La recensione

Dall’ateo Javier Cercas il ritratto di Papa Francesco, gigante della fede

Un libro che merita di essere letto. È “Il folle di Dio alla fine del mondo”, dedicato al viaggio di Bergoglio in Mongolia nel 2023. Il racconto dello scrittore spagnolo segue un fil rouge: la domanda sulla vita eterna e la resurrezione della carne. La riposta? Un percorso che si snoda lungo tutto il volume

di Doriano Zurlo

Il libro di Javier Cercas, Il folle di Dio alla fine del mondo (Guanda, 2025), merita di essere letto. Non è esente da difetti. La personalità strabordante dell’autore, condita di una spruzzata di narcisismo, emerge qua e là abbastanza spesso, così come una certa tendenza a ripetersi. 

Per esempio la battuta per cui, in Vaticano, lo scrittore si aspettava di trovare vescovi e cardinali dediti a riti orgiastici e messe nere viene ripetuta almeno tre volte lungo le 460 pagine del volume.

La copertina del libro

Per non parlare della reiterazione, praticamente un mantra, della sua professione di ateismo e anticlericalismo radicale, che viene ricordata al lettore in modo quasi ossessivo.

A un certo punto poi, lo scrittore spagnolo mostra di non aver capito il dogma dell’Immacolata Concezione, che traduce in modo becerissimo con l’idea di un concepimento “senza scopare” (all’ateo Cercas, se vuole parlare di certe cose, un po’ di catechismo non farebbe male…).

Questi stessi difetti però, insieme a una scorrevolezza di scrittura davvero notevole, sono anche ciò che fa grande questo libro, e ora cercheremo di spiegare perché.

In viaggio con Papa Francesco

Il libro è una cronaca del viaggio apostolico di Papa Francesco in Mongolia, avvenuto tra il 31 agosto e il 4 settembre del 2023. Il Papa, già vecchio e stanco, si imbarca in un faticosissimo viaggio per andare a trovare una comunità di cattolici minuscola: si calcola che in Mongolia gli appartenenti alla chiesa di Roma non siano più di millecinquecento.

Un paio di mesi prima del viaggio, Javier Cercas, scrittore spagnolo, viene avvicinato al Salone del Libro di Torino da Lorenzo Fazzini, responsabile della Libreria Editrice Vaticana – Lev, la casa editrice della Santa Sede, il quale gli fa una proposta talmente inaspettata da sembrare assurda. Fazzini dice a Cercas che in Vaticano hanno pensato a lui per redigere una cronaca del viaggio del Papa in Mongolia. Gliene offrono la possibilità: tutto quello che dovrà fare sarà imbarcarsi per il Paese di Gengis Khan, assistere agli eventi, e raccontare il viaggio a modo suo, come vuole lui, senza limitazioni di nessun tipo, e senza nemmeno dover cedere i diritti alla Libreria Editrice Vaticana, perché potrà pubblicare con chi gli pare. Cercas cade dal pero. Ma siete impazziti? Lo sapete che sono ateo e anticlericale, no? Lo dice a Fazzini, che non si scompone. Il progetto è proprio questo: fare raccontare il Papa da un non credente. Sottoporre l’evento a uno sguardo lontano dalla tentazione agiografica cui potrebbe essere esposta la penna di un cattolico devoto.

L’idea narrativa

Da scrittore esperto qual è, Cercas sa che un libro, per quanto sui generis come quello che gli viene proposto, ha bisogno di un’idea narrativa che lo sostenga. E quella che trova è formidabile. Qui si vede la stoffa del grande scrittore, che individua un motivo concreto, un fil rouge non astratto e non ideologico, capace di penetrare dentro la carne del lettore come una spada affilata che punta dritta al cuore.

Cercas ha una madre malata di Alzheimer. Una madre credente e vedova. Una madre che ha amato il marito di un amore puro e fedele per cinquant’anni. E che, da quando il marito è morto, non fa che ripetere che lo rivedrà, che si riunirà a lui in Paradiso, che i loro corpi e le loro anime gloriose si reincontreranno sotto la luce inestinguibile della vita eterna.

Cercas dice a Fazzini che accetta di scrivere il libro a una condizione: chiede di avere un colloquio privato di cinque minuti con il Papa per chiedergli se è vero che sua mamma rivedrà suo padre, se è vero che esistono la resurrezione della carne e la vita eterna. È chiaro che lo scrittore spagnolo non è alla ricerca di una lezione di dottrina cattolica. Per quella basterebbe leggere un libro di Ravasi.

Cercas vuole sapere se il Papa ci crede davvero. E accetta di andare fino in Mongolia perché vuole tornare da sua mamma, ormai gravemente intaccata dalla malattia, per dirle: ho chiesto a Francesco se rivedrai papà nella prossima vita, e lui mi ha risposto che…

Quasi un giallo

Ma non si possono mettere condizioni al Papa, che oltretutto non era ancora nemmeno a conoscenza del progetto. Fazzini, di fronte alla richiesta dello scrittore, abbozza, dice di non poter garantire. Sarà Lucio Brunelli, vaticanista molto noto e amico personale di Papa Francesco, a suggerire a Javier Cercas un modo per realizzare il suo desiderio. Quando l’aereo si sarà alzato in volo per raggiungere Ulaanbaatar, dice Brunelli, il Papa passerà a salutare uno per uno tutti i giornalisti e i vari ospiti che viaggiano con lui. Quello è il momento, Javier. Presentati. Ricordagli chi sei e che sei aggregato al viaggio per scrivere un libro, e parlagli di tua madre. Raccontagli di lei, del suo amore per tuo papà, e della sua convinzione che lo rivedrà nell’altra vita. E digli che vorresti parlarne con lui, e che poi vorresti riportare la sue parole a tua mamma. Non te lo posso garantire al 100%, ma un po’ Papa Francesco lo conosco, e non mi stupirebbe se ti concedesse un colloquio privato già sull’aereo.

E così accade. Papa Francesco concede allo scrittore, già nel viaggio di andata, qualche minuto di colloquio privato, e gli risponde personalmente sul tema della vita eterna e della resurrezione della carne. Sulla formidabile risposta del Pontefice, qui non diremo. Il libro, da questo punto di vista, si sviluppa quasi come un giallo e sarebbe un peccato rivelare ciò che lo scrittore lascia nel finale, facendolo precedere, con grande maestria, da pagine e pagine di racconto tutte orientate verso quella risposta. Nelle ultime due pagine poi, ci sarà anche un colpo di scena commovente. Neanche di questo diciamo. Non vogliamo rovinare il gusto che ne potrà trarre chi deciderà di leggere il libro.

Una strana nostalgia

Quello che invece possiamo dire è che il resoconto del viaggio in Mongolia e la descrizione degli eventi ufficiali fanno abbastanza da sfondo. Fedele al suo approccio, che non è giornalistico, Javier Cercas lascia che a condurre il racconto sia la domanda sulla vita eterna e la resurrezione della carne, che viene ripetuta a tutte le persone con cui si trova a chiacchierare prima, durante e dopo il viaggio.

A Roma incontra diverse personalità molto vicine al Pontefice, come il padre Antonio Spadaro, ex direttore di Civiltà Cattolica, lo stesso Brunelli, Andrea Tornielli, direttore editoriale del Dicastero per la comunicazione della Santa Sede, il cardinal José Tolentino de Mendonça, Prefetto del Dicastero per la Cultura e l’Educazione, Victor Manuel “TuchoFernandez, prefetto del dicastero per la Dottrina della Fede, suor Nathalie Becquart, vicesegretaria del Sinodo dei Vescovi.

Ma forse sono le parole che scambia con i rappresentanti della sparuta comunità cattolica mongola quelle che più colpiscono. Missionari, preti, suore, famiglie. La semplicità della vocazione. Persone che lasciano tutto, non per mirabolanti avventure e sogni di gloria, e nemmeno per un progetto ideologico di proselitismo, ma per prendersi cura di poche anime, nemmeno cristiane. Di uno dei sacerdoti che ha incontrato in Mongolia, Cercas scrive: «Nonostante i suoi settant’anni e rotti, padre Ernesto sembra levitare in uno stato giovanile di pienezza permanente: è come se irradiasse una gioia instancabile da ognuno dei suoi pori». Tornato a Roma, lo scrittore spagnolo ateo e miscredente non nasconde di provare una certa nostalgia, e di essere tentato di tornare in Mongolia da padre Ernesto per passare dell’altro tempo con lui.

Il ritratto di un gigante

E poi, naturalmente, come una presenza che aleggia intorno, sotto e sopra a ogni parola contenuta nel libro, c’è la figura di Papa Francesco. E qui bisogna dire che in Vaticano ci avevano visto giusto. L’idea di affidarne il racconto a una persona esterna alla Chiesa si rivela più che azzeccata.

Quello che viene fuori, dal ritratto molto disincantato e, come dicevamo, non esente da difetti che ne fa Cercas, è comunque la figura di un gigante della fede. Jorge Maria Bergoglio, un uomo che si alza alle quattro e mezza del mattino, prega e medita due ore da solo prima di dire messa alle sei e mezza e poi fare colazione, e che lavora tutto il giorno, concedendosi quaranta minuti di riposo dopo pranzo, che non guarda la televisione perché ha fatto un voto alla Madonna, e il cui messaggio è essenzialmente e profondamente religioso.

Francesco e la passione per il Vangelo

Ci voleva un ateo, per chiarire che ciò che riportano i giornali, le cosiddette preoccupazioni sociali di Papa Francesco, non sono che la punta dell’iceberg, il dieci per cento di un discorso che affonda in modo verticale in una passione per il Vangelo senza fine.

Non può non venire in mente – devo ammettere: con un po’ di disgusto – il trattamento che a quest’uomo è stato riservato, per tutti gli anni del suo pontificato, da giornali come il Foglio, Libero, La Verità che gli hanno dato di volta in volta dell’eretico, del sincretista, del comunista, del modernista, dell’ateo, del globalista, dell’usurpatore della cattedra di Pietro, perché su due argomenti (due: i migranti e l’ecologia) Francesco non era appiattito sulle posizioni della destra conservatrice mondiale.

Grazie anche al servizio offerto da questi cattivi maestri, alla sua morte qualcuno nella comunità cattolica (una rappresentanza minoritaria per fortuna) ha tirato un sospiro di sollievo, e si è lasciato andare a commenti di particolare ottusità, del tipo: riprendiamo il cammino interrotto con Benedetto XVI! Oppure: la Chiesa torna finalmente a parlare di Cristo! (perché, Francesco di chi parlava? Di Budda? Di Hare Krisna?).

Di gusto particolarmente retrotopico (rubiamo il neologismo “retrotopia” a Zygmunt Bauman) l’intervento di Giorgia Meloni al Meeting di Rimini nell’estate del 2025, che va a rintuzzare una polemica vecchia di quarant’anni e ampiamente superata dal pontificato di Francesco, quella fra i movimenti cattolici che fecero la cosiddetta “scelta religiosa” e quelli che rivendicavano un impegno diretto nella politica con i partiti di centrodestra.

Un riferimento così anacronistico, e così malignamente divisivo, effettuato al solo scopo di strappare l’applauso di una assemblea per certi versi spaesata dal pontificato di Bergoglio, sarebbe stato possibile con Francesco in vita? Non credo. Per questo l’ho trovato particolarmente riprovevole. 

Piazza pulita di tanti pregiudizi

Il libro di Javier Cercas fa piazza pulita di tanti pregiudizi, ci restituisce una figura complessa, in odore di santità e incredibilmente umana; una figura che ha segnato il primo quarto di secolo, che continuerà a interrogarci a lungo, anche attraverso le parole di Leone XIV, e a mettere in discussione la nostra fede piccolo borghese e calvinista, che si accontenta di sentirsi a posto perché segue per filo e per segno i precetti, senza rendersi conto che seguire i precetti, in un’ottica evangelica, vale poco.

La fede, senza la carità, è come un bronzo che risuona e un cembalo che tintinna, ha scritto San Paolo. E Francesco lo ha preso alla lettera.

In apertura incontro ecumenico e interreligioso a Ulaanbaatar, Mongolia nel settembre 2023 – Foto Vatican Media/LaPresse

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