Culle vuote

Dieci milioni e mezzo di italiani non vedono figli nel proprio futuro

Occupazione, nuovi stili di vita e motivi economici sono le cause della continua diminuzione in Italia di coloro che pensano di mettere al mondo dei bambini. I dati emergono in un report dell'Istat sulle intenzioni di fecondità degli italiani nel 2024, che evidenzia anche che meno della metà delle donne realizza il proprio desiderio di genitorialità

di Francesco Dente

Sempre meno italiani intendono avere figli. Sono 10,5 milioni le persone che né nei prossimi tre anni né tantomeno in futuro pensano di mettere al mondo dei bambini per ragioni che riguardano il lavoro, i cambiamenti dei modelli di vita e soprattutto motivi economici. Coloro che intendono avere figli erano il 25% della popolazione tra i 18 e i 49 anni nel 2003 ma sono diminuiti di quasi quattro punti precipitando al 21,2% in poco più di un ventennio. È un quadro decisamente poco incoraggiante quello che emerge dal report dell’Istat sulle Intenzioni di fecondità degli italiani nel 2024. Specie se si considera che l’andamento demografico già da alcuni decenni segna un calo costante delle nascite: la media di figli per donna è scesa infatti da 1,29 nel 2003 a 1,18 nel 2024. Si fanno sempre meno figli, insomma, e purtroppo se ne vogliono fare ancora meno.

I motivi della scelta di non volere figli

Perché si rinuncia al desiderio di creare una famiglia con figli? Tra gli oltre 10,5 milioni persone in età feconda (18-49 anni) che non intende avere figli o altri figli nel corso della vita, ben il 62,2% dichiara di aver preso la decisione a causa delle difficoltà incontrate nel perseguire le proprie intenzioni riproduttive, il 32% ha già il numero di figli che desiderava mentre il 5,5% dice che avere figli non fa parte del proprio progetto di vita (era il 4,4% nel 2016).

Entrando nel dettaglio, dei 6,6 milioni che hanno ammesso di avere incontrato problemi: un terzo dichiara motivi economici, meno di un quinto motivi legati all’età, all’incirca un decimo indica invece la cura dei genitori anziani, la mancanza di un lavoro adeguato o, semplicemente, del partner. A rinunciare alla genitorialità per motivi legati all’occupazione sono soprattutto le donne tra 25 e 44 anni. In particolare, quasi un quarto di quelle tra i 25 e i 34 anni ritiene di non avere garanzie sufficienti per avere un figlio.

Le ripercussioni sull’occupazione

D’altro canto, metà delle donne pensa che l’arrivo di un figlio entro tre anni possa peggiorare le opportunità di lavoro, quota che supera il 65% tra le giovanissime. Due giovani donne su tre, in pratica. Tra gli uomini, invece, il 59% ritiene che avere un figlio non abbia ripercussioni (negative o positive) sulle proprie opportunità di lavoro. I ricercatori hanno rilevato, a questo proposito, che il 34,7% degli uomini ritiene che le condizioni lavorative della partner possano peggiorare con l’arrivo di un figlio. Una preoccupazione molto meno rilevante tra le donne invece. Solo il 15% ritiene che le condizioni del lavoro del partner possano peggiorare.

L’indagine ha approfondito anche quali siano le misure ritenute più importanti per sostenere la natalità, la crescita e l’istruzione dei figli da parte dalle persone di 18-49 anni. L’intervento che ha raccolto più richieste è stato il sostegno economico (28,5%), seguito dai servizi per l’infanzia (26,1%) e le politiche abitative (23,1%), in particolare affitti o mutui agevolati. Misure indispensabili per incentivare la natalità. Specie se si considera che quasi il 90% dei 18-24enni, pur dichiarando che non intende procreare entro tre anni (probabilmente per completare gli studi), afferma però a grande maggioranza (81,8%) che intende comunque avere un figlio in futuro (quasi 3 milioni di persone).

Meno della metà delle donne realizza il desiderio di genitorialità

L’Istat ha provato a confrontare il divario tra le intenzioni dichiarate e i comportamenti effettivi di fecondità sulla base di un campione raccolto per l’indagine Famiglia e soggetti sociali del 2016. Tra le donne allora intervistate solo il 6,4% aveva espresso un’intenzione sicura di avere figli nei tre anni successivi, mentre il 19,1% aveva risposto “probabilmente”. Il sogno si è realizzo soltanto nel 42,8% dei casi tra coloro che hanno detto “Certamente sì” e nel 20,6% tra quante avevano detto “Probabilmente sì”. In complesso, meno della metà (40,4%) tra chi aveva dichiarato intenzioni positive le ha effettivamente realizzate.

Dall’analisi emerge inoltre che essere più giovani, più istruite, avere già dei figli ed essere occupate sono variabili associate a una maggiore probabilità di avere figli in caso di intenzioni positive. A parità di altre caratteristiche le donne con titolo di studio universitario hanno quasi il doppio della probabilità di realizzare le proprie intenzioni di fecondità rispetto a chi ha conseguito al massimo la licenza elementare. Inoltre, le donne occupate hanno oltre un terzo della probabilità in più di concretizzare le intenzioni rispetto a chi non lavora o è in altra condizione.

Al Perché non vogliamo figli è dedicato il numero di novembre 2024 di VITA magazine. Se sei abbonato leggilo subito qui (e grazie per il tuo sostegno), se vuoi abbonarti trovi tutte le informazioni qui.

La fotografia in apertura è di Kelly Sikkema su Unsplash

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