Il progetto di attivazione sociale

È Torino la prima «città compassionevole» d’Italia

Il bollino di «compassionate city» è arrivato: una città capace di attivarsi per le persone fragili in modi e su livelli diversi, tramite individui, associazioni e istituzioni, superando la frammentarietà e aumentando le competenze. Nessuno escluso ma tutti coinvolti

di Nicla Panciera

Il riconoscimento ufficiale è arrivato: Torino è una «città compassionevole». Il bollino di «compassionate city» viene dal Public Health Palliative Care International (Phpci), ente sovranazionale che promuove a livello globale politiche di salute pubblica orientate alla cura comunitaria.

Il progetto, viene spiegato, punta a individuare fragilità e bisogni e le risposte già esistenti e, quindi, realizzare in rete interventi culturali e sociali in grado di intervenire più efficacemente in maniera integrata. In pratica, è una città che muove i suoi mille tentacoli fatti di individui, associazioni e istituzioni, per raggiungere tutte le fragilità, dalla malattia alla solitudine, dalla povertà al fine vita, riconoscerle come tali e rispondervi adeguatamente.

Alla guida dell’iniziativa ambiziosa, che non ha eguali in Italia dove finora esistono due compassionate communities (che sono Lodi già riconosciuta come «Lodi Caring Communiy» e Reggio Emilia), sono la Città di Torino, con Fondazione FARO e Fondazione Piemontese per la Ricerca sul Cancro, con il supporto di Regione Piemonte. «Il movimento delle città compassionevoli nasce nell’ambito delle cure palliative, per questo come Fondazione Faro ci siamo sentiti responsabili di avviare un simile progetto a Torino» spiega Simone Veronese, palliativista e responsabile della ricerca di Fondazione Faro. La pronta risposta del Comune e di Candiolo hanno dato carburante a un motore già caldo: «Il progetto prevede il coinvolgimento di varie realtà su diversi tavoli tematici, per la mappatura del bisogno» spiega Simone Veronese. «Le aree sono quella socio-assistenziale, sanitaria, culturale, metodologica, mediatica-divulgativa, educativo-formativa, istituzionale». La Fondazione collabora già con molte di queste realtà, istituzioni ed enti del terzo settore, associazioni e fondazioni che ora, nell’ambito di Torino Città Compassionevole, lavoreranno in rete in modo meno frammentato, ciascuno mantenendo la propria specificità ma ampliando le proprie competenze e collaborando con gli altri, riducendo la duplicazione degli sforzi e affinando la precisione d’intervento.

Parlare di compassionate city come di un’impresa partecipata permette di «accendere i riflettori anche su piccole iniziative di successo che altrimenti avrebbero minor visibilità mediatica e di creare momenti concreti di restituzione alla comunità, come peraltro previsto dal progetto, capaci di sensibilizzare» spiega Veronese «ma anche di coinvolgere il maggior numero di persone, trasversalmente all’età e agli interessi, un vero e proprio attivatore sociale».

A oggi hanno già aderito al progetto la Asl Città di TorinoCamera di commercio di TorinoFondazione Compagnia di San Paolo e Fondazione Cassa di Risparmio di Torino Crt, l’Università degli Studi di Torino. Inoltre, Torino Social Impact che affianca il percorso anche assumendosi il compito di monitorare i processi. Ma molti altri enti del territorio sono stati già coinvolti: «La Consulta delle persone in difficoltà Cpd, il Circolo dei Lettori, la Caritas, il Cultural Welfare Center, Torino Spiritualità, Scuola capitale sociale, Rete delle Case del quartiere e Talenti in corso, per citarne alcuni» racconta Marina Sozzi, responsabile dell’Ufficio culturale di Fondazione Faro. «La prima fase del grande lavoro che ci aspetta sarà quella di stabilire le priorità dei bisogni, mappando il territorio. La sfida principale sarà, quindi, quella di tenere alto il livello di entusiasmo e di coinvolgimento per questo progetto, il primo che vede una grande città italiana diventare una compassionate city».

«La partecipazione della Fondazione Piemontese per la Ricerca sul Cancro al progetto Torino Compassionate City nasce dalla convinzione che la cura non sia solo un atto clinico, ma un impegno collettivo» commenta Gianmarco Sala, Direttore generale Fondazione Piemontese per la Ricerca sul Cancro. «Una responsabilità che guida la Fondazione da oltre quarant’anni: all’Istituto Irccs di Candiolo la Persona è sempre al centro e la cura si costruisce ascoltando i bisogni, accompagnando i pazienti e sostenendo le loro famiglie in ogni fase della malattia. Insieme a tutti i soggetti coinvolti, al Comune di Torino e alla Regione Piemonte, Candiolo desidera contribuire a costruire una comunità capace di essere presente, solidale e compassionevole, e in grado di offrire risposte integrate, visibili e accessibili per tutti».


Photo by Kenny Eliason on Unsplash

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