Medio Oriente

Daniel Bar-Tal, accademico israeliano: «Per arrivare alla pace vera dobbiamo prima guardare “l’avversario” come essere umano»

Professore emerito di psicologia politica all'università di Tel Aviv, e tra i fondatori del movimento Peace Now, ha dedicato la vita a studiare e analizzare i meccanismi dei conflitti insanabili. «Ciò che serve ora è coraggio morale, una leadership visionaria e una rottura con le narrazioni distruttive e i sogni massimalisti. Ciò significa porre fine alla delegittimazione reciproca e costruire la fiducia partendo da zero. Attenendomi alla realtà però non vedo nel prossimo futuro una soluzione al conflitto o un reale processo di pace. Non è ancora nato un primo ministro israeliano disposto a ritirarsi dalla Cisgiordania e Israele cambierà solo se sottoposto a sanzioni. Ma democrazia e occupazione non possono convivere»

di Cristina Giudici

L’accademico israeliano Daniel Bar-Tal, professore emerito di psicologia politica all’università di Tel Aviv, ha dedicato la vita a studiare e analizzare i meccanismi dei conflitti insanabili (non solo in Israele e in Palestina) anche a causa di trappole cognitive. Autore del saggio La trappola dei conflitti intrattabili (Franco Angeli, traduzione di Manuela Borraccino) da anni denuncia la deriva autoritaria del Governo e i danni che l’occupazione prolungata crea nel sistema politico degli occupanti. Nel 2016 ha lanciato la piattaforma SISO (Salviamo Israele, Stop all’Occupazione). Accademico ma anche attivista, ha partecipato alle manifestazioni contro il Governo in cui ha indossato una t-shirt con un motto inequivocabile: “Democrazia e occupazione non possono convivere”. Recentemente è stato in Italia e ha incontrato i giovani delle Acli ai quali ha spiegato il conflitto dal punto di vista storico, politico e psicologico. Lo abbiamo intervistato e ci ha spiegato che senza un processo di cambiamento e di umanizzazione dell’avversario non può esistere alcuna opportunità per la riconciliazione.

Qual è il presupposto per la riconciliazione?

È un processo psicologico e sociale necessario per costruire una pace stabile. Non è collegato a nessun accordo formale ma piuttosto a un’idea che abbiamo in testa. Se si vuole ottenere una pace duratura, bisogna modificare lo stato mentale che porta a credere nel conflitto come unica alternativa. Fra le condizioni per arrivare al processo di pace ci sono la costruzione della fiducia, la legittimazione e l’umanizzazione dell’“avversario”. La riconciliazione non inizia dopo la pacificazione ma molto prima: si tratta di un processo graduale e multiforme che deve implicare un processo di cambiamento della società.

Nel suo libro afferma che il processo di pace si è interrotto quando entrambe le parti hanno smesso di avere speranza

La speranza è necessaria affinché le persone continuino a lottare. Nella politica la speranza però è pratica, non un sogno o un desiderio astratto: richiede un piano e delle azioni per realizzarlo. È qualcosa di concreto. Attenendomi alla realtà, non vedo nel prossimo futuro una soluzione al conflitto o un reale processo di pace. Io ho speranza solo se guardo in prospettiva a un periodo di lungo termine. Una parte del mondo, soprattutto la società civile, riconosce che c’è stato un genocidio, ma nessun governo lo ammette. Siamo solo all’inizio di un processo che probabilmente durerà decenni. Quindi non posso esprimere speranza a breve termine. 

Lei sostiene che la brutalizzazione sia uno dei principali ostacoli alla pace

La brutalizzazione è un termine che serve a spiegare gli atti collettivi di violenza intenzionale, crudeltà, spietatezza e disumanità compiuti da un gruppo, spesso guidati da un complesso intreccio di fattori, tra cui le convinzioni ideologiche, la delegittimazione dell’“altro”, l’odio, il disimpegno morale, il senso di diritto morale, l’indifferenza, la mancanza di empatia, il vittimismo collettivo e il desiderio di vendetta. Questi atti si intensificano fino a sfociare in forme estreme di violenza, atrocità, la fame diffusa, la pulizia etnica e persino il genocidio. C’è ancora molta strada da fare, un lungo cammino che porti dalla brutalizzazione alla pace. Le vere negoziazioni avrebbero dovuto svolgersi nel 1999, cinque anni dopo gli accordi di Oslo, ma il primo ministro israeliano Yitzhak Rabin fu assassinato il 4 novembre 1995. Nessuno sa cosa sarebbe potuto accadere. Rabin era profondamente convinto che si dovesse fermare lo spargimento di sangue e Arafat si fidava di lui. Questi due fattori avrebbero potuto cambiare tutto. Oggi, però, non c’è nessun leader in grado di farlo.

Cosa pensa del piano di Pace di Trump?

Il presidente Trump ha compreso qualcosa che il primo ministro Netanyahu non è riuscito a riconoscere: la guerra a Gaza aveva costi diplomatici immensi e l’idea di una “vittoria totale” era militarmente e moralmente irraggiungibile. A Gaza ogni giorno venivano uccisi centinaia di palestinesi. Il cessate il fuoco ha fermato il genocidio e alcuni ostaggi sono tornati a casa. È un grande risultato, ma è solo la prima fase. È una tregua, non la pace. Ciò che serve ora è coraggio morale, una leadership visionaria e una rottura con le narrazioni distruttive e i sogni massimalisti. Ciò significa porre fine alla delegittimazione reciproca, costruire la fiducia partendo da zero e intraprendere il lungo viaggio verso una risoluzione giusta e pacifica del conflitto.

Dopo il cessate il fuoco, però, la violenza in Cisgiordania è aumentata

Assolutamente. Sono furiosi perché hanno dovuto fermare la guerra. Israele vuole annettere almeno l’area C, ma nessuno ne parla davvero. In Cisgiordania c’è apartheid, perché ebrei e arabi che vivono a pochi chilometri di distanza sono soggetti a leggi e realtà completamente diverse. Questa è la definizione di apartheid.

Cosa pensa della forza della società civile oggi? Lei è stato tra i fondatori di dell’associazione Peace Now

Sì, lo sono stato. Nel 1978 un gruppo fondò il movimento inizialmente a Gerusalemme, ma presto ci rendemmo conto che il potenziale del movimento era a Tel Aviv. Gerusalemme era già allora una città relativamente religiosa, con molti ortodossi. All’inizio del 2023, nelle grandi manifestazioni contro il governo, gli organizzatori non volevano avere nulla a che fare con il tema dell’occupazione. Le persone che guidavano il movimento volevano concentrarsi sulla difesa della democrazia. Solo nell’estate del 2023, dopo mesi di proteste, alcuni hanno cominciato a collegare la lotta per la democrazia al tema dell’occupazione. Ripeto: sarà un processo molto lungo.

Come si potrebbe risolvere il nodo cruciale dei coloni? 

I coloni sono in gran parte messianici, ortodossi, ma non tutti ultraortodossi. I coloni violenti sono una minoranza, ma molto radicale. Alcuni vivono negli avamposti illegali, alcuni dei quali oggi sono stati legalizzati. Oggi ci sono circa 550mila coloni in Cisgiordania e 230mila a Gerusalemme Est. Per avviare un processo di pace bisognerebbe spostarne circa 100mila, quelli che vivono sulle montagne.

L’idea dei due Stati per due popoli è ancora possibile?

È estremamente difficile da realizzare. Non è ancora nato un primo ministro israeliano disposto a ritirarsi dalla Cisgiordania.

Quale sarebbe la soluzione per far cessare uno dei conflitti più intrattabili, come quello israelo-palestinese? 

Oggi molte società civili nel mondo protestano e diversi Paesi hanno riconoscono lo Stato di Palestina. Israele, però, cambierà solo se sottoposto a sanzioni, come accadde con il Sudafrica. È l’unica soluzione fattibile. Ho letto che il Regno Unito ha comprato missili da Israele per due miliardi di dollari. Quindi anche chi riconosce lo Stato palestinese continua a sostenere Israele economicamente. L’Europa dovrebbe cambiare approccio: imporre visti agli israeliani, per esempio. Israele ne soffrirebbe molto, perché gli israeliani viaggiano continuamente in Italia, Spagna, Francia. Questo avrebbe un impatto reale ma i governi non vogliono farlo, perché Israele è una potenza economica e tecnologica. Ho parlato recentemente con un ingegnere che mi spiegava come molti dei dirigenti delle telecomunicazioni americane siano israeliani. È un problema enorme.

Lei ha denunciato più volte l’involuzione autoritaria del sistema politico in Israele

Guardando la traiettoria più ampia, fin dall’inizio della formazione dello Stato di Israele, c’erano segnali di un sistema autoritario, in particolare sotto la leadership di David Ben-Gurion. Sebbene il sistema politico israeliano sia diventato più democratico nel tempo, a partire dal 2000 circa lo Stato ha iniziato a muoversi nuovamente verso l’autoritarismo. Nel 2023, questa tendenza ha raggiunto il suo apice. L’autoritarismo è necessario per giustificare e mantenere l’occupazione poiché sopprime l’opposizione interna e promuove l’ideologia secondo cui l’occupazione è una necessità nazionale. Il silenziamento dei critici liberali dell’occupazione è stato fondamentale in questo processo, consentendo allo stato di mantenere il controllo sui territori palestinesi.

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