Dopo la Conferenza nazionale

Dipendenze: è ora di passare dalla prestazione alla relazione di cura

Chiuso il sipario sulla Conferenza nazionale sulle dipendenze, quali sono le luci e le ombre che sono emerse? E soprattutto, come mettere in pratica le proposte emerse? Cosa è stato detto invece alla contro-conferenza? Un bilancio con Luciano Squillaci, presidente Fict, Leopoldo Grosso, presidente onorario Gruppo Abele, Franco Taverna, vice presidente Fondazione Exodus e Riccardo De Facci, consigliere nazionale Cnca

di Ilaria Dioguardi

L’8 novembre scorso a Roma si è chiusa la Conferenza nazionale sulle dipendenze. Quali sono le “luci” che delineano il percorso su cui continuare a lavorare e quali le “ombre” da lasciarsi alle spalle? Dialogo con Luciano Squillaci, presidente Federazione italiana comunità terapuetiche – Fict, Leopoldo Grosso, presidente onorario Gruppo Abele, Franco Taverna, vice presidente Fondazione Exodus,e Riccardo De Facci, consigliere nazionale Coordinamento nazionale comunità accoglienti – Cnca.

Una conferenza dei servizi e non di ideologie

«Le dipendenze sono un argomento particolarmente delicato e in tutti questi anni, per tantissime volte, il dibattito si è polarizzato su posizioni ideologiche», dice Luciano Squillaci, presidente Fict. «Secondo me, il risultato più importante di questa conferenza è che è stata realmente una conferenza dei servizi: ci si è preoccupati seriamente di ragionare in termini di prevenzione, di riabilitazione, di rinserimento, di quella che è l’attività proprio dei servizi. Quindi, su come intervenire per garantire che chi ha un problema di disturbo da uso di sostanze e in generale chi ha una dipendenza possa essere seguito e accolto in maniera anche sartoriale, costruendo sulla persona la risposta».

Sulle dipendenze spesso il dibattito si polarizza su posizioni ideologiche, mentre questa conferenza è stata realmente una conferenza dei servizi

Luciano Squillaci, presidente Fict

Tra centralità della persona e costruzione di un sistema integrato

Squillaci dice che «è accaduta una cosa straordinaria: c’è stata la capacità da parte degli operatori dei servizi di scendere dalle posizioni preconcette e riuscire a trovare delle mediazioni importanti, su argomenti che, storicamente, hanno creato divisioni. Ho sentito parlare di riduzione del danno organizzazioni che storicamente avevano una posizione diversa, ne ho sentite altre, più oltranziste o estremiste, che si sono ritrovate a fare ragionamenti che finalmente pongono il Terzo settore accreditato in una condizione di seria integrazione, per esempio con i servizi pubblici. Tutti noi partecipanti», prosegue, «ci siamo concentrati sulla centralità della persona e sulla necessità di costruire un sistema integrato che possa rispondere effettivamente al problema. Il sottosegretario Alfredo Mantovano, nel suo intervento conclusivo, ha ribadito che non si intende lasciare nessuno indietro: fino a qualche anno fa non era così».

Verso la riforma del sistema

La conferenza «è stata una tappa importantissima perché ha consentito di tirare le somme del lavoro già fatto e di rilanciare: adesso inizia il lavoro che dovrà portare alla riforma del sistema», che innegabilmente presenta delle criticità. «La più importante criticità, che è generalizzata, è legata al fatto che è un sistema ancora troppo rigido, quello dei servizi, dal quale sfuggono quattro persone su cinque, alle quali non si riesce ad arrivare», prosegue Squillaci. «Queste persone non hanno proprio in mente l’idea che ci possa essere un servizio che fa per loro, soprattutto i giovani e i giovanissimi. Un ragazzo che fa uso di sostanze, che ha una dipendenza tecnologica o da gioco d’azzardo, spesso non sa neanche cosa è il SerD».

Il sistema è ancora troppo rigido, dai servizi sfuggono quattro persone su cinque, alle quali non si riesce ad arrivare. La riforma del sistema deve partire da qui

Luciano Squillaci, presidente Fict

Parola chiave: personalizzazione

Il presidente Fict sottolinea la necessità di costruire percorsi su misura: «Adesso dobbiamo tornare sul territorio in maniera forte e moltiplicare i punti di accesso, avendo a mente che bisogna costruire i percorsi personalizzando. Non si può più massificare l’idea dell’uso di sostanze, oggi il fenomeno è talmente complesso e variegato che si ha la responsabilità di rispondere in maniera adeguata, basandosi sulle evidenze scientifiche che in 40-50 anni si sono costruite».

Escluse dalla conferenza porzioni di società civile

«Tra le “ombre” della conferenza, c’è il fatto che si è giocata “a valle”, cioè sul sistema dei servizi, ma senza mettere in discussione quelle che sono le politiche sulla droga, quindi il piano legislativo e, soprattutto, il piano della punizione rispetto ai piccoli reati di spaccio di lieve entità, che stanno riempiendo le carceri di tossicodipendenti, che non si riescono a transitare in maniera significativa in misura alternativa», dice Leopoldo Grosso, psicologo e psicoterapeuta, presidente onorario del Gruppo Abele. «La seconda critica riguarda tutta la questione della riduzione del danno, che non era stata messa a tema della conferenza, motivo per cui come Coordinamento nazionale della comunità accoglienti – Cnca si è aderito anche alla contro-conferenza».

Dall’evento istituzionale sono rimaste escluse porzioni significative di società civile con le quali si è sempre collaborato. Innanzitutto, i consumatori

La terza “ombra” individuata da Grosso è che «dall’evento istituzionale, sono rimaste escluse porzioni significative di società civile con le quali, da tempo, si è sempre collaborato. Innanzitutto, i consumatori. Ciò vuol dire non ritenere che consumatori attivi, organizzati, consapevoli di rischi e di danni connessi al consumo, possono essere degli interlocutori validi. L’altra questione è che tutti coloro che hanno sempre lavorato sul carcere e che, quindi, si sono occupati indirettamente di tossicodipendenza, come l’associazione Antigone, non hanno avuto la possibilità di intervenire. Così come non è stata invitata, nonostante abbia fatto richiesta, la rete Elide degli enti locali, che cercano di coordinarsi intorno alla governance del fenomeno droga nelle grandi città». Alcuni consumatori, Antigone ed Elide sono stati tra i partecipanti alla contro-conferenza.


Il Governo in posizione di ascolto

Grosso sottolinea: «Il Governo, durante la conferenza, ha usato dei toni bassi, non è andato a cercare lo scontro e a fare polemica. C’è stato un civile, sereno, pacato confronto. Tutte le istituzioni si sono messe in una posizione di ascolto: non è mai scontato». Una questione che nei gruppi, secondo Grosso, è stata messa in minoranza «è il trattamento obbligatorio per i minori tossicodipendenti. Mantovano ha espresso sostegno nel sovrapporsi ai genitori come autorità dello Stato, per riuscire a risolvere le problematiche dei minori che le famiglie non riescono a risolvere».

Assunzioni nel SerD con il Fondo da 94 milioni annui

Passata la conferenza, cosa succede? «Qualche risorsa in più è stata messa».
Con il decreto dell’1 agosto 2025 per il riparto tra le regioni, per il triennio 2025-2027, del Fondo per le dipendenze patologiche, sono stati stanziati, per tre anni, «94 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2025, al fine di garantire le prestazioni di prevenzione, cura e riabilitazione rivolte alle persone affette da dipendenze patologiche, come definite dall’Organizzazione mondiale della sanità», si legge nel decreto. «Queste risorse vogliono dire apertura delle assunzioni da parte dei SerD, non per ripristinare totalmente gli organici, ma perlomeno per tamponare le carenze maggiori. Da questo punto di vista, un’attenzione al sistema c’è».


Tavoli di concertazione tra operatori, regioni e istituzioni

Tra le proposte importanti dei tavoli, «secondo me la prioritaria dovrebbe essere ridare fiato ai dipartimenti per le dipendenze, sia a livello aziendale che regionale, fino a quello governativo. Occorrono tavoli di concertazione tra gli operatori, le regioni, i funzionari dei ministeri, a livello alto», puntualizza Grosso. «A livello di azienda, la possibilità per il privato sociale di avere pari dignità del pubblico perché esercita una funzione pubblica, quindi di portare avanti la co-progettazione, la co-programmazione e la co-realizzazione degli obiettivi. Obiettivi che i piani locali di zona, concertati con servizi pubblici, privato sociale, comune e altri enti Terzo settore, decideranno come prioritari, territorio per territorio».

Punto di partenza: la sofferenza e la fragilità dei ragazzi

«Ora bisognerà vegliare perché dalle intenzioni si passi i fatti. Sottolineo che ci sono delle suggestioni che non sono state ben declinate e che vanno richiamate», dice Franco Taverna, vicepresidente Fondazione Exodus. «Dobbiamo guardare prima di tutto ai ragazzi, il punto di partenza è la loro sofferenza e la loro fragilità, dentro c’è anche il tema delle dipendenze».


Passare dalla prestazione alla relazione di cura

«Penso che occorra superare la logica prestazionale, non basta mettere in campo delle risorse per offrire delle prestazioni. Penso che se lo slogan è “passare dalla prestazione alla relazione di cura“, tale orientamento non è uscito con la forza che mi sarei aspettato e che oggi servirebbe», precisa Taverna. «È veramente importante, lo vediamo coi ragazzini. Ad esempio, se un operatore fa fare loro un’ora di calcio, non è sufficiente: è necessario che la persona che passa con loro quell’ora di calcio abbia dentro la cultura della cura, che lo sport sia uno strumento per instaurare una relazione di cura. Dentro la prestazione ci vuole la qualità della relazione: credo che sia la premessa di tutto».

Se lo slogan è “passare dalla prestazione alla relazione di cura”, tale orientamento non è uscito con la forza che mi sarei aspettato e che oggi servirebbe

Franco Taverna, vicepresidente Fondazione Exodus

Durante la conferenza «ci sono state delle proposte molto concrete di superamento delle barriere regionali, di creazione delle “tre gambe del tavolo” di cui parlava il sottosegretario Mantovano, anche dentro il Terzo settore. Se è così, allora il valore dell’educatore deve essere riconosciuto», prosegue Taverna. «Provocatoriamente direi che lo stipendio di un educatore deve essere quanto quello di un commesso del Parlamento».


L’urgenza di un’infrastruttura educativa della società

«Ci sono dei luoghi che raccolgono delle gravi situazioni, le acuzie: gli ospedali, le carceri, le comunità. Qui si interviene con un approccio globale 24 ore su 24. Ma prima e dopo? Secondo me manca un’infrastruttura educativa della società, delle strutture intermedie». Quali sono i punti da cui partire, dopo la conferenza? «Dobbiamo prendere in mano i documenti conclusivi dei gruppi di lavoro e provare a declinare un cronoprogramma su cosa dobbiamo fare nel 2026. Poi, superare la dialettica, che non sempre è stata positiva, tra regioni e Governo. Infine, istituire un luogo di coordinamento che segua i temi dei cinque gruppi di lavoro».

La contro-conferenza

Il Cnca è l’unica organizzazione del Terzo settore che ha preso parte sia alla Conferenza nazionale che alla contro-conferenza “Sulle droghe abbiamo un piano”, autoconvocata dalla rete di associazioni della società civile e dai movimenti che vogliono riformare le politiche proibizioniste sulle droghe, fra cui Arci, Cnca e Gruppo Abele (qui il manifesto). «Riconosciamo che ci sia stato da parte del governo un impegno molto forte e un coinvolgimento degli esperti più significativi delle reti del sistema attuale di intervento, quello più classico, sulle dipendenze. Ma in una logica molto di cura. Quello che ci dispiace è che non si sia potuto aprire la conferenza a quelle che sono molte delle nuove domande che stanno arrivando ai nostri servizi», afferma Riccardo De Facci, consigliere nazionale Cnca.

Ci dispiace è che non si sia potuto aprire la conferenza alle nuove domande che stanno arrivando ai nostri servizi

Riccardo De Facci, consigliere nazionale Cnca

Tra dark web, Nps e crack

Ad esempio? «Ci sono i temi del dark web, delle Nuove sostanze psicoattive – Nps, prodotte nei vari laboratori, del crack che sta arrivando in maniera significativa, della crescita delle persone con problematiche di abuso legate alla cocaina e ad altre sostanze che stanno riempiendo le nostre carceri. Ci è sembrata una conferenza molto istituzionale, ma con meno ideologia di molte altre: si è provato, a partire da posizioni diverse, a confrontarsi realmente», continua De Facci.

Accorciare il tempo di latenza di 10 anni

Tra le aperture più significative della conferenza «c’è l’importanza di operare per accorciare i tempi di accesso ai sistemi di cura per chi ne abbia bisogno, un tempo che tra consumo problematico e accesso ai servizi è attualmente di circa 10 anni». Un altro punto su cui lavorare, secondo De Facci, «è l’adesione al principio di garantire servizi a bassa soglia non giudicanti e accoglienti per le persone in condizioni di difficoltà, che non vogliono o non riescono a smettere di consumare sostanze psicotrope. Inoltre, la riaffermazione di un sistema di intervento con pari titolarità reale tra servizio pubblico (soprattutto servizi ambulatoriali) e Terzo settore (comunità, servizi di bassa soglia e interventi di prevenzione e inserimento sociale)».

Oltre mille nuove sostanze psicoattive

Nella contro-conferenza «ci sono state delle relazioni, anche di persone che venivano dalla conferenza mondiale sulla riduzione del danno che si è svolta a Bogotà. Tra le priorità emerse, la necessità di iniziare ad avere una maggiore analisi delle sostanze circolanti: abbiamo superato le mille sostanze segnalate dall’Europa sulle nuove Nps, le nuove sostanze acquistabili attraverso il dark web, che arrivano a casa direttamente. È necessario un presidio di tutta la comunicazione che sta passando in luoghi che, in questo momento, non riusciamo ancora ad agganciare».

Necessità di un dialogo forte con le carceri e la magistratura di sorveglianza

De Facci prosegue dicendo che «un altro elemento importante, che nell’evento istituzionale è stato trascurato, è l’assoluta necessità di un dialogo molto più forte con le strutture carcerarie e la magistratura di sorveglianza. Nella contro-conferenza i rappresentanti delle Camere penali hanno parlato della necessità di accorciare i tempi di uscita dal carcere delle persone con dipendenze, con la costruzione di sistemi territoriali di presa in carico».

Foto in apertura di Sebastian Radu su Unsplash e, nell’articolo, del Dipartimento politiche antidroga e dell’Archivio Gruppo Abele

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