Riarmo

Difendere l’Italia senza armi si può e si deve. Allora, perché non si fa?

Due voci per un'altra difesa possibile. Laura Milani (presidente della Conferenza nazionale degli enti del servizio civile): «Anziché investire nel potenziamento delle forze armate, dovremmo sostenere il ruolo degli organismi internazionali e tutte le forme di diplomazia, anche popolare». Daniele Taurino (Movimento Nonviolento e direttore di Azione nonviolenta) critica la «normalizzazione delle guerre attraverso la paura dell’aggressore». E rilancia la campagna di «obiezione alla guerra»

di Chiara Ludovisi

«Essere più aggressivi o proattivi invece che reattivi è qualcosa a cui stiamo pensando». Dopo l’annuncio del ministro Crosetto sul possibile avvio di una leva militare volontaria, oggi sono le parole del presidente dell’ammiraglio Cavo Dragone a riaprire scenari di riarmo e di guerra. E se l’unica difesa è l’attacco, allora perché non diventare anche «aggressivi»? 

Ma è davvero l’attacco l’unica difesa? Per il governo italiano, a quanto pare sì, visto che – lo faceva notare giorni fa Edoardo Patriarca su queste pagine – il Documento programmatico pluriennale per la Difesa per il triennio 2025-2027  in discussione nelle Commissioni di Camera e Senato non solo non contiene la parola “pace”, ma non fa alcun riferimento agli strumenti civili previsti nella difesa del Paese. Tra questi, il servizio civile e i Caschi bianchi, solo per citarne due. 

Non può tacere, allora, chi invece crede che questi strumenti siano essenziali e strategici per la costruzione dell’unica difesa possibile: quella che parte dal superamento di una logica di guerra.

Come Laura Milani, presidente della Conferenza nazionale enti per il servizio civile e responsabile del servizio civile per la comunità Papa Giovanni XXIII: «Anziché investire nel potenziamento delle forze armate attraverso una riserva ausiliaria dello Stato, come dichiara il ministro Crosetto, dovremmo sostenere il ruolo degli organismi internazionali, e tutte le forme di diplomazia, anche popolare», afferma. Che poi è quanto prevede la nostra Costituzione: «Mettere in pratica l’articolo 11 significa adoperarci in tutti i modi per prevenire i conflitti, costruire la pace a partire dalle fondamenta, quindi dalla cultura, istituire dei corpi civili di pace a partire dall’attuale sperimentazione in corso e dalle esperienze della società civile, come quella di Operazione Colomba, corpo nonviolento di pace della Comunità Papa Giovanni XXIII».

Laura MIlani

Il servizio civile, palestra di cittadinanza e strumento di difesa

Un ruolo cruciale può essere svolto in questa direzione dal Servizio civile, che si dice universale ma universale non è, visto che solo la metà delle domande viene accolta. La difesa di un Paese si costruisce anche così, «rendendo universale il servizio civile come palestra di cittadinanza e strumento di difesa civile non armata e nonviolenta, riconoscendo il ruolo di difensori civici degli operatori volontari attraverso azioni di protezione delle persone più fragili, di promozione dei diritti umani, dell’inclusione, della coesione sociale», aggiunge Milani. Perché «un anno di impegno concreto di questo tipo permette oggi ai giovani di recuperare il senso di appartenenza a una patria caratterizzata da ponti e non da muri, che non esclude nessuno, che tutela il bene comune e promuove il benessere per tutti e per tutte. Questo richiede un investimento di risorse coraggioso e costante, e un impegno istituzionale maggiore nel valorizzare le connessioni tra servizio civile e costruzione della pace. Tuttavia, nel Documento programmatico pluriennale per la Difesa non vi è traccia di questi strumenti civili. Serve invece un nuovo paradigma di sicurezza, in cui i civili svolgano un ruolo centrale nella trasformazione dei conflitti», conclude Milani.

Difesa civile, perché no?

Andare in questa direzione però non conviene alla «lobby del complesso militare industriale, che esercita un’influenza ancora maggiore della lobby dei combustibili fossili», afferma Daniele Taurino, attivista del Movimento Nonviolento e direttore della rivista “Azione nonviolenta”. «Per fare gli interessi di queste lobby, si stanno dirottando forze economiche e umane dall’economia di pace e un’economia di guerra. E questo si fa attraverso la normalizzazione delle guerre e la paura dell’aggressore, di fronte al quale dovremmo a nostra volta essere più aggressivi. Ma l’Italia, stando ai dati, ha il più alto tasso di refrattarietà alla guerra, grazie a una ricca storia e tradizione nonviolenta pacifista, che ha costruito un tessuto ancora resistente», osserva Taurino. 

Daniele Taurino

Forse anche per questa refrattarietà, «non è affatto certo che all’annuncio di Crosetto faccia seguito un piano operativo: è vero che la leva obbligatoria in Italia non è stata abolita ma sospesa, quindi può essere riattivata in qualsiasi momento. Ma è vero anche che non ci sono più infrastrutture militari e c’è comunque da affrontare il complesso tema del rapporto tra esercito professionale e riserva. Personalmente, mi sembra almeno per ora un annuncio propagandistico», commenta Taurino.

Vero è che l’Europa pare andare risoluta in quella direzione: «La Croazia ha reintrodotto il servizio militare, i Paesi baltici stanno facendo sempre più reclutamento, Finlandia, Svezia e Danimarca hanno aumentato il servizio militare obbligatorio, la Germania inizia a mandare lettere per sondare la disponibilità dei giovani», ricorda Taurino. A questa tendenza, non si può rispondere con un pacifismo astratto e ideologico, «anche se per far finire le guerre bisogna eliminare armi ed eserciti».

Un piano costruttivo per un’altra difesa possibile

Serve però, per arrivare a questo, un piano costruttivo fatto di proposte concrete. Taurino ne indica alcune. Innanzitutto «politiche di disarmo che investano per contrastare le reali minacce, che non sono l’aggressione russa, ma piuttosto il dissesto idrogeologico, la crisi della sanità pubblica e dell’istruzione, la micro violenza legata all’aumento delle diseguaglianze. Per affrontare queste minacce, non servono missili né bombe, ma riforme strutturali», afferma Taurino.

La seconda proposta è quella indicata anche da Laura Milani, ma prima ancora dalla nostra Costituzione, che «riconosce forme di difesa civile e non armata: tra queste, la protezione civile, il servizio civile universale, i Corpi civili di pace ideati da Alexander Langer», ricorda ancora Taurino.

Ancora, occorre «rilanciare un movimento come “Un’altra difesa è possibile” e rilanciare la campagna di obiezione di coscienza alla guerra, che con il Movimento nonviolento stiamo proponendo dal 2022, attraverso azioni molto concrete: sul piano internazionale, raccogliamo donazioni per l’assistenza legale e politica ai pacifisti e gli attivisti non violenti nei paesi in conflitto; a livello nazionale, stiamo raccogliendo dichiarazioni di obiezione alla guerra, che tutti possono firmare e che in questi giorni, proprio dopo le parole di Crosetto, rilanciamo. Non possiamo accettare che il settore militare detti l’agenda politica, altrimenti significherebbe che siamo già in guerra. Vogliamo far sentire la voce della pace, mentre quella della guerra trova sempre più spazio, nel dibattito politico come nei mass media. Chiediamo spazi per dire che un’altra difesa è possibile. E non si fa con le armi e con gli eserciti», conclude Taurino.

Due giorni per parlarne

A questi temi sarà in gran parte dedicato il convegno Convegno nazionale “INNESCHI – Scintille che generano la pace”, promosso dall’associazione Comunità Papa Giovanni XXIII in occasione dei suoi 50 anni di impegno per la pace. L’iniziativa si svolgerà il 12 e 13 dicembre a Rimini, presso la sala Manzoni. Due giorni di incontri, dialoghi e testimonianze per riflettere insieme sulla scelta e sul valore dell’obiezione di coscienza ad ogni forma di violenza, dell’impegno civile e della nonviolenza oggi. Qui tutte le informazioni

Immagini fornite dagli intervistati. La foto di apertura è del Movimento Nonviolento

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