Minori stranieri non accompagnati
Dall’Afghanistan alla Lombardia: così l’affido ha dato a Jamal la possibilità di scegliersi il futuro
Ilenia e Gabriele raccontano l’affido di Jamal, arrivato in Italia da solo, a 12 anni. Sei mesi in comunità, poi una famiglia: padre, madre, una sorella, un fratello. «Le difficoltà ci sono, ma i sostegni anche. Noi non siamo mai soli, grazie al progetto Terreferme. Anche per noi e per i nostri figli è una grande ricchezza. Liberare il potenziale di un adolescente significa migliorare la società»
«Lo abbiamo accolto perché eravamo stanchi di indignarci, volevamo impegnarci. Volevamo far parte del cambiamento che desideravamo. Oggi Jamal è un figlio per noi, un fratello per gli altri due nostri figli. Tutto quello che vogliamo offrirgli è la possibilità di scegliere il suo futuro, senza doversi accontentare».
Ilenia e Gabriele hanno accolto il loro terzo figlio nel 2021: aveva 12 anni ed era arrivato dall’Afghanistan qualche mese prima, fuggito da solo da un Paese che per lui era diventato troppo pericoloso. Da un giorno all’altro, si era lasciato tutti dietro le spalle: la sua famiglia, la sua casa, la sua terra ed era atterrato in Italia.

«Noi eravamo pronti per accogliere, avevamo seguito sia il corso per l’affido nazionale sia quello per l’internazionale, con il progetto Terreferme di Cnca e Unicef. Di fronte a quell’emergenza, abbiamo deciso di dare la nostra disponibilità e ci siamo sentiti preparati, grazie a tutte le informazioni e i colloqui fatti con i professionisti», racconta Ilenia. «Anche se poi non si è mai davvero pronti e non si è mai perfetti. Ma arriva il momento in cui bisogna lanciarsi».
Ilenia è vigilessa del fuoco, Gabriele è tecnico in un’azienda. Sono giovani, rispetto alla media dei genitori affidatari: «Avevamo 39 anni quando è arrivato Jamal (nome di fantasia, ndr), eravamo i più giovani del corso». Secondo un recente studio di Cnca e Unicef, nell’ambito dello stesso progetto, i genitori affidatari di minori stranieri non accompagnati hanno in genere più di 50 anni.
Comunicare senza parole
Ad accogliere Jamal c’erano anche Valeria, che all’epoca aveva 14 anni, e Federico, che ne aveva appena 4. «Ed è stato proprio lui a fare da “gancio”, perché a lui non interessava proprio che Jamal in italiano sapesse dire solo “ciao”. Lui riusciva a comunicare benissimo e lo ha accolto con grande entusiasmo».
Jamal non parlava italiano, perché «nella struttura che lo aveva accolto per quasi sei mesi non glielo avevano insegnato. E non era neanche andato a scuola», racconta Ilenia. È stata questa la fatica più grande: «Non parlava neanche inglese, solo pashtu. Comunicavamo con Google Translate», ricorda Gabriele.
Ma in poco tempo, i progressi sono stati enormi e questo fa riflettere: «C’è una differenza grandissima tra i sei mesi trascorsi in struttura e i primi sei mesi che ha vissuto con noi», assicura Gabriele. «Se ripenso all’estate del 2022, ricordo perfettamente che già riuscivamo a parlare bene con lui. Ed erano passati, appunto, circa sei mesi dal suo arrivo in casa».
La donna “trasparente”
Attraverso i ricordi, riemergono anche le difficoltà di quel primo periodo: «Le differenze culturali all’inizio si sono sentite, soprattutto la sua visione molto “afghana” della donna: tendeva a non considerare Ilenia, era come se fosse trasparente. Non la vedeva, non la sentiva. Abbiamo dovuto lavorarci, per fargli capire che la donna da noi è sullo stesso piano dell’uomo», spiega ancora Gabriele. «L’ha capito così bene che ora preferisce parlare con me, perché sa che sono più permissiva!», interviene Ilenia.

Oggi Jamal è molto ben inserito in famiglia e, «con un po’ più di fatica, si è integrato anche in società», racconta Ilenia. «Ha tenuto qualcosa della sua cultura, per esempio continua a non mangiare maiale. È sempre in contatto con la sua famiglia, si sentono su WhatsApp almeno un paio di volte a settimana. E quando vede lo zio, che vive in Italia, torna ad essere un afghano perfetto! Ma in generale, possiamo dire che abbia scelto di abbracciare la libertà dell’adolescenza occidentale…».
Una libertà che cresce con l’età e che fa crescere anche le preoccupazioni: «Quelle non mancano mai con i figli, soprattutto quando diventano adolescenti. Lui però lo vediamo più vulnerabile, più esposto all’influenza degli altri. Il timore più grande è che si faccia coinvolgere da cattive compagnie», spiega ancora Ilenia.
Contributo e sostegno certi, perché quel 4% cresca
Il percorso insomma non è senza ostacoli, ma questo vale per ogni figlio. Eppure, Ilenia e Gabriele non capiscono perché in così pochi si mettano a disposizione per offrire un contributo così importante per la vita di un ragazzo che arriva in Italia da solo.
I numeri sono davvero bassi – solo il 4% dei minori stranieri non accompagnati in Italia è in affido in famiglia, la stragrande maggioranza vive in comunità – soprattutto se pensiamo al grande valore di questa esperienza, non solo per chi viene accolto ma anche per chi accoglie. «Noi e i nostri figli siamo stati arricchiti moltissimo dall’arrivo di Jamal: loro ne parlano come del “fratello afghano”, sono a tutti gli effetti fratelli, con le dinamiche tipiche che questo comporta. Litigano, si scontrano, ma poi si difendono e condividono segreti, soprattutto i due grandi, quasi coetanei», racconta Ilenia.
Come incoraggiare altre famiglie a seguire questa strada? «Il contributo economico e l’accompagnamento continuo sicuramente sono fondamentali per affrontare questa esperienza: quest’ultimo è assicurato dalle associazioni, che non ti lasciano mai solo. E questo è bene che si sappia», dice Gabriele.
«Il contributo economico, invece, non sempre è certo, dipende dal comune e dalle risorse. Noi riceviamo 500 euro ed è di grande aiuto, ma altre famiglie hanno difficoltà ad ottenerlo. Se fosse assicurato a tutte le famiglie affidatarie, forse almeno la paura di non farcela economicamente verrebbe meno. Resterebbe la paura di non farcela psicologicamente, ma per quello ci sono le associazioni: a noi Terreferme non lascia mai soli, soprattutto nei momenti di difficoltà sono stati essenziali», assicura Gabriele.
Scegliere, non accontentarsi
Oggi Jamal frequenta un istituto professionale e già pensa di inserirsi in un’azienda. Sa però che in famiglia il tempo passa veloce ma non è tiranno, come sarebbe se invece stesse in una struttura, dove a 18 anni o al massimo a 21 si esce dal sistema di accoglienza.
«Per noi vale quello che vale per gli altri figli: se ne andrà quando sarà pronto per farlo», assicura Gabriele, che spiega: «L’affido deve essere rinnovato ogni due anni, dopo la valutazione del giudice sulla base di quanto riferito dagli assistenti sociali, da Jamal e da noi. Al compimento dei 18 anni, però, verranno meno i supporti che abbiamo oggi e tutto sarà sulle nostre spalle. Ma non ci tireremo indietro, perché lui ormai è nostro figlio».
In ogni caso, presto o tardi, «il nostro compito però è accompagnarlo verso l’autonomia, perciò l’aspettativa è che finisca il suo percorso di studi e poi scelga il lavoro che vuole fare, perché è questo che noi gli offriamo: la possibilità di scegliere, così che non debba accontentarsi del primo lavoro che capita», precisa Ilenia. «A quel punto andrà per la sua strada, ma noi ci saremo sempre, per tutto quello che serve e, speriamo, per il pranzo della domenica!».
E se non fosse stato accolto?
La domanda, alla fine, è quasi d’obbligo: cosa sarebbe stato di Jamal, se Ilenia e Gabriele non gli avessero aperto la porta della loro casa?
Ci pensano su a lungo. «È difficile», ammette Ilenia, poi risponde: «È arrivato molto giovane e molto fragile, aveva lasciato tutto da un momento all’altro: si sarebbe potuto aggrappare a chiunque, sarebbe stato un terno al lotto, se non avesse avuto una famiglia alle spalle. Non credo che avrebbe fatto niente di male, perché ha un’indole buona, ma si sarebbe dovuto accontentare di quello che il futuro gli avrebbe offerto. Invece, con noi, può scegliere il proprio futuro».
«In questo conta molto la padronanza della lingua e la famiglia fa la differenza. Jamal ormai parla perfettamente l’italiano, quasi non si sente l’accento straniero e ha un ricco vocabolario. Padronanza della lingua significa padronanza della vita, perché sul lavoro non sei svantaggiato e puoi scegliere cosa fare», aggiunge Gabriele.
«Ma soprattutto, vivere in famiglia gli dà la consapevolezza di avere persone che gli vogliono bene, che investono su di lui, che lo riprendono se sbaglia. E che, con lui, vogliono costruire il futuro migliore possibile per lui. E quando si libera il potenziale di una persona, si rende migliore il mondo», conclude Ilenia.
Foto fornite dagli intervistati. In apertura, Jamal e Federico poco dopo l’arrivo
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