Il libro

Noi, che diamo casa all’amore ferito

«Una dolcissima lezione sulla cura». Sono le parole del sociologo Mauro Magatti per descrivere il libro che ripercorre l’esperienza di Arché, la fondazione nata a Milano nel 1991 su iniziativa di padre Giuseppe Bettoni per rispondere all’emergenza dell’Hiv pediatrico. Oggi accompagna bambini e famiglie vulnerabili nella costruzione dell’autonomia e si racconta in un volume corale, in cui operatori e volontari riflettono su sogni e delusioni, storie di rinascita e strategie educative. Verrà presentato lunedì 15 dicembre a Milano

di Daria Capitani

Nadia, che in una notte in cui non riusciva a smettere di bere ha guardato negli occhi suo figlio Mirko, cinque anni, e ha fatto una telefonata che le avrebbe cambiato la vita. Luca, tre anni, che indicando una fotografia di Casa Arché esclama: «Quella è casa mia». Milena e la fatica insormontabile di restare. Samira, una madre che si concede, adulta, di esser figlia. E poi Arianna, Gianna, Sally, Janette, un elenco che potrebbe durare a lungo. Sono i volti, appena sfumati, che affiorano tra le pagine di Dare casa all’amore ferito, un volume corale pubblicato da indialogo. Curato da padre Giuseppe Bettoni e Paolo Dell’Oca, celebra 35 anni trascorsi a inventare la speranza in una Fondazione nata nel 1991 a Milano.

«La speranza non si pone limiti», scrive don Luigi Ciotti nella prefazione al libro: «è visionaria, intrepida, sfrontata. Fatica a stare dentro i confini della burocrazia, dei bandi, dei finanziamenti sempre col contagocce». Succede agli educatori, agli assistenti sociali, alle psicoanaliste e ai sociologi che hanno contribuito a un libro denso di contenuti e di vita. Come lo è Arché. Fondata da padre Giuseppe Bettoni per rispondere all’emergenza dell’Hiv pediatrico, oggi accompagna bambini e famiglie vulnerabili nella costruzione dell’autonomia sociale, abitativa e lavorativa, offrendo servizi di supporto e cura non soltanto a Milano, ma anche a Roma e San Benedetto del Tronto.

Padre Giuseppe Bettoni.

Un libro che assomiglia a un prontuario, da consultare al bisogno o da leggere tutto insieme per capire, una volta per tutte, il senso del mestiere di cura. Per chi lo fa e per chi ne è beneficiario, per chi da fuori osserva e per chi pone domande.

Specialisti della crisi

“Ma vi pagano anche per giocare coi bambini?”. “Papà, io il tuo mestiere non riesco a spiegarlo, posso dire che fai il pane?”. Dell’Oca, portavoce di Fondazione Arché e comunicatore, e Vincenzo Francomagro, animatore sociale, le riportano una a una quelle domande in un capitolo a doppia firma. «Noi operatori sociali», scrivono, «nell’ipotesi più indulgente, siamo scarsi: se valessimo di più, agli occhi del mondo, faremmo un mestiere con una retribuzione migliore, mentre i contratti di lavoro da educatori prevedono i compensi minori tra le professioni che richiedono una laurea per essere esercitate. È un attimo che ci si distrae e si scivola sotto quella soglia di povertà oltre la quale si tenta faticosamente di condurre le beneficiarie e i beneficiari delle nostre attività».

La copertina del libro.

Ingrid Bianchetti e Federica Barile, educatrici, insieme a Elena Giovanardi, psicoanalista, trovano parole nuove. «Potremmo definirci “specialisti della crisi”: siamo chiamati ad accogliere e ad ascoltare la sofferenza degli altri, tenendo conto che la crisi che ci viene portata avviene in una società che è anch’essa in crisi».

Come si attraversa una crisi? Con quello che l’antropologo Alfio Di Mambro chiama “modello Arché”. «Non segue schemi rigidi, preventivamente tracciati, ma è volutamente incompleto, in continuo divenire: non è il punto di partenza ma aspira a divenire il punto d’arrivo. […] Quando accogliamo una donna, una mamma, un bambino, non cerchiamo di inquadrare i loro bisogni, di categorizzarli e di organizzare delle risposte geometriche. Non diamo mai un nome alle esistenze. Quando qualcuno arriva in Arché entra a far parte della nostra vita, e noi della sua. In questo senso, ogni incontro, ogni relazione, essendo unica, diviene “anomalia” rispetto a qualsiasi istinto a categorizzare».

Volti, storie e culture

132 donne e 199 bambini accolti nelle strutture di accoglienza dal 2018 al 2024, 89 donne e 129 bambini nelle strutture di housing dal 2020 al 2024. Lino Latella (educatore), Silvia Carameli e Simone Zambelli (assistenti sociali) portano i numeri, ma soprattutto le storie di chi intercetta la fondazione: «Le donne che vengono accolte in un primo momento appaiono tutte differenti: Paese di provenienza, situazione personale… […] Quello che le accomuna è una sofferenza interiore, un dolore, un disagio che deriva da storie di vita travagliate: alcune di loro fanno fatica a verbalizzare il loro malessere, altre invece desiderano, ogni momento della giornata, trovare l’occasione per manifestarlo, per confidarsi». Si ritrovano in cucina, in un piatto cucinato insieme, sedute sul letto prima di andare via, verso l’autonomia tanto desiderata ma con una domanda che deve uscire: «Ma non è che poi sparisci?».

Sono le stesse donne raccontate dagli educatori Federica Berton, Gloria Dentico, Valentina Sangregorio ed Eugenio Tagliabue nel capitolo Torno a casa..: «Essere coinquilini di una casa di accoglienza, come lo sono le nostre donne, significa concedere agli operatori di “maneggiare” i propri vissuti, attraverso una relazione di reciprocità, di fiducia ma anche di coraggio: la fiducia negli operatori, ai quali è affidato il compito di trasformare e rigenerare i passati, e il coraggio di chi affida la propria esistenza».

Seminare atti di gentilezza

Dallo Statuto (firmato il 10 maggio 1991 da 12 costituenti, di cui 10 donne) alla Carta dei Valori, intitolata Per inventare ogni giorno la speranza: ripercorrere la storia di Arché è un viaggio al confine tra il pensiero e l’azione. Un dialogo sincero sul lavoro sociale, di persone che s’interrogano «con forza, con speranza, con calma, rabbia e con complessità sul nostro tempo, sul modo in cui lo abitiamo, sulle nostre folli possibilità di resistere alla sofferenza».

Soprattutto è un invito, con le parole di padre Giuseppe Bettoni, alla spiritualità come risposta alla violenza e alla superficialità: «Essere spirituali è seminare atti di gentilezza, è coltivare sguardi che vadano oltre la bruttura, è amare l’altro abbracciandolo nel momento in cui lo vorresti mandare al diavolo. Tutti possono essere spirituali, non è la prerogativa degli addetti ai lavori […]. Basta incontrare qualcuno e fermarsi con lui, ascoltare ciò che scorre sotto la pelle, prestare attenzione ai moti del cuore, ai sogni, alle fragilità più o meno espresse… basta questo per avere cura di qualcuno».

Il libro “Dare casa all’amore ferito” verrà presentato lunedì 15 dicembre, alle 20,45 al cinema Palestrina a Milano, al termine della proiezione in anteprima del docufilm Neanche Dio è solo, che ricostruisce il cammino di Arché. Ingresso gratuito, iscrizioni tramite questo form.

In apertura, un’attività a Casa Arché. Le fotografie sono di Fondazione Arché

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