Nuovi strumenti per l'impatto

Dall’arte una risorsa strategica che crea valore misurabile e sostenibile

Nonostante la rilevanza, però, poche aziende dichiarano un valore monetario specifico dei propri asset culturali nei rendiconti finanziari. Per supportare le organizzazioni nell’integrazione dei beni artistici e culturali all’interno delle strategie Esg, Università di Pavia, Deloitte Private, Arte Generali e Banca Generali, hanno lanciato un "Framework per la misurazione dei corporate cultural & art assets"

di Alessio Nisi

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sono l’insieme dei beni artistici e delle iniziative culturali di proprietà o promossi da un’azienda. Non sono solo oggetti decorativi, ma veri e propri asset strategici che contribuiscono al valore economico, sociale e reputazionale di un’impresa. Si chiamano Corporate cultural & art assets (anche Ccaas): è un insieme in cui rientrano collezioni d’arte, musei d’impresa, archivi storici e immobili di valore storico-artistico, al cui interno si muovono sponsorizzazioni di mostre, progetti di restauro e progetti di mecenatismo.

Perché sono importanti questi asset? Perché rafforzano il legame con il territorio e migliorano il benessere dei dipendenti all’interno degli spazi di lavoro. Se l’arte dunque è un driver di impatto sociale, è necessario però che le aziende ne rendicontino il valore nei bilanci di sostenibilità.

Come siamo messi in Europa e in Italia ce lo dice un progetto di ricerca dellInstitute for transformative innovation & research – Itir dell’Università di Pavia, che ha analizzato le best practice di 300 grandi aziende europee, selezionate tra le prime 50 per fatturato 2024 in Italia, Francia, Germania, Spagna, Paesi Bassi e Belgio.

Ebbene la prima evidenza è questa: collezioni corporate, musei d’impresa, archivi storici, fondazioni e iniziative culturali ad essi connesse rappresentano un patrimonio diffuso, ma ancora poco strutturato in termini di governance, misurazione e reporting. Dall’analisi, infatti, emerge che solo il 36% (108 su 300) delle aziende del campione analizzato dichiara di possedere, gestire o interagire attivamente con i Ccaas. Spicca in positivo però il caso italiano, dove la percentuale delle aziende che possiede, gestisce o interagisce attivamente con i Ccaas è del 56%, la più elevata tra i paesi esaminati.

Nonostante la rilevanza strategica, solo il 3% del campione dichiara un valore monetario specifico dei propri asset culturali nei rendiconti finanziari, e soltanto 24 aziende riportano investimenti legati ai Ccaas nei bilanci economici.

I dati mostrano quindi un forte disallineamento tra presenza degli asset culturali e loro misurazione sistemica.

Dalle evidenze della ricerca c’è dunque il senso della nascita di una piattaforma che ha proprio l’obiettivo di supportare le organizzazioni nell’integrazione dei beni artistici e culturali all’interno delle strategie Esg.

Questo strumento si chiama Framework per la misurazione dei corporate cultural & art assets (Ccaas) ed è stata realizzato dallo European art assets observatory – Eaao, iniziativa promossa dall’Institute for fransformative innovation & research – Itir dell’Università di Pavia in partnership con Deloitte Private, Arte Generali e Banca Generali.

Arte: risorsa strategica che genera valore misurabile

«Il progetto di ricerca è pienamente coerente con la visione di Arte Generali, secondo cui gli asset culturali e artistici sono molto più che elementi simbolici: rappresentano risorse strategiche in grado di generare valore misurabile e sostenibile per le imprese e per la società», spiega Alberto Magni, head of Arte Generali Italy.

Sostenere lo sviluppo di questo framework, aggiunge Magni, è un contributo alla definizione «di un approccio più chiaro e responsabile per comprendere l’impatto della cultura all’interno delle strategie Esg. Si tratta di un passo significativo per garantire che il valore culturale venga riconosciuto, tutelato e valorizzato come leva essenziale di un’impresa responsabile e orientata al futuro».

Uno strumento rigoroso per le imprese

Dello stesso avviso Maria Ameli, head of wealth advisory Banca Generali e consigliere delegato di Generfid. «La validazione del nuovo framework», chiarisce, «conferma una visione che sosteniamo da tempo: cultura e sostenibilità non sono ambiti separati, ma parti integranti della stessa strategia di valore. Offriamo alle imprese uno strumento rigoroso per misurare l’impatto dei Corporate cultural & art assets, affinché ciò che era percepito come intangibile diventi patrimonio misurabile e condiviso. Sostenere questo percorso, per Banca Generali, significa rafforzare un ecosistema in cui imprese, istituzioni e comunità possono crescere insieme, trasformando arte e identità in leve concrete di sviluppo responsabile».

Da sinistra Maria Ameli (Banca Generali), Italo Carli (Arte Generali), Ernesto Lanzillo (Deloitte Private), Luca Cavone (Itir-UniPv), Stefano Denicolai (Itir-Unipv) e Alberto Magni (Arte Generali)

Misurare il valore generato dai beni artistici

Il modello sviluppato dall’osservatorio propone un sistema di indicatori, allineato alle principali dimensioni Esg e coerente con gli standard internazionali di riferimento (Gri, Esrs, Sdgs e linee guida Unesco). Il framework integra Key activity indicators – Kai e Key performance indicators – Kpi, consentendo alle imprese di valutare non solo gli impatti generati, ma anche i processi e le
politiche che li rendono possibili.

L’obiettivo è offrire un quadro strutturato, flessibile e comparabile per misurare il valore generato dai beni artistici e culturali in termini sociali, ambientali e di governance, trasformando asset tradizionalmente percepiti come intangibili in leve governabili.

L’urgenza di metriche solide e condivise. «Partecipando all’European art assets observatory, Deloitte Private intende contribuire al dibattito sulla necessità di misurare l’impatto di investimenti aziendali in arte e cultura in modo più consapevole e strutturato», mette in evidenza Ernesto Lanzillo, senior partner & Deloitte Private leader, «le aziende sono oggi chiamate a fornire informazioni sempre più chiare e trasparenti sulle loro performance di sostenibilità: questo rende evidente l’urgenza di metriche solide e condivise per raccontare e migliorare gli impatti generati sui territori e sugli stakeholder».

Gli altri dati dello studio

Dallo studio dell’osservatorio emerge inoltre come le tre forme più diffuse di Ccaas siano le collezioni d’arte aziendali (29,9%), le sponsorizzazioni culturali e altre forme di mecenatismo (28,9%), le fondazioni aziendali (23,3%).

Dal punto di vista settoriale, emerge che finanza e assicurazioni mostrano un’elevata propensione a investire in Ccaas (32,4%), soprattutto come leva per rafforzare identità, engagement degli stakeholder ed esperienza cliente.

Sul fronte della governance, solo il 25% affida però la gestione dei Ccaa a strutture esterne (come fondazioni, trust), mentre la maggioranza mantiene il presidio all’interno dell’organizzazione.

Il 34% delle imprese richiamate nello studio menziona i Ccaas nei bilanci di sostenibilità. Tra queste aziende: il 54% richiama gli standard Esr, il 43% i Gri standards, il 35% gli Sdgs, solo 2 aziende fanno riferimento a framework Unesco.

Legittimare l’arte come asset strategico

«L’arte», precisa Stefano Denicolai, head of the Institute for transformative iunnovation & research – Itir dell’Università di Pavia, «è stata spesso considerata, per sua natura, fuori dagli schemi gestionali, confinata in una zona d’ombra ed estranea alle logiche di misurazione tradizionali. Con il nostro progetto di ricerca abbiamo voluto sfidare questo paradigma, applicando un metodo scientifico ispirato alle teorie di management. Applicare il rigore alla bellezza non significa limitarla, ma legittimarla come asset strategico. I risultati stanno superando le aspettative e dimostrano che il mercato è pronto per questo salto di qualità.

Per il ricercatore, il framework non è solo uno strumento innovativo, ma «un nuovo linguaggio per tradurre arte e cultura in valore competitivo, concreto e misurabile».

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In apertura foto di Steve Johnson per Unsplash. Nel testo foto da ufficio stampa Banca Generali

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