Libri
De Bortoli racconta Riccardo Bonacina, visionario della narrazione sociale
In anteprima per tutti i lettori e le lettrici la prefazione di Ferruccio De Bortoli al libro "La meta è partire. Trent'anni di storia sociale negli editoriali del fondatore di Vita" che presenteremo giovedì 30 ottobre a Milano in occasione di VITA DAY
l’ego dei giornalisti è spesso smisurato. Incontenibile. Non raramente amano sovrapporsi alla realtà che devono descrivere fino al punto di volerla cambiare. Alcuni sono diventati, grazie a questa naturale tendenza, dei grandi romanzieri. Non farò nomi. Poi per fortuna ci sono anche i cronisti veri (sempre meno oggi), un po’ missionari e un po’ esploratori. Sono coloro che rifiutano l’idea — assai difficile da combattere — che vi sia più romanzo nel male che nel bene. Ma il bene non è noioso, insipido. Tutt’altro. Riccardo Bonacina apparteneva a questa minoritaria schiera, però nobile schiatta, di colleghi. Giornalisti appassionati della realtà, impegnati a comprenderla con umiltà e abnegazione. Per farla capire, ed eventualmente amare, da un pubblico di lettori sempre di più distratto e corrotto dallo spettacolo vacuo dell’effimero.
La realtà non è lo specchio di noi stessi. Perché non vediamo, o facciamo finta di non vedere, lo sterminato bacino delle sofferenze che ci circonda? Forse perché il dolore interroga le nostre coscienze, le smuove, a volte le sbatte persino contro il muro dell’indifferenza? Ma ci sono anche l’impegno dei tanti, lo spirito di sacrificio di chi assiste, di chi amorevolmente cura. Un capitale sociale di immenso valore, l’architrave delle nostre comunità. Riccardo ricordava una frase profetica di Giovanni Testori, amata anche da don Luigi Giussani: “Amate la realtà sempre e in tutti i modi, fuggite le astrazioni. Fate parlare la realtà, la vita, cercatela lì la parola, fatela scaturire da lì”. Una grande professione di umiltà.

La meta è partire
(ed. la meridiana, 192 pagine, 20 euro) è disponibile in libreria, su lameridiana.it, Amazon e i principali bookstore online
Nel leggere gli editoriali dell’ormai lunga storia di VITA creatura prediletta di Riccardo, mi è venuta in mente l’autobiografia di Luigi Pintor. Non per i contenuti bensì per il suo titolo: Servabo. Che vuol dire: terrò fede, ma soprattutto sarò utile. La parola latina riassume il senso dell’etica professionale e dell’impegno civile. Lo esalta. Al di là di quelle che possono essere le idee politiche. La coscienza di operare per il bene della comunità fa grande una società, la rende più giusta e consapevole. Sarebbe riduttivo dire che Riccardo è stato il principale interprete dell’identità del Terzo settore, definizione che peraltro non gli piaceva tanto. E giustamente. Perché dà l’idea che il mondo del volontariato venga dopo il pubblico e il privato e ne sia il risultato residuale. Quello che rimane. No, il mondo del sociale è ciò che innerva il tutto. Senza comunità forti e solidali non ci sarebbero nemmeno il mercato, nella sua accezione liberal-democratica, ovvero fatto di regole e trasparenza, e lo Stato nella sua dimensione civile, una costruzione in cui il diritto tempera la forza, soprattutto economica. Se non si avrà il senso della comunità si perderà l’idea stessa dello stato di diritto che è tale perché non dimentica nessuno. Il volontariato, l’offrirsi disinteressatamente agli altri, dà significato al tutto. Dà vita. E VITA è nata anche per questo.

Nel 2009 Bonacina si rammaricava del fatto che l’enciclica di Benedetto XVI, Caritas in Veritate, avesse appassionato così poco nonostante il suo messaggio rivoluzionario. Ovvero quello di elevare di fatto il settore non profit a baluardo della socialità, a caposaldo della dottrina sociale della Chiesa, a beneficio degli ultimi che non sono mai — come diceva Francesco al quale Riccardo dedicò un commosso pamphlet (Io avrò cura di te) di ringraziamento per il suo impegno a favore del volontariato — degli scarti, dei rifiuti. Bonacina citava spesso Sant’Agostino. Al Giubileo dei giovani nell’agosto del 2025 io sono rimasto colpito e commosso da tanti ragazze e ragazzi uniti da un impegno civile oltre che religioso. Una frase dell’agostiniano Leone XIV— che a Riccardo sarebbe piaciuto — mi ha particolarmente impressionato quella sera. “Chi crede non è mai solo”. L’assenza di fede alimenta le solitudini, indurisce i cuori, a volte li separa per sempre. Riccardo ricordava con affetto — siamo nel 2004 — la figura di Tom Benetollo, anima dell’Arci e pacifista nel cuore e nell’azione politica. Lo definì “un uomo del fare animato da una tenace dolcezza”. Riccardo aggiungeva la consapevolezza che per aiutare gli altri bisogna stare caparbiamente insieme a loro. Non ergersi a guide spirituali, né a capi corrente, non trattarli da sudditi o peggio da ignoranti. “Saper stare nel proprio tempo e raccontarlo tutto intero, riconoscendo il bene senza tacere dell’inferno”. Il grande progetto di VITA è la sua eredità più preziosa. Un’avventura cominciata “senza padroni né protezioni” ma con tanti alleati nell’universo del volontariato cattolico e laico per dare voce a un mondo che “al rancore, alla lamentela e alla delega preferisce la costruzione e la proposta”. La “meta è la partenza” scriveva Giuseppe Ungaretti. Noi ripartiamo dall’insegnamento di Riccardo, rimpiangendolo.
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