L’arte che crea relazioni
Dal palco al Quirinale: il teatro che smaschera la cecità del mondo
Da un’Odissea balneare ad Amleto pop, fino a un coro che unisce ciechi, ipovedenti e attori professionisti: la compagnia Berardi/Casolari ha fatto dell’arte uno strumento di inclusione e relazione. Un percorso nato in modo spontaneo, tra autobiografia e grandi classici, che oggi vale ai due fondatori il riconoscimento del Presidente della Repubblica per l’impegno civile e culturale
L’Odissea di Omero ambientata in un lido privato, «uno di quei posti che potrebbe essere Gallipoli, Ibiza o Viareggio, un’ultima spiaggia». Amleto in versione take away, in cui la tragedia shakespeariana incontra l’ironia e il teatro popolare. E poi I figli della frettolosa, «per metterci nei panni (anzi, negli occhi) di chi non vede. O meglio: di chi vede in un altro modo». Un corpo corale che mescola persone, ciechi e ipovedenti, attori professionisti e cittadini comuni, sul palco, insieme, tra spunti autobiografici e riflessioni sull’uomo. Gianfranco Berardi e Gabriella Casolari sono la voce, la sostanza e l’idea della compagnia teatrale Berardi/Casolari, che sabato mattina si è risvegliata con un annuncio «emozionante quanto inatteso»: il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella li ha inseriti fra i 31 esempi civili a cui conferirà l’onorificenza ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica italiana.
La cerimonia si svolgerà il 3 marzo al Palazzo del Quirinale a Roma: è un riconoscimento importante che viene assegnato motu proprio, su iniziativa diretta del capo dello Stato, a donne e uomini che si siano distinti per l’impegno civile, di dedizione al bene comune e di testimonianza dei valori repubblicani.

Le motivazioni recitano così: «Per aver fatto dell’arte uno strumento per abbattere gli ostacoli della malattia e della disabilità», contribuendo «alle tematiche dell’accessibilità e dell’inclusione, puntando a creare spazi di partecipazione attiva in cui ognuno possa esprimersi prescindendo dalle proprie condizioni fisiche».
Alla domanda se si riconoscano nella descrizione, è Gabriella a rispondere: «Sì, ma non è stato un percorso costruito a tavolino, è avvenuto tutto in modo spontaneo, all’inizio quasi inconsapevole. Siamo partiti in due, poi sono entrate in compagnia tante persone con disabilità diverse». Interviene Gianfranco: «Chi siamo? Due attori e autori che fanno teatro con tutti, senza distinzioni di categorie né corsie preferenziali: donne, bambini, migranti, persone con disabilità. L’applicazione è diversa, ma l’attitudine è la stessa. L’arte è uno strumento straordinario per creare relazioni, è in grado di unire le persone e migliorare la loro qualità della vita. Del resto, lo ha fatto anche con noi».
Tra peripezie e leggerezza
La storia di questa compagnia comincia nel 2001 ed è indissolubilmente legata alle biografie dei due fondatori. «Giravo disperso tra le macerie della mia esistenza quando ho incontrato il teatro. È stata la mia fortuna». Gianfranco Berardi è nato a Bitonto, in provincia di Bari, ma è cresciuto a Crispiano, in provincia di Taranto: qualcuno riconoscerà il suo volto nell’ultimo film record di incassi di Checco Zalone, Buen camino, in cui interpreta il pellegrino cieco. Durante l’ultimo anno di liceo, racconta, «all’improvviso, ho perso la vista a causa di una malattia genetica» (Alessio Nisi ha raccontato la sua storia su VITA un anno fa).
Gabriella Casolari invece è di Modena, «un paese che ha fatto la resistenza», sottolinea Berardi, «e da qui viene il suo animo eroico». A 18 anni e mezzo, all’incirca 25 anni fa, lui raggiunge la compagnia in cui Gabriella già lavorava: «All’epoca non si parlava di inclusione o di accessibilità», ricorda lei, «il direttore artistico, un vero maestro, ci mise in coppia per una produzione di commedia dell’arte. Fu un caso: durante la nostra prima improvvisazione io indossavo un abito da sposa, ero cieca e lui mi guidava». È il primo innesto dell’avventura che ha conquistato le attenzioni di Mattarella. Il debutto del primo spettacolo in autonomia, Briganti, vince la sezione Nuova drammaturgia al Festival internazionale di Lugano. Era il 2003 e «da allora non ci siamo mai fermati: Puglia, Modena, Crispiano, Buenos Aires, Cerignola, tra peripezie e leggerezza. La disabilità nel nostro lavoro c’è sempre stata ma è sempre stata una risorsa: dalle differenze nascono le cose migliori».
C’è un altro maestro che ha segnato la parabola artistica di questa coppia. «Nel 2013, dopo una decina di anni di lavoro, abbiamo incontrato Cèsar Brie, con cui abbiamo iniziato a indagare sulle autobiografie. Abbiamo capito che quando parliamo di noi stiamo parlando del mondo e quando parliamo del mondo stiamo parlando anche di noi. È un crinale delicato, che non deve sconfinare nell’autoreferenzialità, ma consente di far cadere dei filtri. Il teatro è un’arma potentissima e magica perché ti permette il confronto con lo spettatore, che è uno specchio per guardarsi dentro». Quante volte nella vita facciamo finta di non vedere ostacoli, paesaggi, relazioni?, chiedono Berardi e Casolari. «Nello spettacolo In fondo agli occhi abbiamo parlato apertamente della cecità fisica e metaforica di questo mondo, in cui la gente va in giro abbagliata, alla ricerca di qualcosa».

E così è arrivato I figli della frettolosa: in scena, questa volta non ci sono soltanto Gianfranco e Gabriella, ma una cantante, un musicista, altri attori e persone cieche che insieme formano un coro. Emblema di umanità, allegoria di una società smarrita e insicura, mai arrendevole. In ogni piazza in cui viene realizzato, «organizziamo un laboratorio di circa una settimana che ne precede la messa in scena. L’indagine si sviluppa sugli utenti e gli attori coinvolti, aggiungendo di volta in volta particolarità all’intero percorso, permettendo di unire racconti autobiografici a narrazioni del contemporaneo, riflessioni personali a frammenti di grandi classici. Il risultato è un’opera in cui teatro e vita, finzione e realtà si fondono e confondono».
«Non abbiamo mai parlato di disabilità»
I testi degli spettacoli sono raccolti in quattro pubblicazioni, Amleto Take Away è valso a Berardi il premio Ubu 2018 come miglior attore e performer dell’anno, I figli della Frettolosa (2019) è uno spettacolo-progetto speciale che continua a girare le piazze d’Italia in collaborazione con l’Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti e con l’Istituto dei Ciechi di Milano. Insomma, non sono mancati i riconoscimenti: «Il nostro è un lavoro artigianale che nasce da piccole idee per aiutare noi stessi e le persone che ci stanno attorno a realizzare il sogno di esprimersi a teatro. Noi non abbiamo mai parlato di disabilità: abbiamo internato nei corpi e nelle voci le diversità perché siamo tutti differenti e tutti limitati, chi fisicamente, chi emotivamente, chi caratterialmente. Sul palco portiamo le relazioni umane: non devono essere necessariamente belle, possono testimoniare anche un conflitto, l’importante è che siano vere».
È il momento dei saluti. Gianfranco ci regala l’inizio di Io provo a volare, un omaggio a Domenico Modugno: «Vedere o non vedere, guardare dritto in faccia questa realtà che mi circonda e mi spaventa, affrontarla con coraggio per cercare di cambiare qualcosa o tenere tutto quanto ben nascosto dietro a un velo che ci copra gli occhi e ci impedisca di soffrire, non vedere per paura di morire?».
Le fotografie sono state fornite dall’Ufficio Stampa della compagnia
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