Donne e sviluppo
Dove manca parità di genere, falliscono pace e cooperazione. L’Atlas 2025 di WeWorld
Presentato oggi a Roma, presso la sede dell’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo, il report di WeWorld onlus “Claiming Space. Atlas on Women’s and Girls’ Rights: a trent’anni dalla Piattaforma di Pechino, la parità di genere non avanza in modo sufficiente da garantire l’efficacia degli interventi nei contesti più fragili. Nonostante le riforme legislative e gli investimenti, il divario tra diritto e realtà continua ad ampliarsi, soprattutto dove crisi, conflitti e shock economici si sovrappongono
Senza parità di genere, non è possibile la pace, né la giustizia, né lo sviluppo. E ogni sforzo della cooperazione è destinato a non essere pienamente incisivo. È quanto emerso dal report di WeWorld onlus “Claiming Space. Atlas on Women’s and Girls’ Rights”, presentato oggi presso la sede dell’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo (Aics) a Roma.

L’Atlas raccoglie dati, mappe e analisi da fonti internazionali, integrati con esempi di buone pratiche dai 20 Paesi in cui WeWorld opera.
Emerge una realtà allarmante, che possiamo sintetizzare in due punti evidenziati nel corso della presentazione: primo, a 30 anni dalla Piattaforma di Pechino, nessun Paese al mondo ha ancora raggiunto la piena parità di genere. Secondo, «dal 1995 a oggi, non c’è mai stato un momento migliore o peggiore per essere donna», ha detto Stefania Piccinelli, direttrice Cooperazione Internazionale di WeWorld. «Migliore perché è innegabile che siano stati fatti passi avanti in materia di parità di genere, peggiore perché i diritti conquistati sono sotto attacco”, ha chiarito Piccinelli.

Dal 1995 a oggi: i passi avanti
La Conferenza di Pechino ha rappresentato un punto di svolta per i diritti delle donne, mettendo in luce disuguaglianze profonde e soprattutto definendo un’agenda globale condivisa. I progressi sono innegabili e il report li traduce in numeri: oggi 162 Paesi hanno leggi che vietano la discriminazione di genere sul lavoro. Ancora, nel mondo esistono 1.718 misure legislative contro la violenza sulle donne in 188 paesi. L’istruzione femminile è migliorata: più ragazze frequentano la scuola, conseguono lauree e spesso ottengono risultati migliori dei ragazzi.
Anche la partecipazione femminile in politica e nella leadership è aumentata: 25 Paesi hanno donne al più alto livello esecutivo e in 18 Paesi una donna ricopre contemporaneamente le cariche di capo di Stato e capo di governo.
I passi che mancano
Tuttavia, la traiettoria non è lineare. Nel 2024, infatti, quasi un quarto dei Paesi ha registrato addirittura un arretramento nel campo dei diritti delle donne. E nei contesti più fragili – aree rurali, comunità colpite da conflitti, emergenze umanitarie – il peggioramento è sistematico. In oltre 25 Paesi in crisi, servizi essenziali come salute materna, pianificazione familiare e protezione dalla violenza sono stati ridotti.

Anche la violenza di genere è tuttora un fenomeno diffuso: i matrimoni precoci, ad esempio, colpiscono ancora molte bambine, sebbene dal 2003 al 2023 la quota di ragazze costrette a sposarsi prima dei 18 anni, si sia ridotta dal 24% al 19%. E nonostante le numerose misure legislative contro la violenza di genere, stanno emergendo nuove forme di violenza, comprese quelle facilitate dalla tecnologia che richiederanno sempre maggiore attenzione.
Ma anche i passi indietro
L’Atlas rende conto anche dei passi indietro compiuti dal 1995 a oggi. Lo dicono alcuni numeri particolarmente significativi, contenuti nel report: 119 milioni di ragazze sono ancora fuori dalla scuola; ogni 10 minuti una donna o una ragazza viene uccisa da un partner o un familiare; il 70% delle donne in contesti umanitari subisce violenza di genere; oltre 200 milioni di donne non hanno accesso a contraccettivi sicuri; gli aborti non sicuri causano circa 39mila morti prevenibili ogni anno; le donne godono in media solo del 64% dei diritti legali degli uomini e guadagnano il 20% in meno per lo stesso lavoro.
«Le disuguaglianze di genere si aggravano nei contesti più fragili, dove si sommano crisi economiche, tagli ai finanziamenti e retoriche conservatrici che minacciano i diritti sessuali e riproduttivi. È un arretramento lento ma sistematico, che dobbiamo fermare”, ha detto Piccinelli.
Anche il direttore di Aics, Marco Riccardo Rusconi, ha rilanciato la necessità di un impegno fattivo: «La ricerca che oggi presentiamo ci invita non solo a descrivere le disuguaglianze, ma a ripensare gli spazi — fisici, sociali e politici — che le donne e le ragazze devono poter abitare pienamente. Ci ricorda che l’uguaglianza di genere non è un tema settoriale, ma un motore di trasformazione per lo sviluppo sostenibile, la pace e la giustizia. La regressione dei diritti è un fatto politico. Se la cooperazione non assume una visione femminista, basata su equità e giustizia, rischia di essere inefficace», ha affermato ancora Rusconi.
Ed è un tema che riguarda tutti i Paesi, anche quelli da cui i progetti di cooperazione prendono l’avvio. La parità di genere deve essere costruita e conquistata, giorno dopo giorno, in ogni luogo della cooperazione, come sostiene Marta Collu, Gender focal point di Aics:
Un’agenda femminista per lo sviluppo: le raccomandazioni
Su questa visione di basano le raccomandazioni contenute nell’Atlas e rivolte ai governi e alle istituzioni internazionali. Tra queste:
- finanziamenti strutturali e di lungo periodo alle organizzazioni femministe;
- centralità della leadership locale nei processi decisionali;
- integrazione della prospettiva di genere in tutti i settori della cooperazione;
- monitoraggio sugli impatti reali per evitare approcci formali e non trasformativi;
- coraggio politico per contrastare i contraccolpi anti-diritti.
Il rapporto di WeWorld fissa quindi un principio ineludibile: la parità di genere non è un capitolo dei programmi di cooperazione, ma la condizione per renderli efficaci. Dove i diritti delle donne arretrano, arretra tutto il resto: salute, istruzione, stabilità, pace. L’Atlas chiede quindi alla cooperazione internazionale un cambiamento di paradigma: non aggiungere la componente di genere, ma costruire sviluppo a partire da lì.
E a partire dalla voce delle donne, come ha evidenziato Dina Taddia, direttrice di WeWorld.
Tutte le immagini sono estratte da “Claiming Space. Atlas on Women’s and Girls’ Rights“
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