Dopo il caso di Napoli

Donazione di organi: il “cuore bruciato” non fermi la solidarietà

La presidente di Aido, Flavia Petrin, teme un "effetto Nicholas" all'incontrario, a seguito della vicenda del cuore "bruciato" trapiantato a un bimbo di due anni a Napoli. Se nel 1994 la scelta dei genitori di Nicholas Green portò a un boom di "sì" alla donazione, ora il timore è che il caso drammatico di queste ore spinga i cittadini a revocare il proprio sì. «Una donazione in meno significa un morto in più»

di Francesco Crippa

Un “effetto Nicholas”, ma al contrario. È quello che Flavia Petrin, presidente dell’Associazione italiana donatori di organi – Aido, teme possa verificarsi a causa della vicenda del bimbo di 2 anni e tre mesi il cui trapianto di cuore è saltato perché l’organo donato è arrivato in ospedale danneggiato.

Nel 1994, in un’Italia poco avvezza alla donazione di organi, la decisione dei genitori di Nicholas Green – il bambino di 7 anni assassinato “per errore” dalla ‘Ndrangheta – di acconsentire alla donazione dei suoi organi determinò un aumento esponenziale dei casi, contribuendo a creare una nuova cultura sul tema. Oggi, a 32 anni di distanza, il rischio è che quanto accaduto al bambino ricoverato all’ospedale Monaldi di Napoli possa arrecare un “danno di immagine” al sistema trapianti (e sanitario in generale) in grado di allontanare molti cittadini da questa cultura. «È una vicenda che può fare del male a tutte le persone che sono in lista di attesa: una donazione in meno vuol dire un morto in più», sottolinea Petrin.

La logica di questo potenziale rischio è semplice: perché acconsentire al trapianto dei miei organi quando sarò morto, se poi vanno sprecati? Un pensiero che rischia di farsi strada in un contesto in cui tanti italiani sulla donazione di organi hanno ancora dubbi e reticenze, soprattutto a causa di una scarsa informazione sul tema «Nel 2024, per la prima volta abbiamo superato le 2mila donazioni e i 4.500 trapianti», spiega Petrin, «Il 2025 invece è stato un anno “difficile” da un punto di vista delle dichiarazioni dei cittadini».

Il modo più noto per dichiararsi favorevoli al trapianto dei propri organi è rispondendo al quesito che ci viene sottoposto quando andiamo a rinnovare la carta di identità. Ebbene, lo scorso anno «il 48% di chi è ha rinnovato i documenti non si è espresso, mentre del restante 52% si è detto favorevole il 60% e contrario il 40%», continua la presidente di Aido.

Si può cambiare la propria preferenza in ogni momento rivolgendosi alla propria Asl di riferimento oppure (solo per dare l’assenso al prelievo) ad Aido. Mentre il “no” è vincolante, il non esprimersi lascia ai parenti (o agli aventi diritto) del defunto la facoltà di acconsentire alla donazione post-mortem. «Chi non si esprime, dovrebbe cogliere l’occasione per informarsi, senza aspettare dieci anni per il prossimo rinnovo della carta d’identità», invita Petrin.

Una buona informazione è il primo modo per aumentare la platea di potenziali donatori e, in secondo luogo, per preventivare il rischio di disaffezione dalla pratica a seguito del caso del “cuore bruciato”. «I miti o dubbi da sfatare sono tanti», dice ancora la presidente. Una domanda frequente riguarda la certezza della morte al momento del prelievo degli organi. L’accertamento della morte può avvenire per criteri cardiaci o cerebrali: in questo secondo caso, il paziente può continuare a respirare grazie a un sistema di ventilazione meccanica, ma mentre la circolazione sanguigna funziona artificialmente, l’encefalogramma non registra nessuna attività cerebrale da almeno 6 ore. «Tante persone vedono un proprio caro che respira, con un bel colorito roseo, e quindi pensano che il paziente non sia “pronto” a donare. In questo caso, è delicato compito dei medici spiegare che la respirazione meccanica serve a mantenere in funzioni gli organi per un eventuale prelievo», spiega Petrin.

Tante altre persone, invece, si fanno “bloccare” perché vorrebbero decidere quale organo donare e quale no, mentre altri pensano di essere troppo vecchi o troppo malati perché abbia senso acconsentire alla donazione. «Ma spetta sempre ai medici la valutazione di quali organi sono “buoni” e quali no. Tra l’altro», puntualizza Petrin, «acconsentire è solo una promessa, perché nessuno sa in quali condizioni sarà al momento della morte: solo una minima parte di chi si dichiara favorevole alla donazione poi diventa effettivamente un donatore».

Secondo la presidente di Aido, è il modo stesso in cui avviene la possibilità di esprimersi che condiziona molte risposte negative. Per la maggior parte delle persone, il primo momento di confronto con il tema è il rinnovo dei documenti: un problema, perché gli impiegati comunali spesso non hanno le giuste competenze per rispondere a eventuali dubbi o domande. «Davanti all’incertezza, tendiamo naturalmente a dire di no».

«Ricevere un organo è un bene immenso per chi lo riceve e per la sua famiglia, ma anche per tutta la società», ribadisce Petrin. Accanto al fatto di donare una nuova vita a una persona malata, le ragioni pro-donazione sono anche di ordine economico: primo, un malato ricoverato costa molto di più di un paziente che riceve un trapianto; secondo, circa il 90% di chi riceve un trapianto riesce a rientrare nel mondo del lavoro.

Accanto a questo resta, poi, l’aspetto più intimo e personale. Per chi riceve un organo, è l’inizio di una “seconda” vita. Nel caso di un bambino come il piccolo di Napoli, addirittura, la possibilità di vivere davvero.

Per chi dona, invece, è il modo di dare senso alla propria morte o quella di un caro per il quale si è acconsentito al prelievo: «Ricordo sempre una mamma che, dopo la morte del figlio ventenne, mi ha detto: “Voleva diventare papà, avere tanti figli. Con la donazione dei suoi organi, in qualche modo, papà di tanti bambini lo è diventato davvero”. In fondo, ci sono tante persone che in vita donano tempo, risorse, competenze. Acconsentire alla donazione di organi vuol dire fare un passo in più: essere utile dopo la morte con qualcosa che a noi non serve più».

In apertura: National Cancer Institute via Unsplash

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