Crescere in periferia

Dentro lo Zen, il quartiere che sa sparare ma non sa più sperare

Lo Zen negli ultimi mesi ha visto diversi episodi di violenza e atti intimidatori contro i pochi presìdi sociali presenti. Le madri, oggi hanno paura che i loro figli non tornino vivi a casa. Il clima, solo otto mesi fa, era diverso: la gente nutriva ancora la voglia di un futuro diverso. «Allo Zen è venuto chiunque avesse potere di fare qualcosa. Purtroppo non è stato fatto niente: ma non niente per modo di dire, proprio niente», è la denuncia corale di chi allo Zen vive e lavora

di Gilda Sciortino

Di certo non scegliamo noi dove nasciamo. Forse, ma non è detto, possiamo scegliere dove crescere. Forse, ma non sempre, possiamo decidere di andare via. Forse, appunto, perché allo Zen di Palermo qualunque scelta porta con sé il peso di anni e anni di pregiudizi e di dita puntate contro tutti gli abitanti, nessuno escluso: “Abita allo Zen, quindi…”.

Se dici di arrivare dallo Zen, lo sguardo si incupisce, il sorriso che accompagna solitamente la gioia di una nuova conoscenza lascia il posto a una piccola, sottile smorfia di disapprovazione. Di certo, non ci sono dubbi, si è davanti a qualcuno che, “per vivere, chissà cosa fa, ma che pena per quei figli”.

Lo Zen è un quartiere immerso nel buio di un contesto che l’opinione pubblica vorrebbe scomparisse portando con sé tutto il male de mondo, ma che non riesce a chiudere gli occhi e riposare. Solo nell’ultimo anno, è successo dopo il 26 aprile 2025, quando in una rissa a Monreale, cittadina normanna a pochi chilometri da Palermo, tre giovani vennero uccisi e altri due rimasero feriti: uno dei responsabili arrivava dallo Zen. E poi a dicembre, con gli spari contro la parrocchia di San Filippo Neri, il cui ingresso secondario è stato colpito da un petardo e da colpi di arma da fuoco, per due volte a poche settimane di distanza, fortunatamente in entrambi i casi senza nessuna vittima. Da quel momento, ecco l’attenzione massima dell’opinione pubblica, che ha portato tutte le istituzioni a fare la loro sortita nel quartiere. Non è un caso che qui si siano tenuti gli Stati generali dell’infanzia e dell’adolescenza di Palermo, che stanno continuando a ragionare sul da farsi. O il concerto natalizio dell’Orchestra sinfonica siciliana.

Facile pensare allo Zen come un contesto nel quale la criminalità detta legge. Facile generalizzare, comodo non guardare oltre. Ma nella stragrande maggioranza dei casi, chi commenta negativamente e chi stigmatizza non sa assolutamente come e quanto il quartiere sia cresciuto, come abbia sempre cercato di rialzarsi, preferendo sempre anteporre ai commenti le azioni positive.

Lo Zen: più giovani, meno istruiti, meno lavoro

Partire da alcuni dati, tratti dal report di Cgil, ci aiutano a capire meglio. Gli abitanti dello Zen, secondo l’ultimo censimento Istat, erano 12.290, meno del 2% della popolazione comunale. Per ogni 100 abitanti, 33 hanno meno di 25 anni. Riguardo al grado di istruzione, le persone senza alcun titolo di studio sono 8 su 100, una quota quasi doppia rispetto al valore medio di Palermo (4,7%). Quelli con diploma o laurea sono appena il 2,5%, un valore ben al di sotto del 16,7% della media urbana. La scarsa istruzione ovviamente influenza l’opportunità di trovare lavoro, dal momento che lavora solo il 28,6% delle persone fra 15 e 64 anni, contro il 46,5% della media comunale.

Attività del Laboratorio Zen Insieme

Se andavi allo Zen subito dopo i fatti di Monreale, come abbiamo fatto noi di VITA, lo sconforto era palpabile: ma la voglia di costruire, la speranza che le cose potessero cambiare c’era, si percepiva anche senza che venisse trasmessa con le parole. Oggi, invece, è tutta un’altra storia. «Diciamola tutta. Da Monreale ad oggi – quindi se facciamo i conti da oltre otto mesi – i riflettori sullo Zen sono stati continuamente accesi. Abbiamo incontrato la “commissione casa” del Parlamento europeo, l’Istituto autonomo case popolari, la commissione antimafia dell’Assemblea regionale siciliana, siamo stati convocati dall’assessore comunale alle Attività sociali in quanto firmatari dell’accordo di rete per la rigenerazione del quartiere, siamo stati in Prefettura, abbiamo partecipato attivamente agli Stati generali dell’infanzia e dell’adolescenza… Potrei continuare ancora all’infinito», afferma Fabrizio Arena, presidente dell’associazione “Laboratorio Zen Insieme”, nella cui sede si trova anche uno dei Punti Luce di Save the Children. «In tutte queste occasioni abbiamo detto la nostra, molto spesso abbiamo prodotto documenti, ovviamente non siamo stati soli perché erano con noi le scuole, i sindacati, i servizi sociali, tutte le parti in causa. Bellissimo, fantastico, ma purtroppo non è stato fatto niente, ma non niente per modo di dire, proprio niente. Non un lampione acceso, non una discarica rimossa, un’area bonificata, nessun iter velocizzato per le grandi opere, per esempio la piazza che aspettiamo da decenni. Allo Zen è venuto chiunque avesse potere di fare qualcosa, anche con una semplice firma, e quando li incontravi, tutti erano d’accordo che non bisognava solo reprimere, ma anche costruire uno stato sociale. Siamo in attesa».

Allo Zen è venuto chiunque avesse potere di fare qualcosa. Quando li incontravi, tutti erano d’accordo che non bisognava solo reprimere, ma anche costruire uno stato sociale. Purtroppo non è stato fatto niente: ma non niente per modo di dire, proprio niente. Siamo in attesa

Fabrizio Arena, presidente associazione “Laboratorio Zen Insieme”

Un controllo del territorio inesistente

Arena aggiunge pure che «anche la parte di sicurezza e repressione che è stata richiesta in quanto necessaria è stata fatta male, non dando minimamente l’idea del controllo del territorio». È quando vai nei dettagli che capisci cosa significa crescere allo Zen: «Chi vive allo Zen manda ancora oggi i figli a comprare il pane con il terrore che il proprio figlio venga colpito da una pallottola vagante. Non passa una volante in più, non è stato acceso un solo lampione in più, nel 2026 ci sono strade dove hanno rubato il rame e non è mai stato ripristinato, i lampioni non ci sono mai stati perché non li hanno mai installati, c’è la scuola media – la Sciascia – che ha la palestra inagibile, così come è inagibile da vent’anni la mensa. Ma di cosa stiamo parlando? Quello che diciamo tutti è che, nell’attesa che si realizzino le grandi opere, installiamo un lampione, dipingiamo le strisce pedonali, bonifichiamo un’area, realizziamo qualche giardino per i bambini… Non si può pensare che lo scruscio fatto da un paio di blitz avrebbe fatto rientrare la situazione. Hanno pensato e forse pensano che “ha da passà a nuttata”, ma la verità è che la nottata non è ancora passata e andando avanti così non passerà mai».

La Putia dei Sogni

I sogni e la realtà

Qualche mese fa VITA ha parlato con gli operatori della fondazione “L’Albero della Vita” che, nel dicembre del 2021 ha avuto affidato un locale, un bene dissequestrato alla mafia, oggetto di un lungo percorso di riqualificazione durato circa tre anni e portato avanti grazie al sostegno prezioso di molti donatori privati, con Enel Cuore e Mediobanca Premier come partner. Teminati i lavori nel 2024, ecco nascere la “Putia dei Sogni“, dove gli adolescenti di età compresa tra i 13 e i 17 anni hanno l’opportunità di esplorare nuove forme di espressione artistica, sognare e fare della loro creatività qualcosa di tangibile. Un luogo in cui, anche grazie ai “Laboratori dei Saperi”, i ragazzi apprendono mestieri, arti e saperi tradizionali, trasformando le proprie idee in progetti concreti. Qui sostanzialmente prende forma la vita. L’energia che ti avvolge quando entri dentro il locale, che i ragazzi hanno riempito di frasi, disegni e dipinto di mille colori, non lascia alcun dubbio su quanto sia importante il lavoro portato avanti con loro.

Se prima le mamme avevano paura che il loro figlio potesse essere accalappiato per diventare manovalanza mafiosa, ora hanno paura che non torni vivo a casa. Se allo Zen si riuscisse a finire un progetto, per dare delle risposte di presenza dello Stato, cambierebbe tanto.

Serena Fleres, coordinatrice Fondazione l’Albero della Vita a Palermo

Quando ad aprile lo Zen divenne protagonista della cronaca per quanto accaduto in quella tragica notte, fu molto difficile farli esprimere: ma non per paura di parlare, quanto semplicemente per l’esigenza di pensare ad altro, a un futuro che non può essere rallentato o impedito da nessuno. Anche e soprattutto se si nasce e cresce allo Zen, così come in tante altre periferie delle nostre città. «Ad aprile ci sentivamo forti del lavoro portato avanti nel tempo e sapevamo cosa dire ai nostri ragazzi», spiega Serena Fleres, coordinatrice della Fondazione l’Albero della Vita a Palermo. «Oggi invece c’è tanta delusione perché ci ritroviamo in una situazione peggiore di prima, a dover ricostruire quello che già era distrutto. Dobbiamo far capire loro che tutto quello che si sta vivendo non è normale e non è una cosa facile perché, quando parli con le persone più grandi, ti senti dire che da 50 anni le cose vanno così e non cambieranno mai, la mafia c’è sempre stata e ci sarà sempre. Questa volta, però, non si scherza, stiamo ragionando su alti livelli. Se prima le mamme, i genitori avevano paura che il loro figlio potesse essere accalappiato per diventare manovalanza mafiosa, ora hanno paura che non torni vivo a casa. Se noi facessimo un’opera sincera sullo Zen, finire un progetto per dare delle risposte di presenza dello Stato, cambierebbe tanto. Noi abbiamo chiesto alle istituzioni, alla politica: “Illuminate il quartiere, magari romperanno tutto ma fatelo ogni giorno, dimostrate che ci tenete, prima o poi si fermeranno”. Questo perché le persone devono essere riabituate alla fiducia, alla presenza, alla bellezza. Io lo dico sempre, quando abbiamo costruito la “Putia dei sogni”, non abbiamo avuto vita semplice, anche perché era un bene confiscato alla mafia. L’abbiamo costruita pezzo per pezzo insieme ai ragazzi, chiedendo loro come se la immaginavano. Oggi è di tutti e tutti sentono che appartiene loro: è uno spazio di sicurezza e di salvezza».

Bisogna avere paura di essere operatore sociale allo Zen?

«Quando mi chiedono se oggi vado allo Zen con il cuore leggero, dico di sì. È anche vero che io non ho proprio il dna della paura», aggiunge Fleres. «Ci vado, però, con tristezza, chiedendomi: “Ma come si può fare?”. Tu hai un’idea molto chiara di quello che vuoi fare, ma quando questa cosa non si realizza, ti demoralizzi perché questo è un quartiere che sa fare e che vuole fare tanto. Qui ci sono tutti gli ingredienti per farcela, ma non c’è lo sprint finale, quello che deve aiutare a mettere in moto determinate cose».

Mi chiedono se oggi vado allo Zen con il cuore leggero. Io non ho paura, quello no. Però ci vado con tristezza: qui ci sono tutti gli ingredienti per farcela, ma non c’è lo sprint finale, quello che mette in moto le cose

Serena Fleres, coordinatrice Fondazione l’Albero della Vita a Palermo

Aiutare i più piccoli a capire

«Il nostro catechismo lo frequentano circa 200 bambini e non è facile spiegare loro quanto sta accadendo», spiega don Giovanni Giannalia, il parroco della chiesa di San Filippo Neri. «Sono tutti molti piccoli e respirano un’aria pesante. Ovviamente c’è anche nei miei confronti la solidarietà che solitamente avvolge una persona sotto i riflettori come me. Mi chiedono – e mi chiedo anch’io ogni giorno – quali modelli dare. Quello che dobbiamo fare è creare relazioni forti, fare del quartiere la nostra casa. Spenti i riflettori, tornati alla normalità, può funzionare. Noi già ci siamo riusciti in tanti altri momenti storici. Lo so, si parla dello Zen come di un quartiere che ha un’altra dimensione rispetto alla città, ma qui ci sono persone, famiglie, abbiamo costruito relazioni, le cose belle sono tante. Non partiamo da zero, ma da tanto».

Letizia Battaglia con i bambini dello Zen (foto © courtesy Shobha)

Dare luce al quartiere (non è una metafora)

Partire dalle famiglie e, con loro, illuminare il futuro. Per don Sergio Ciresi, direttore della Caritas diocesana di Palermo, ma anche parroco di San Gaetano, la stessa parrocchia di Brancaccio che ebbe come guida padre Pino Puglisi, non si tratta solo di un’immagine metaforica: «Portare la luce è una delle prime cose di cui mi sono occupato quando sono arrivato a Brancaccio. Un quartiere al buio, non può esistere. Tenere un quartiere al buio equivale a mandare un chiaro messaggio: “Per noi non esisti”. Naturale che poi nascano rabbia, malessere, senso di abbandono. Bisogna partire dalle basi, perché non puoi arrivare alla bellezza attraverso l’inferno. Essere bambini nelle periferie è complicato, forse direi in tutta la città oggi. C’è un disagio giovanile al quale dobbiamo prestare attenzione. Chi gode di un livello socio-culturale medio alto ha gli strumenti, chi per esempio vive allo Zen non li ha, così siamo chiamati alle nostre responsabilità. Io sono stanco di parlare, desidero meno parole e più fatti».

Bisogna partire dalle basi, perché non puoi arrivare alla bellezza attraverso l’inferno. Portare la luce è una delle prime cose di cui mi sono occupato quando sono arrivato a Brancaccio. Tenere un quartiere al buio equivale a mandare un chiaro messaggio: “Per noi non esisti”

don Sergio Ciresi, parroco di Brancaccio

La complessità di essere scuola di frontiera

Ognuno deve fare la propria parte, anche se certi compiti sono più impegnativi di altri. La scuola è tra quelle istituzioni che non può stare a guardare. Allo Zen, come in altre periferie cittadine. «Basterebbe rendersi conto che questi ragazzi sono trasparenti», riflette ad alta voce Massimo Valentino, da tre anni dirigente dell’Istituto comprensivo “Giovanni Falcone”. «Ma solo trasparenti prima di tutto agli occhi dei genitori, anche di fronte a problemi di carattere comportamentale. A volte i genitori non li vedono proprio questi figli. E un po’ anche tutti noi adulti. Del resto, dobbiamo ammetterlo, in generale noi siamo portati a vedere e comprendere poco i nostri giovani. E, invece, dobbiamo ascoltarli, loro lo apprezzano molto. Ho avuto delle esperienze concrete in tal senso. Ricordo una ragazzina, mi chiamarono in classe dicendomi che era ingestibile. Quando le chiesi perché fosse così arrabbiata, mi aprì il suo mondo. Mi raccontò un vissuto tremendo, aveva assistito all’omicidio di un amico del cugino, avvenuto tra l’altro per futili motivi. Il fatto che le prestassi attenzione, che mi fossi fermato ad ascoltarla, fu una cosa che apprezzò molto e da allora venne spesso in presidenza a chiedermi consigli. Le nostre sono operazioni chirurgiche molto delicate. Quello che dobbiamo fare è curare i nostri ragazzi. Dobbiamo fare capire loro che devono credere in loro stessi. Anche quelli che vengono da quartieri più complessi come lo Zen, sono molto in gamba e non possiamo perderli».

Fare rete per costruire un tessuto di relazioni

Il valore di un lavoro sinergico sta alla base di ogni percorso intrapreso dalla società civile, dal mondo del Terzo settore, dalle istituzioni. Per Lino D’Andrea, figura nota ben al di fuori dei confini di Palermo per essere stato pioniere di moltissime iniziative a favore dell’infanzia. Ha ricoperto il ruolo di Garante per l’infanzia e l’adolescenza del Comune di Palermo e oggi è leader del Movimento Educativo palermitano: «Il problema è complesso, nel senso che non si può affrontare semplicemente pensando a piccole soluzioni, per esempio ai centri aggregativi. Va affrontato pulendo le strade, togliendo l’immondizia, recuperando spazi, creando anche strutture effimere che possano cambiare l’aspetto dei nostri quartieri a misura di bambino. In molte città europee lo stanno incominciando a fare, perché noi no? Dobbiamo ridisegnare i nostri territori, partendo da dimensioni più umane che possano veramente fare capire che c’è dietro un pensiero di cura e attenzione. Diversamente, lo Zen, lo Sperone, Borgo Nuovo, il Cep, ma potrei proseguire all’infinito, non cambieranno mai».

Lo Zen specchio dei malesseri della città

Lo Zen è rivelatore di ciò che tutta la città sta vivendo, della ghettizzazione dei nostri quartieri, del disinteresse della politica rispetto al disagio sociale di tanti, della globalizzazione dell’indifferenza. Per la sociologa Anna Staropoli, «chi opera nel quartiere ha diritto – non è una concessione – ad azioni concrete quali servizi educativi, recupero degli spazi verdi, infrastrutture abitative. Questo non domani, ma adesso, nel qui e ora, con fatti concreti e non parole retoriche, in quanto dovere etico della città e un obbligo delle istituzioni politiche».

Foto realizzata dai ragazzi e dalle ragazze del Laboratorio Zen Insieme

Un quartiere che vuole tornare a sperare

«Io me lo ricordo lo Zen che sapeva sperare. Oggi, invece, vive nell’abbandono più totale, altro che guardare avanti», conclude amaramente Fabrizio Arena. «Se, infatti, il territorio non è in mano alla mafia, ma a una comarca di ragazzini con le pistole, abbiamo un problema, è evidente. Hanno, dunque, ragione coloro che dicono che bisogna chiamare Cosa Nostra per riportare l’ordine? Io oggi, per la prima volta, quando mi si chiede cosa fare, mi ritrovo a dire che non lo so. Anche dieci anni fa, quando le cose erano altrettanto difficili, non si sparava. Noi abbiamo lavorato tantissimo, con l’obiettivo di portare le persone allo Zen, non di farle scappare: abbiamo realizzato il giardino di Manifesta, abbiamo ottenuto il campetto, abbiamo creato lo Zen Book Festival e i Carnevali sociali. Volendo essere positivo, dico che così come si è tornati indietro, faticosissimamente si può andare avanti. Bisogna ridare la prospettiva di una vita diversa, di un quartiere aperto, di una città che non ti giudica come feccia. Possiamo riprendere in mano lo Zen, però bisogna darsi da fare».

Necessario sicuramente riflettere, magari partendo anche dalle riflessioni affidate a chi nel quartiere ci lavora, associazioni come Laboratorio Zen Insieme, L’Albero della Vita, Handala e Lievito Onlus, che hanno affidato le loro parole a un lettera indirizzata al primo cittadino di Palermo.

«La violenza, signor Sindaco, non è un indicatore del successo delle politiche pubbliche, ma la misura della loro inefficienza nella prevenzione, nella sicurezza e nel controllo del territorio. E continuare a definire quanto accade allo Zen come un’emergenza è comodo, ma profondamente fuorviante. La violenza non nasce dal nulla, né esplode all’improvviso; cresce e si sedimenta dove per anni si accumulano abbandono, assenza di servizi, precarietà abitativa e vuoti istituzionali. Trattarla come un fatto episodico significa ignorarne le cause più profonde e condannare il quartiere a rivivere all’infinito le stesse dinamiche.Adesso la misura è colma. Non chiediamo più spiegazioni, non attendiamo più promesse. Ogni giorno di ritardo pesa sulle vite delle persone, e su questo non ammetteremo ulteriori ambiguità».

In apertura i bambini dello Zen, foto © courtesy Shobha

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