L'analisi
Diritto d’asilo, così l’Unione europea trasforma i migranti in “cavie”
Gianfranco Schiavone, dell’Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione, spiega l'impatto che le norme approvate dal Parlamento europeo avranno sulle persone: «Considero queste modifiche esperimenti estremi sulla pelle dei migranti. Non sono escluse neanche le famiglie con minori. L’elenco dei Paesi sicuri e il concetto di Paese terzo sicuro, così come sono stati presentati, sono i tentativi più estremisti che io abbia mai visto per liberarsi delle domande d'asilo»
di Anna Spena
Il Parlamento europeo ha approvato delle modifiche restrittive alle norme comunitarie per la gestione dei richiedenti asilo. È stato condiviso l’elenco comune di Paesi di origine sicuri, con 408 voti a favore, 184 contrari e 60 astensioni. Gli eurodeputati hanno anche dato il via libera al concetto di Paese terzo sicuro con 396 voti favorevoli, 226 contrari e 30 astensioni. Le nuove disposizioni, di fatto, mirano a rendere più difficile l’ottenimento dell’asilo, prevedono in particolare la possibilità di respingere le domande con maggiore facilità e di inviare i richiedenti in Paesi terzi. Queste modifiche fanno parte del Regolamento sulla procedura di asilo (il 2024/1348, che disciplina le domande di protezione internazionale e le procedure per gli Stati membri). Per la loro entrata in vigore, è necessaria l’approvazione finale dei governi dei 27 Stati membri dell’Unione. Dalle nuove procedure di frontiera non sono escluse le famiglie con minori. Abbiamo chiesto all’esperto Gianfranco Schiavone dell’Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione – Asgi, di spiegarci in cosa consistono queste modifiche e perché consolidano una deriva sempre più estremista dell’Unione europea in tema di immigrazione e asilo. Di fatto le misure anticipano e integrano il più ampio Patto su Migrazione e Asilo (l’entrata in vigore del Patto è prevista per giugno 2026).
“Paese sicuro” per chi?
L’elenco iniziale approvato ieri 10 febbraio comprende 7 nazioni extra-europee: Bangladesh; Colombia; Egitto; India; Kosovo; Marocco e addirittura la Tunisia (in questo articolo abbiamo raccontato perché il Paese non può considerarsi sicuro per i migranti “Tunisia, l’inferno di Sfax: «Qui la solidarietà è diventata un crimine»”). A questo elenco vanno aggiunti i Paesi candidati all’ingresso nell’Unione, che si affiancano “per principio”, come Albania, Montenegro, Macedonia del Nord, Serbia, e con alcune valutazioni specifiche, anche Ucraina, Moldova e Georgia, salvo situazioni eccezionali di conflitto armato. Cosa significa essere in questa lista? Normalmente lo Stato deve verificare se il migrante rischia una persecuzione, la tortura e in caso di conflitti armati interni o internazionali, la stessa vita. Per chi viene da un “Paese sicuro”, si presume che non rischi nulla. Spetta quindi al migrante stesso dover produrre prove specifiche per dimostrare che, nonostante il Paese sia considerato sicuro, non lo è per lui, ad esempio per motivi politici o di orientamento sessuale. Le domande vengono esaminate massimo in 90 giorni, anziché 6-12 mesi. Durante questo periodo, il richiedente non ha libertà di movimento, ma viene trattenuto in centri appositi presso la frontiera o in zone di transito. Poiché la domanda viene respinta molto più velocemente, le procedure di espulsione verso questi Paesi iniziano quasi immediatamente dopo il diniego e il diritto al ricorso viene limitato. L’Italia ha anche già una sua lista nazionale di Paesi sicuri (che comprende circa 22 Paesi). La novità è che la lista Ue uniforma il trattamento: un cittadino bangladese che arriva in Italia o in Germania riceverà ora lo stesso trattamento “accelerato” in tutta l’Unione, eliminando le differenze che prima portavano i migranti a scegliere certi Stati rispetto ad altri per fare domanda.
«Sui Paesi d’origine sicuri», dice Schiavone, «la normativa apparentemente è cambiata molto poco nei suoi elementi fondamentali. Però l’elenco europeo dei Paesi d’origine sicuri non è basato su una definizione tecnica: l’elenco è stato istituito direttamente nel testo con una modifica al regolamento procedure». Qual è il nodo? «Il problema», spiega Schiavone, «è che la definizione di Paese d’origine sicuro è un punto di passaggio fondamentale: si considera sicuro un Paese nel quale vige un sistema democratico, dove non vi sono persecuzioni e dove, salvo prova contraria specifica portata dalla persona, è ragionevole ritenere quel Paese sicuro per applicare una procedura accelerata con meno garanzie». Ma «la questione ancora più complicata è che lo stesso testo, all’articolo 62, dice che i Paesi possono essere considerati sicuri a livello Ue, non in base alle condizioni di democrazia citate prima, ma semplicemente perché sono inseriti nella lista. Ed è qui che si scopre l’inghippo: nell’allegato II, votato come parte del testo, ci sono Paesi come il Bangladesh o la Colombia. Il punto non è scatenare una discussione sui singoli Stati, ma chiedersi cosa succede se si inserisce in lista un Paese il cui ordinamento non è democratico. C’è una incongruenza totale tra la nozione giuridica e l’elenco reale».

Questo porrà un enorme problema ai giudici. «I magistrati potranno certo dire che il Paese non è sicuro per la singola persona, ma a mio avviso dovrebbero anche sollevare alla Corte di Giustizia la questione di fondo: se inserisco per legge in un elenco un Paese che non ha le caratteristiche richieste, sto facendo una enorme forzatura giuridica». E allora perché è stato fatto? «Per riuscire a blindare», continua l’esperto di diritti umani, «il più possibile questa lista ed evitare le famose contestazioni della magistratura italiana, come visto durante le operazioni in Albania. Ma non si può fare una lista che contraddice il principio».
Schiavone fa un esempio concreto: «È come mettere in un cestino di frutta buona della frutta marcia e dire che per miracolo diventa buona solo perché l’ho inserita nel cestino. La frutta non diventa buona, rimane marcia; sono io che non dovevo metterla in quel cestino. Siamo di fronte a una evidente forzatura politica voluta dall’Italia, perché molti di questi Paesi sono di massimo interesse politico per l’immigrazione verso l’Italia. Il governo ha giocato un ruolo pesante per perseguire un obiettivo politico che però si scontra con l’applicazione del diritto».
Ma che cos’è un Paese terzo sicuro? E perché un migrante dovrebbe essere mandato lì senza ragione
L’altra modifica riguarda il concetto di Paese terzo sicuro: in pratica la possibilità di inviare un richiedente asilo in un Paese extra-Ue che non è il suo Paese d’origine, ma dove si ritiene possa ricevere protezione. «Una nozione», ammette Schiavone, «che prima era estremamente ristretta e di cui nessuno parlava mai. Si applicava solo se una persona aveva un legame evidente con un Paese terzo nel quale sarebbe stato ragionevole recarsi. Ora sono state votate due fattispecie nuove che stravolgono tutto. La prima è il transito: la persona è passata da un Paese terzo extra Ue. La seconda è l’esistenza di un accordo con un Paese terzo che si impegni a esaminare la domanda d’asilo del richiedente che dall’Europa viene forzatamente spostato in tale Paese».
Schiavone non usa mezzi termini: «Questi sono i tentativi più estremisti che io abbia mai visto per liberarsi delle domande d’asilo, cedendo le persone a Paesi terzi sulla base di un mero fatto geografico. Ma transitare da un Paese non vuol dire avere un legame con quel Paese. Applicare questo principio equivale a rifiutare di esaminare quasi tutte le domande d’asilo di chi proviene da un Paese extra Ue e diverso da quello confinanti con l’Ue. Si introdurrebbe così, in modo surrettizio una sorta di enorme limitazione geografica all’applicazione della Convenzione di Ginevra, scelta che non è tuttavia possibile per gli Stati dell’Unione. L’altra fattispecie non è meno estremista perché si basa sull’assunto: “Io non esamino la tua domanda, ho fatto un accordo con un altro Paese del mondo, ovunque sia, che non ha nulla a che fare con la tua vita”. Una persona che arriva dal Bangladesh può finire in Ruanda, o dalla Somalia finire in Kazakistan, per esempio. Oltre al fatto di mandare persone in luoghi che non applicano il diritto europeo e sui quali non abbiamo controllo, c’è un ostacolo giuridico muro invalicabile: uno Stato che ha firmato la Convenzione di Ginevra non può liberarsi dei propri obblighi cedendo le persone a un altro Paese come se vendesse quote di un’azienda. Non puoi vendere gli obblighi perché non li vuoi rispettare».
Questa norma è in contrasto con la Convenzione di Ginevra e con il Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea che impone che l’Ue adotti norme in materia di asilo nel rispetto della Convenzione. «Lo ripeto», dice Schiavone, «siamo di fronte a un estremismo politico senza precedenti, votato dai popolari e dall’estrema destra. È una responsabilità storica che il partito popolare europeo si porterà addosso come una macchia indelebile, e anche se oggi i giornali non scrivono nulla, dal punto di vista storico hanno toccato il fondo».
Italia, l’ipotesi del blocco navale
Intanto in Italia a breve potrebbe arrivare il nuovo disegno di legge sui migranti, annunciato dall’esecutivo che parla bizzarramente di blocco navale e di mandare le persone direttamente dalle navi nei Paesi terzi. «È una spaventosa sciocchezza», chiosa Schiavone. «Non ci sono accordi, e la normativa – per quanto estremista – prevede che la domanda sia registrata sotto giurisdizione italiana, esaminata e che ci sia il diritto al ricorso. Non esiste la possibilità di “cedere” a un Paese terzo le persone che chiedono asilo direttamente dalle operazioni di soccorso in mare con una sorta di misura collettiva. Sono affermazioni scomposte che non ho mai visto fare nella storia istituzionale della nostra Repubblica».
Ma a pagare le conseguenze delle derive europee ed italiane sono sempre le persone: «L’impatto sulle persone sarà pesante: avremo dei gruppi che faranno da “cavie” per questi esperimenti estremi. Io confido che questi meccanismi si schiantino contro il muro del diritto, ma nel frattempo la torsione dei diritti sarà gravissima e colpirà anche le famiglie».
(AP Photo/John Leicester) Associated Press/LaPresse
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