Lavoro sociale
Dalla Costa d’Avorio alla Sicilia, Karidja sarà assistente sociale: «Aiuterò le donne migranti»
Fuggita dal suo Paese per sottrarsi alla violenza domestica, Karidja Diabate è rimasta per due anni in Libia, prima di riuscire a imbarcarsi per l’Italia. Sua figlia è nata a Palermo, una settimana dopo lo sbarco. «Qui ho trovato il calore della comunità familiare “La Zattera” e conosciuto assistenti sociali che fanno di tutto per ridare dignità. Ora ho preso anch'io la laurea triennale perché voglio aiutare chi arriva da un altro Paese a ricostruire un progetto di vita»
Karidja Diabate ha la voce squillante e i minuti contati: «Alle 16 devo riprendere la bambina a scuola». Con la sua tesi ancora fresca di stampa e la laurea in tasca da pochi giorni, ripercorre la sua storia spostando lo sguardo dal passato al futuro, con la soddisfazione che dà un traguardo raggiunto ma anche la lucidità di una mamma che cresce sua figlia da sola, in un Paese straniero: «Per ora mi preparo per l’abilitazione, c’è tanto da studiare. Poi cercherò un lavoro e se necessario mi iscriverò alla magistrale».
“Donne migranti: dal viaggio disidentitario alla ricostruzione di un progetto di vita nel Paese di arrivo”: questo è il titolo che Karidja ha scelto per la sua tesi e che racconta tanto della sua vita. È arrivata nel nostro Paese nel 2017 e parla l’italiano perfettamente: «Imparare bene la lingua è la prima cosa da fare, per potersi difendere e provvedere a se stessi senza dover sempre chiedere aiuto», afferma sicura.

Del suo Paese ha conservato l’accento e soprattutto l’affetto: «Mi manca la mia terra: non sono fuggita dalla fame né dalla guerra, sono venuta via perché non avevo scelta. Ho pagato a caro prezzo la mia libertà, sono piena di cicatrici. Ma sono fiera di essere una donna indipendente e di inseguire i miei sogni».
Dalla Costa d’Avorio alla Libia
Il passato di Karidja è una vita serena nel suo Paese, la Costa d’Avorio: in una famiglia numerosa e patriarcale, dove però tutto procedeva tranquillo. Finché la pace non fu turbata da un matrimonio forzato, fatto di violenze e ricatti, da cui dopo anni di sofferenza ha deciso di fuggire. «A quel punto, mi sono ripresa la mia vita: anche se ero già adulta, ho ricominciato a studiare e lavorare, come segretaria in un’azienda».
Avrei preferito continuare a subire violenza nel mio Paese piuttosto che intraprendere quel viaggio, che durò più di due anni, intrappolata in un Paese arabo dove essere nera significava essere considerata un peccato, dove altri decidevano della nostra esistenza
Karidja Diabate
Proprio quando iniziava ad assaporare la sua nuova libertà, Karidja fu però rintracciata e raggiunta da suo zio: altre minacce e altre violenze, che quasi la uccisero. Le nuove ferite, che si aggiunsero alle vecchie cicatrici, fecero capire a Karidja che l’unica salvezza per lei era la fuga. Così, non appena fu in grado di farlo, lasciò il suo Paese. «Non avevo scelta, altrimenti non l’avrei fatto. Pagai i trafficanti per arrivare fino in Libia, non esiste un altro modo per partire», racconta.
Se tornasse indietro, Kaidja non lo rifarebbe: «Avrei preferito continuare a subire violenza nel mio Paese piuttosto che intraprendere quel viaggio, che durò più di due anni, trascorsi intrappolata in un Paese arabo dove essere nera significava essere considerata un peccato, dove non avevamo il diritto di vivere e dove altri decidevano della nostra esistenza: abusi, violenza domestica, prigione».
L’Italia che accoglie
Quando finalmente Karidja riuscì a imbarcarsi verso l’Italia, era all’ultimo mese di una gravidanza che non aveva desiderato, ma che tuttavia accolse con amore. Viaggiava con 130 persone su un’imbarcazione precaria. Karidja era stremata: «Pregavo il Signore affinché ci salvasse, soprattutto perché proteggesse il mio bambino».
Quando la nave di SOS Méditerranée la trasse in salvo, era incosciente. Fu ricoverata all’ospedale Buccheri La Ferla e dopo una settimana le fu indotto il parto: era alla 32a settimana di gravidanza e la sua bimba pesava poco più di 1,7 chili. Oggi quella bimba, Anastasia, ha quasi 9 anni e frequenta una scuola primaria a Palermo. Vivono a “La Zattera”, una comunità di famiglie di laici comboniani, che le ha accolte e le ha fatte sentire subito in famiglia. «La Zattera è la mia casa e la mia forza», dice emozionata.
Ed è qui che finisce il passato e inizia il presente, che per Karidja ha il sapore nuovo di una famiglia calorosa, che non solo accetta, ma sostiene e incoraggia la sua libertà, i suoi sogni, le sue ambizioni.
«Ho incontrato tante persone che mi hanno aiutata e accompagnata, altrimenti tutto questo non sarebbe stato possibile: studiare, laurearmi e pensare al mio futuro». Le difficoltà certo non mancano: «Per chi arriva da un Paese straniero, il problema principale è la burocrazia: per avere il permesso di soggiorno la procedura è lunga, anche se hai studiato, anche se hai una figlia nata in Italia. Quando finalmente il documento è pronto, è già quasi scaduto! Così è impossibile avere un lavoro, una casa, un futuro. Non sei nessuno. E se non hai qualcuno che ti aiuta e ti sta accanto, allora è facile cadere in depressione. Io per fortuna ho incontrato tante persone che mi sostengono, ma i problemi non mancano. Anche mia figlia, che è ancora così piccola, viene già presa di mira a scuola per il colore della sua pelle. Mi dispiace dirlo, ma non è facile sentirsi accolti in questo Paese».
Assistente sociale perché…
Nonostante le difficoltà incontrate, Karidja guarda al passato con gratitudine e al futuro con fiducia: «Ho incontrato assistenti sociali bravissime, che fanno di tutto per restituire dignità alle persone. Per questo, ho deciso di diventare anche io assistente sociale: per provare a restituire quello che ho ricevuto, stando al fianco delle donne che oggi si trovano a vivere quello che ho vissuto io».

Già ora Karidja collabora come mediatrice linguistica e culturale con Cledu, la Clinica legale migrazione e diritti dell’Università di Palermo. «Il mio progetto è continuare a occuparmi di questo, mettendo insieme le mie competenze e passioni, sia come mediatrice che come assistente sociale. Di sicuro, voglio sporcarmi le mani, non stare in ufficio, ma lavorare sul campo. Sono sicura che quello che ho vissuto mi aiuterà ad essere una brava assistente sociale e a mettere passione nel mio lavoro. Il mio sogno, però, è tornare nel mio Paese. Quando mia figlia crescerà, potrà scegliere dove vivere. Io, però, tornerò in Costa d’Avorio, perché quella è la mia terra».
Karidja non è un simbolo né un’eccezione: è una testimonianza di dignità e di impegno, che ci ricorda che la solidarietà non è mai un gesto spontaneo, ma una scelta professionale e politica
Barbara Rosina, presidente del Consiglio dell’Ordine nazionale degli Assistenti Sociali
Barbara Rosina, presidente del Consiglio dell’Ordine nazionale degli Assistenti Sociali, conosce la storia di Karidja e il suo progetto di vita: «Una storia che racconta con forza come nessun percorso umano sia incompatibile con la professione di assistente sociale, se diventa consapevolezza, riflessione, preparazione», commenta. «Nella nostra professione convivono competenze tecniche e relazionali — le cosiddette hard e soft skills — ma soprattutto la capacità di tradurre l’esperienza in comprensione dell’altro. Ogni assistente sociale porta con sé la propria storia, non come marchio ma come strumento, dentro un metodo professionale che garantisce equità, rispetto, responsabilità pubblica. Karidja non è un simbolo né un’eccezione: è una testimonianza di dignità e di impegno, che ci ricorda che la solidarietà non è mai un gesto spontaneo, ma una scelta professionale e politica», conclude Rosina.
Foto apertura: Comunità La Zattera in viaggio a Lampedusa (dalla pagina Facebook). Foto interne fornite da Cnoas e dall’intervistata
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