La scuola al cinema
“Domani interrogo”: il coraggio fragile di un’insegnante di periferia
Arriva nelle sale il 19 febbraio il film ispirato al romanzo di Gaja Cenciarelli, ambientato in un liceo di Rebibbia. Al centro, una professoressa che sceglie l’ascolto e la responsabilità come strumenti educativi. Un racconto corale che mette in scena la scuola come spazio fragile ma decisivo per immaginare il futuro dei ragazzi. Dialogo con il regista Umberto Carteni: «Ho dato voce a un’insegnante, non un’eroina»
Dentro un liceo a Rebibbia, Roma. Shakespeare e James Joyce, lo spaccio e le grida, i sorrisi e il dolore, un buco nero che si allarga. In quinta A si parla romano, con una professoressa (pressorè come la chiamano i suoi studenti) che si ostina a leggere ad alta voce in inglese. Da un lato della cattedra, la condanna e la bellezza di avere 19 anni. Dall’altro lato, la consapevolezza di non averli più e saperne ancora riconoscere il peso. Domani interrogo è un film di Umberto Carteni liberamente ispirato all’omonimo romanzo di Gaja Cenciarelli, che ne firma la sceneggiatura insieme al regista e a Herbert Simone Paragnani. È lei l’insegnante che in sala docenti se ne sta in disparte e in classe invece si mette nel mezzo, tra le vite e le voci di una ventina di ragazzi ritrosi e arrabbiati. Suo è il racconto che si dipana sullo schermo: l’ha messo nelle pagine di un libro che nel 2023 ha vinto il premio Alvaro Bigiaretti.
Le storie dei protagonisti (di cui vediamo le immagini reali nei titoli di coda) arrivano al cinema il 19 febbraio: volti veri di una Rebibbia che, come si legge nelle note di regia, «è un personaggio a sé: i suoi muri scrostati, i cortili pieni di scritte, le finestre che si aprono sul grigio del cemento sono la cornice e il riflesso del mondo interiore dei ragazzi». Del resto, Umberto Carteni è nato e cresciuto a Roma.

Perché il contesto è un personaggio a sé?
Succede spesso che i luoghi e i contesti sociali diventino parte fondamentale del racconto: non si può scindere il personaggio dalla cornice in cui vive. In questo caso, però, c’è un rapporto privilegiato con la periferia: il punto di vista è quello dei ragazzi, dominato dalla mancanza di prospettive e da un senso di sfiducia nel futuro che si alza come un muro davanti ai loro occhi. Spero con questo film di riuscire a mostrare loro almeno un piccolo spiraglio da cui guardare al di là.
Perché ha deciso di raccontare questa storia?
Il libro di Gaja mi aveva molto colpito, innanzitutto perché riporta l’esperienza vera che ha vissuto e poi perché racchiude qualcosa di insolito. Strada facendo, ha fatto emergere in me il desiderio di seguire questi giovani. Durante le riprese e in fase di montaggio, ho scelto quasi istintivamente una narrazione emotiva piuttosto che una classica in tre atti. È come se avessi messo da parte il regista per lasciar coinvolgere il me adolescente: a tratti mi sono sentito uno di loro, in classe, con le difficoltà che ho incontrato alla loro età.

Una delle primissime frasi che la professoressa dice ai ragazzi entrando in classe è già una dichiarazione d’intenti: «Smettetela di far la parte della munnezza perché non lo siete».
Per un pezzetto delle mie giornate, anch’io insegno. Lo faccio allo Ied, corso di Videodesign, in tutt’altro contesto sociale e con una fascia d’età diversa, ma al centro c’è comunque il rapporto con i giovani, a cui tengo moltissimo. Ho avuto un rapporto negativo con la scuola, non ho trovato una Gaja Cenciarelli e ne ho sofferto. Mi sono sentito a lungo “trasparente”, invisibile: negli anni della formazione, l’input che riceviamo dai professori e dalla scuola contribuisce a formare la personalità e la capacità critica. Per questo, quando mi trovo dall’altra parte della cattedra, lo sforzo che faccio è cercare di consolidare l’autostima dei ragzzi, sviluppare in loro una capacità creativa e motivazioni forti per affrontare il futuro. La frase che dice la professoressa all’inizio del film è proprio quello che cerco di far capire ai ragazzi: che ognuno di noi deve lottare per darsi una possibilità di futuro.
C’è un rapporto privilegiato con la periferia: il punto di vista è quello dei ragazzi, dominato dalla mancanza di prospettive e da un senso di sfiducia nel futuro che si alza come un muro davanti ai loro occhi. Spero di riuscire a mostrare un piccolo spiraglio da cui guardare al di là
Umberto Carteni, regista di Domani interrogo
«Vede che ci vuole bene pressorè», dicono gli studenti alla protagonista. «Non dobbiamo essere loro amici», replicano i colleghi in sala insegnanti. Fino a che punto è giusto concedere spazio ai sentimenti nel rapporto tra docente e gruppo classe?
Il messaggio di quelle due scene è uno solo: non ascoltiamo i giovani. Non siamo in ascolto, non capiamo le loro esigenze o forse non ce ne preoccupiamo. La nostra professoressa, invece, è attenta a ognuno di loro.
«Ricordatevi che domani interrogo e chi non si presenta prenderà 2». Che senso assume questa frase in un contesto come Rebibbia?
Può sembrare banale, ma con un messaggio di quotidianità scolastica la protagonista intercetta negli studenti un senso di responsabilità, un desiderio anche inconscio di costruzione di normalità. La frase «Domani interrogo» fa intravedere una possibilità di futuro.

C’è un concetto profondo che attraversa il film: la solitudine dell’insegnante. Un senso di impotenza di fronte alle vite di chi siede tra i banchi. Come si impara a conviverci?
Non dobbiamo conviverci: questo è il fallimento della società. Non si può demandare a qualche insegnante coraggioso (e ce ne sono) una battaglia che riguarda il domani delle nostre comunità.
In un finale amaro, c’è una piccola luce negli occhi della professoressa. «Quante cose i ragazzi non sanno dei professori», pensa ad alta voce. Che cosa è importante che gli allievi non sappiano dei loro professori?
Rispondo da genitore. Noi adulti dobbiamo imparare a essere figure di riferimento solide, in grado di dare sostegno. Senza omettere la parte umana, che certo racchiude anche momenti fragili, non possiamo essere ai loro occhi così friabili da rischiare di romperci.

Il rischio di portare al cinema una storia singola è quello di costruire un castello di eroi ed eroine della scuola. Lei, però, ha dichiarato di aver voluto evitare il sentimentalismo e il paternalismo.
La professoressa di Domani interrogo non è un’eroina ma un essere umano pieno di contraddizioni: empatica e ostinata, fragile e ironica, sola ma mai sconfitta. Non vuole salvare i ragazzi né cambiarli in modo miracoloso. Ha il suo talento e le sue capacità ma anche le sue zone d’ombra. È una donna vera con pregi e limiti: non è un eroe assoluto, è un modello inconsapevole.
In apertura, Anna Ferzetti nel ruolo della professoressa. Le fotografie sono da Ufficio stampa Vision Distribution
17 centesimi al giorno sono troppi?
Poco più di un euro a settimana, un caffè al bar o forse meno. 60 euro l’anno per tutti i contenuti di VITA, gli articoli online senza pubblicità, i magazine, le newsletter, i podcast, le infografiche e i libri digitali. Ma soprattutto per aiutarci a raccontare il sociale con sempre maggiore forza e incisività.