Salute mentale
Dentro i cpr italiani, dove imbottiscono i migranti di psicofarmaci
Il viaggio di Marco Cavallo e il secondo rapporto di monitoraggio del Tavolo asilo e immigrazione nei centri di permanenza per il rimpatrio - Cpr, tratteggiano una realtà a tinte fosche. Assenza di cura, gesti estremi, disturbi psichici ed enormi quantitativi di psicofarmaci somministrati alla leggera, spesso senza prescrizione. «I Cpr devono essere chiusi, sono luoghi in cui persone vengono private della loro libertà per l’assenza di documenti, senza avere colpe e spesso senza avere nemmeno spiegazioni», confida Carla Ferrari Aggradi, psichiatra e consigliera del Forum salute mentale
«La psichiatria, di nuovo, si pone come un alleato del potere contro quelli che vengono considerati “scarti”. Noi rifiutiamo questa visione: la nostra branca della medicina deve essere strumento di cura, di accoglienza». Carla Ferrari Aggradi, psichiatra e psicoterapeuta basagliana, componente del coordinamento del Forum salute mentale, non usa mezzi termini. È lei, insieme al collega Peppe Dell’Acqua e alla giornalista Francesca De Carolis, ad aver immaginato il viaggio di Marco Cavallo, ormai simbolo della deistituzionalizzazione, nei dieci Centri di permanenza per il rimpatrio italiani.
«Abbiamo pensato che, come ha fatto abbattere le mura dei manicomi e degli ospedali giudiziari, il grande cavallo blu si sarebbe messo per strada per chiedere di chiudere i Cpr, luoghi in cui persone vengono private della loro libertà per l’assenza di documenti, senza avere colpe e spesso senza avere nemmeno spiegazioni», commenta la psichiatra. È così che Marco ha iniziato il suo viaggio, accompagnato da cento bandiere realizzate con gli scarti, insieme alla società civile e ai rappresentanti del Tavolo asilo e immigrazione, che hanno prodotto un rapporto di monitoraggio, presentato a Roma il 28 gennaio.
Un ambienta patologizzante
È provato ormai da diversi studi: la detenzione amministrativa provoca danni gravi alla salute mentale delle persone trattenute. Disturbi ansiosi, depressivi, post-traumatici: il rischio, per tutte queste problematiche, è fortemente aumentato per chi è recluso. Lo affermano l’Ufficio regionale per l’Europa dell’Oms, lo confermano i professionisti – medici e psicologi – entrati all’interno dei Cpr. Se c’è bisogno di un’ulteriore prova, si possono osservare tutti i comportamenti autolesivi, i tentativi di suicidio e le crisi psichiatriche acute che vengono registrate in queste strutture.
La sofferenza mentale nei Cpr è strutturale, non episodica. Le condizioni umilianti, la mancanza di senso, l’incertezza, le detenzione senza una data di fine precisa causano un surplus di sofferenza in persone già fortemente provate da percorsi personali e migratori traumatici. I dati raccolti mostrano un quadro allarmante: accessi ripetuti al pronto soccorso, frequenti medicazioni per atti autolesivi, stati di agitazione psicomotoria e un ricorso sistematico ai servizi psichiatrici senza un adeguato supporto psicologico continuativo. «A Gradisca d’Isonzo, Torino, Milano e Palazzo San Gervasio gli psichiatri delle All entrano regolarmente in struttura, mentre negli altri centri ci sono convenzioni specifiche con i Centri di Salute Mentale per accedere agli ambulatori o ai servizi di emergenza», si legge nel rapporto. «A Roma, vengono riferite circa 12/15 visite mediche al mese volte ad accertare problematiche di salute mentale, e circa sei visite a settimana presso il Csm di riferimento. A Torino è stato riferito che non sempre le segnalazioni inviate allo psichiatra vengono prese in carico».
La sofferenza mentale nei Cpr è strutturale, non episodica
Somministrare psicofarmaci è la norma
Sebbene le visite e la presenza dei servizi pubblici non siano sufficienti, è documentato un utilizzo enorme di psicofarmaci. «Molte volte questi medicinali non vengono nemmeno prescritti dai medici», spiega Ferrari Aggradi. «Oppure ci sono psichiatri che dipendono dalle società che gestiscono i Cpr, quindi molto accondiscendenti alle richieste di chi comanda». Farmaci usati per controllare, quindi, e per rendere sopportabili condizioni di vita che nessuno accetterebbe. Nei vari centri, ci sono percentuali diverse di persone trattenute a cui vengono somministrati questi medicinali (80% a Roma, 50% a Bari e Macomer, 40% a Gradisca d’Isonzo, 35% a Milano, 25% a Brindisi), ma tutte fanno impressione; a Torino, addirittura, molti tra coloro che sono reclusi dichiarano che l’utilizzo di farmaci viene proposto a tutti in ingresso.
Le bolle che chi ha stilato il rapporto ha potuto visionare raccontano di acquisti importanti di ansiolitici (tra cui clonazepam, alprazolam, diazepam e lorazepam), antipsicotici (quietapina, olanzapina), neurolettici (acido valproico, pregabalin, gabapentin), antidepressivi (trazodone), oltre a farmaci di uso più comune (antidolorifici, antipiretici, antibiotici, farmaci gastrointestinali e trattamenti per la stitichezza). Durante le visite di monitoraggio in diversi Cpr sono stati osservati frequenti stati di sedazione anomala: eloquio rallentato, difficoltà motorie, sonnolenza, confusione cognitiva. In molti casi sono emersi segni di autolesionismo, tentativi di suicidio e comportamenti estremi come l’ingestione volontaria di corpi estranei. Questi episodi vengono spesso sminuiti dal personale come “atti dimostrativi”, mentre rappresentano in realtà una delle poche forme di espressione e di protesta possibili in un contesto che annulla ogni forma di controllo sulla propria vita.
La salute mentale non viene considerata, nemmeno per l’idoneità alla reclusione
Nonostante l’evidente situazione di criticità legata alla salute mentale, all’interno dei Cpr la malattia mentale non viene adeguatamente considerata. L’idoneità alla permanenza, infatti, viene quasi sempre valutata solo su parametri fisici. Un disagio psichico, tuttavia, se trascurato – o, addirittura, aggravato da condizioni di vita traumatiche – rischia di aggravarsi fino a creare danni irreversibili. In più, anche dove c’è la possibilità di essere seguiti, i trattenuti accedono al servizio di psicologia solo se ne fanno richiesta: ma che ne è di tutti coloro che esprimono la propria sofferenza con l’apatia, il silenzio, l’angoscia? Si volta la testa dall’altra parte, si ignora il problema, si reprime. «Riteniamo che le valutazioni di idoneità alla permanenza nei CPR debbano includere criteri psichiatrici e psicologici (come previsto dalla Direttiva Lamorgese), che debba essere fatto uno screening che coinvolga tutti i trattenuti e che tenga in considerazione la loro storia pregressa», si legge nel rapporto, «e che vengano incrementati percorsi di sostegno psicologico e psichiatrico continuativo, soprattutto al di fuori dei Cpr, al fine di tutelare la salute delle persone e prevenire condotte autolesive e aggravamenti clinici».
Franco Basaglia diceva che senza libertà non ci può essere cura e i Cpr sono l’esatto contrario della libertà
Carla Ferrari Aggradi
I Centri di permanenza per il rimpatrio sono delle istituzioni totali, in cui anche ottenere l’aiuto di cui si ha bisogno quando si è in condizioni di forte difficoltà psicofisiche è difficilissimo. Soprattutto, a una struttura che, per sua stessa natura, è patogena, non può essere demandato di occuparsi della salute mentale di persone che hanno condizioni incompatibili con la reclusione. «Franco Basaglia diceva che senza libertà non ci può essere cura», conclude Ferrari Aggradi, «e i Cpr sono l’esatto contrario della libertà».
Credit Foto Andrea Alfano/LaPresse
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