitario ai servizi sociali».
Anche il modo in cui si svolge oggi il lavoro dell’insegnante non permette la costruzione di una relazione capace di accogliere, leggere e sorreggere le problematiche che spesso entrano in classe insieme ai ragazzi e alle ragazze: «Il precariato e il turn over sono ancora molto pesanti nella scuola, mentre le relazioni hanno bisogno di tempi lunghi. L’insegnamento e i bisogni educativi nascono dall’ascolto prolungato».
Educazione sessuoaffettiva, la materia che non c’è
C’è poi una grande assente nella scuola italiana che, specialmente con gli adolescenti, potrebbe aiutare a far emergere ciò che spesso resta sepolto fin quando non esplode in violenza: «Manca drammaticamente, e solo per questioni ideologiche, una pianificazione dell’educazione alle relazioni e sessuoaffettiva», afferma Fracassi. «Il caso di La Spezia ci insegna che a far scattare la violenza è stata un’idea “proprietaria” di un altro essere umano: la fidanzata dell’omicida».
Nessun insegnante, allora, può essere “messo in croce” per quanto accaduto: «Oggi la scuola, i dirigenti scolastici, i docenti sono sotto accusa per non aver saputo capire e prevenire tragedie. È necessario invece esprimere loro vicinanza perché, ogni giorno, cercano soluzioni al disagio».
Questo vale soprattutto per «i docenti delle scuole chiamate in causa, che a loro volta hanno bisogno di elaborare per superare e far superare il trauma. L’isolamento dei docenti che segue l’isolamento dei giovani potrebbe portare solo ad altra incomunicabilità e violenza. Se è, come deve essere, il momento della responsabilità, bisogna sostenere le comunità educanti invece di additarle sempre come incapaci di risolvere i problemi, che nascono altrove e che la politica e la società non sanno risolvere. Non servono semplificazioni, ma strumenti e risorse», conclude Fracassi.
Foto apertura dell’autrice, foto interne Uil Scuola, Cisl Scuola, Flc Cgil
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