Infanticidio

Delitto a Trieste, non date la colpa solo alla “follia”

Una madre che uccide il figlio, com'è accaduto ieri sera a Muggia, cittadina al confine con la Slovenia, è un dolore inaccettabile. Ma ridurre tutto alla “malattia mentale” serve solo a lavare le coscienze. Peppe Dell’Acqua, psichiatra e allievo di Basaglia, ricorda che dietro queste vite ci sono miseria, solitudine e disuguaglianze, non diagnosi

di Veronica Rossi

Quelli accaduti a Muggia, cittadina rivierasca poco distante da Trieste, sono fatti tragici. Una mamma ha ucciso il proprio figlio di nove anni.

La donna è una cinquantacinquenne ucraina, con alle spalle una separazione molto conflittuale. «Era seguita da un centro di salute mentale – csm», si sono affrettati a scrivere i giornali. «Notizia per altro molto approssimativa e di fatto non vera», secondo Peppe Dell’Acqua, psichiatra arrivato nel capoluogo giuliano cinquant’anni fa per seguire Franco Basaglia nel suo sogno di deistituzionalizzazione. «Queste vicende non possono essere ridotte alla malattia», dice. Mentre ci parlano molto di disuguaglianze, di povertà, di solitudine, di totale assenza di legami sociali.

Una tragedia dell’umano

Le assistenti sociali del Comune di Muggia conoscevano bene questa donna. Erano diventate il suo “riferimento familiare” quasi quotidiano. «Come accade nella presa in carico di situazioni così difficili e tossiche il il servizio sociale si raccorda con il csm per consultarsi e offrire anche un sostegno quando la sofferenza di questa donna si faceva più acuta e pretendeva un aiuto psicologico», racconta Dell’Acqua, dopo aver parlato con chi la conosceva. «Ma non aveva una diagnosi psichiatrica, tanto meno severa. Stiamo parlando della miseria che avanza, di disuguaglianze sociali, di lavoro povero. È una tragedia dolorosa che appartiene all’umano. Che ci appartiene».

Una madre che uccide il proprio figlio è qualcosa che vorremmo non accadesse mai, è innaturale, sconvolge le nostre certezze: la figura che per natura dovrebbe proteggere si fa carnefice. Ma, purtroppo, è un dramma che non è nuovo nella storia dell’uomo e la cui responsabilità non può essere ridotta alla presunzione di una malattia mentale, che finisce per costituire un alibi per smacchiare le coscienze.

Sempre colpa di Basaglia

«Mi viene da chiedere: da quale servizio di salute mentale era seguita Medea?», dice Dell’Acqua dando alla donna il nome della figura mitologica che appunto uccise i propri figli per vendetta contro il marito Giasone.

«Si tratta di un evento terribile, ma non accetto che si dica, per lavarcene tutti le mani, che era seguita dal csm, come la malattia presunta fosse la sola causa da indagare». In queste ore, lo psichiatra si è informato sulla vita della donna, che aveva sempre trovato lavori precari che la facevano stare male, che non riusciva a tenere. La condizione di insopportabile sofferenza era tutta nella concretezza di questa vita, nella tensione senza fine nelle relazioni con l’ex marito, nell’esclusione, nella miseria delle relazioni. «Stamattina, leggendo il giornale, questa vicenda mi ha colpito al cuore», commenta Dell’Acqua, «ma non è rilevante che fosse seguita dal Csm o meno».

Trieste è la città cardine della deistituzionalizzazione, della chiusura dei manicomi e della liberazione dei “matti”. Per questo motivo, da più di cinquant’anni, oltre alle lodi per il modello di salute mentale, arrivano anche le polemiche. «Sono anche stufo di dover sfatare l’abbinamento tra disagio psichico e pericolosità sociale», conclude lo psichiatra. «Certi eventi, in tutti questi anni, potevano avvenire in ogni parte d’Italia, ma se succedevano a Trieste era sempre colpa di Basaglia. Anche oggi, sento le notizie alla radio, le leggo sui giornali. Si dice “era seguita da un Csm”, una sentenza, come se questo chiudesse la storia, cancellasse la ricchezza dei sentimenti, delle passioni, dei conflitti, della rabbia, dei fallimenti, che sono dentro di noi. La fatica di stare nel mondo».

Foto in apertura di Filippo Orvieto su Unsplash

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