Immigrazione
Dieci anni di soccorso in mare: le ong hanno salvato 200mila vite, l’Europa ha alzato i muri
Dieci anni dopo le prime missioni civili di ricerca e soccorso in mare le ong raccontano al Parlamento europeo il lavoro fatto e chiedono di rimettere al centro il diritto al salvataggio. Oggi sono oltre 20 le imbarcazioni che presidiano il Mediterraneo. Francesca Bocchini, Emergency: «Il Memorandum con la Libia, così come il decreto Piantedosi e altre misure hanno ostacolato il nostro lavoro». Valentina Brinis, Open Arms: «Stiamo vedendo una militarizzazione del Mediterraneo»
«Dieci anni fa partivano le prime missioni civili di ricerca e soccorso in mare, nascevano dalla volontà di non girarsi dall’altra parte mentre il Mediterraneo diventava un cimitero di persone senza nomi e senza volti. Di fronte all’assenza delle istituzioni la società civile si era data da fare, e da allora non si è più fermata. In questi dieci anni abbiamo visto di tutto: Ong criminalizzate e denunciate per aver prestato soccorso, persone in movimento spogliate della propria dignità e governi europei intenti a costruire una Fortezza Europa basata sull’erosione dei diritti che non può generare niente di buono per nessuno di noi». Così l’europarlamentare Cecilia Strada ha presentato su Facebook l’evento – organizzato insieme alla collega Estrella Galán – che si è tenuto al Parlamento Europeo, durante il quale si è fatto un bilancio di dieci anni di ricerca e soccorso nel Mediterraneo, con le organizzazione che operano in mare e le persone sopravvissute. È stato un momento importante di restituzione alle istituzioni di un lavoro umanitario fondamentale, grazie al quale le organizzazioni hanno salvato centinaia di migliaia di vite.
La civil fleet è cresciuta nel tempo
«La civil fleet, la flotta di composta dalle navi umanitarie che prestano soccorso nel Mediterraneo centrale, traendo in salvo negli anni intorno alle 200mila persone, ha cambiato più volte composizione», racconta Valentina Brinis, advocacy officer di Open Arms. «All’inizio era composta da poche barche e da alcune organizzazioni umanitarie. Adesso abbiamo creato una mappa della flotta civile, ci sono oltre 20 imbarcazioni e anche degli assetti aerei che sorvolano la zona e avvisano se c’è una situazione di pericolo».

Manca ancora l’impegno delle istituzioni
Se le forze della società civile che prende il mare per salvare vite sono aumentate, non si può dire che lo sia altrettanto l’impegno delle istituzioni per evitare le tragedie o per prestare soccorso nel caso in cui queste accadano. «Le realtà che da dieci anni operano nel Mediterraneo raccontano di una prima fase in cui c’era una grandissima collaborazione con la Guardia costiera italiana, quando c’era Mare Nostrum», spiega Francesca Bocchini, advocacy manager humanitarian affairs and migration di Emergency. L’Ong ha iniziato a lavorare in mare nel 2016, supportando le operazioni di Open Arms, per poi avere una propria nave nel 2022, la Life support. «Con l’avvio della collaborazione con la Libia c’è stato un cambiamento radicale, un primo momento di svolta. La situazione si è deteriorata moltissimo negli anni, con picchi a partire dal 2023. Il decreto Piantedosi ha stabilito un nuovo codice di condotta, con un impatto importante in termini di sanzioni e detenzioni. C’è anche stato il memorandum tra l’Unione Europea e la Tunisia, con conseguenze negative sul rispetto dei diritti umani delle persone migranti. Ci sono tantissime denunce di quanto accade in questo Paese e nei confini desertici».

Un Mediterraneo sempre più militarizzato
In questi anni, le istituzioni europee si sono chiuse sempre di più. «Stiamo vedendo una militarizzazione del Mediterraneo», spiega Brinis. «C’è un aumento dei fondi a Frontex, un’agenzia che in dieci anni non ha compiuto nessuna operazione di ricerca e soccorso, sorvola semplicemente in mare. Da molto tempo chiediamo che questo budget venga destinato al salvataggio delle vite, ma non accade. Vediamo che la cosiddetta “guardia costiera libica” che ha sempre più potere, in dieci anni sono tantissimi gli episodi di attacchi armati. Inizialmente erano rivolti alle persone tratte in salvo, negli ultimi mesi alle stesse imbarcazioni, col rischio di colpire chi sta a bordo».
Insomma, nel Mediterraneo non c’è alcuna missione europea di ricerca e salvataggio. Nonostante sia stata richiesta più volte dalla società civile e nonostante una risoluzione del 2023, che prevedeva l’istituzione di una missione “Save and rescue” europea. «Ieri abbiamo espresso una fortissima preoccupazione per un approccio che non lascia alcuno spazio di discussione e di attenzione ai diritti umani delle persone in movimento e alla protezione della vita in mare», afferma Bocchini. «C’è sempre il pensiero della sicurezza e della difesa, che fatichiamo a comprendere quando si tratta di persone disarmate che cercano solo delle opportunità. Questo è sicuramente un rammarico, una frustrazione che viviamo in mare».
L’invito al dialogo
Nonostante le difficoltà, le organizzazioni che salvano le persone in mare non hanno intenzione di fermarsi. «Il nostro impegno è continuare a esserci, a rispettare il diritto internazionale e a soccorrere le persone che hanno bisogno», continua Bocchini, «mettendoci però sempre in una posizione di dialogo e di collaborazione con le istituzioni, affinché siano portatrici dei valori e del rispetto del diritto internazionale». Ed è proprio in quest’ottica che l’incontro al Parlamento europeo è stato importante, per quanto – si rammarica la rappresentante di Emergency – non fosse presente nel pubblico la parte politica più critica delle attività delle Ong, con cui sarebbe stato importante instaurare una comunicazione. «Noi non siamo degli attori anti-istituzionali», conclude Brinis, «vogliamo collaborare con le istituzioni, salvare vite ma anche raccontare alla politica quello che accade, in modo da trovare una soluzione per gestire una situazione che continua a essere molto critica».
Foto in apertura di Davide Preti, attività in mare di Emergency
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