La settimana parlamentare

Difesa, nel Documento programmatico del Governo non c’è spazio per gli strumenti civili

Nel testo in discussione alle Camere non viene mai citata la parola pace che, come direttrice strategica valoriale (e costituzionale) potrebbe ispirare, accanto allo strumento militare, altri modelli di contenimento dei conflitti

di Edoardo Patriarca

Per la settimana parlamentare che si apre oggi propongo alla vostra attenzione il Documento programmatico pluriennale per la Difesa per il triennio 2025-2027  Doc. CCXII, n. 3  in discussione nelle Commissioni di Camera e Senato. Il documento è  lo strumento con cui il Ministero  della Difesa presenta al Parlamento lo stato di previsione della spesa per l’anno finanziario in corso e per il biennio di riferimento, la  fotografia dell’ operatività  delle forze armate e il  piano  sulle misure necessarie per migliorare l’efficacia complessiva e le capacità delle forze armate del nostro Paese. 

Il testo è composto  da una  un’introduzione a cura del ministro Guido Crosetto, una prima parte che illustra la strategia nazionale (contesto attuale e  traiettorie geopolitiche), la parte seconda dedicata all’evoluzione dello “strumento militare” (obiettivi, linee di sviluppo, piano di ammodernamento), la parte terza  illustra il  bilancio della difesa la legge di bilancio 25-27, il bilancio per funzioni).  Un documento “pop” ricco di tabelle , schemi, diagrammi  e fotografie, una grafica molto accurata.

Ma andiamo più nel merito.  Si dichiara che l’instabilità internazionale non è più una eccezione ma una condizione permanente,  un quadro globale in progressivo  deterioramento nel quale risulta difficile   formulare  scenari  previsionali attendibili.  Si citano: il confronto armato tra Israele e Iran  in particolare che ha confermato la necessità di un sistema integrato e tecnologicamente avanzato per fronteggiare le minacce e i rischi provenienti dal dominio spaziale,  l’urgenza di un’intelligence militare che fornisca un quadro informativo aggiornato in tempo reale, le minacce ibride ormai quotidiane che possono mettere in ginocchio un Paese. Si parla altresì di  “Mediterraneo   allargato”, lo spazio strategico che  va dalle  terre artiche ai Balcani occidentali, dal Medio Oriente al  Corno d’Africa nel quale saremo impegnati per gestire le tensioni dovute  all’approvvigionamento  di materie prime, terre rare, petrolio e gas cruciali per il mantenimento dei vantaggi tecnologici in tutti i settori critici, dall’intelligenza artificiale allo sfruttamento delle energie rinnovabili, dalla mobilità sostenibile  ai sistemi di difesa. 

Nella seconda parte del documento si propone il  sistema di difesa italiano futuro con il quale si vuole assicurare un adeguato livello di deterrenza a tutela degli interessi vitali e strategici  del Paese, e gli impegni assunti nelle alleanze. Si  prevede di intervenire tempestivamente nei scenari di crisi,  di  sostenere  operazioni  prolungate in conflitti ad alta intensità come nel caso di attuazione dell’articolo 5 del Trattato del Nord Atlantico (Nato), la disponibilità di un apparato industriale nazionale, la ricostruzione e il mantenimento di adeguate scorte di armamenti e munizioni. Vengono dettagliati gli sforzi e le direttrici per ammodernare le varie componenti delle forze armate: quella terrestre,  la marittima, l’aerospaziale e  la componente di polizia militare  con funzioni di sicurezza del territorio. 

Sul fronte bilancio si prevede, dopo il summit dell’Aia,  una maggiore assunzione di responsabilità finanziaria attraverso nuovi obiettivi di incremento progressivo della spesa da raggiungere nell’arco dei 10 anni: cioè il 3,5 % del Pil per la difesa e l’1,5 % per la sicurezza. Le priorità:  l’acquisizione di capacità moderne tecnologicamente avanzate e bilanciate tra le diverse  componenti,  l’incremento della prontezza operativa e degli stock disponibili per il munizionamento: 31 miliardi a a cui concorre il bilancio del ministero della Difesa,  le risorse del ministero delle Imprese e del Made in Italy, i fondi presso il ministero dell’Economia e della Finanza per il sostegno alla partecipazione dell’Italia alle missioni militari internazionali (in totale sono 43 missioni e 12.124 persone coinvolte) e gli stanziamenti allocati per specifici interventi nell’alveo del Pnrr. In un passaggio del documento si legge che  “negli anni avvenire le priorità  della sicurezza e della difesa accompagnerà le società,  le economie e le legislature europee.  La capacità di rispondere a tali sfide determinerà il profilo del nostro futuro”. È la direttrice sulla quale si stanno muovendo il governo italiano e i paesi dell’Unione europea.

 Ma è questo l’unico modello per garantire difesa e sicurezza? Nel documento non viene citata la parola pace che come direttrice strategica valoriale (e costituzionale)  potrebbe ispirare accanto allo strumento militare altri modelli di resistenza e di contenimento dei conflitti, non solo strumenti militari ma anche strumenti civili. La proposta di una leva obbligatoria volontaria ( un ossimoro) in fondo è coerente con il modello illustrato dal ministero della Difesa e guarda caso non inserisce il servizio civile, i “caschi bianchi” e altre esperienze nella programmazione di  difesa nazionale.  Perché non aprire un confronto pubblico con il Parlamento e con il  ministro Crosetto da parte delle associazioni più impegnate sul fronte delle politiche per la pace e la prevenzione dei conflitti?

Credit foto: ministero della Difesa

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