Il caso

Emergency e quel post con Lavrov: un messaggio giusto dentro una comunicazione tutta sbagliata

«Per la campagna "R1pud1a" l'ong ha utilizzato anche l'immagine e una dichiarazione di Lavrov, ministro degli affari esteri russo», scrive Angelo Moretti, portavoce e tra i fondatori del Mean - Movimento europeo di azione nonviolenta che lavora a stretto contatto con la società civile ucraina. «Ma una così autorevole realtà non può non sapere che in una società come la nostra, che comunica principalmente per immagini, il messaggio si confonde con il medium che lo esprime. Questo ha distratto il pubblico, polarizzando l'attenzione e rafforzando la propaganda putiniana anziché stimolare le necessarie "terze opzioni" di diplomazia e nonviolenza»

di Angelo Moretti

Emergency in un post del 26 settembre ha voluto lanciare un monito all’Europa: a furia di parlare solo di soluzioni basate sulla forza militare, rischieremo di andare dritti verso quella che appare come l’unica opzione nel dibattito istituzionale.

Il monito è sacrosanto e riprende un po’ il famoso motto del fondatore Gino Strada: io non sono per la pace, io sono contro la guerra. La ricerca di opzioni diverse dalla guerra nella soluzione delle controversie internazionali, comprese le aggressioni militari, come quella che la Federazione Russa, sta perpetrando in modo criminale ed ingiustificato da quasi quattro anni contro l’Ucraina, significa che in nessun momento un europeo, o almeno un italiano, dovrebbe ridursi a pensare che sarà solo una forza militare, ancora più aggressiva della Russia di Putin, a poter ristabilire l’ordine violato. Perché, alle condizioni date, dietro ad un’affermazione del genere si nasconde l’ineluttabilità di una nuova tragica guerra mondiale.

Né ovviamente è utile, saggio o “europeista” sostenere d’altro canto che l’Ucraina non andrebbe più appoggiata dagli Stati membri europei e abbandonata al suo destino, perché questo ci farebbe tornare alla legge della giungla dentro casa nostra. Se ai nostri confini uno stato più forte può terrorizzare, violentare e rapinare gli Stati vicini, solo perché non hanno una pari forza di risposta nucleare e per la tragica circostanza di non essere parte di nessuna alleanza militare, e la Ue non intervenisse a suo sostegno, avrebbe davvero tradito la sua missione di continente della pacificazione. Il disimpegno e l’indifferenza verso i vicini non sono principi scritti nei nostri Trattati, nelle nostre politiche di sicurezza e nemmeno nelle massime di uno dei nostri padri fondatori, Immanuel Kant.

Dunque, se la guerra va superata come mezzo di risoluzione dei conflitti ma l’Ucraina non può essere abbandonata, che c’è da fare? Prima di tutto, mi viene da dire, che bisogna ricordarsi il motto di Schumann, altro padre fondatore: in certi momenti della storia vengono richiesti sforzi creativi che siano almeno pari alla complessità della sfida che viviamo. Non basta dunque ridursi a due opzioni (abbandono dell’Ucraina o guerra aperta) ma dobbiamo arrivare almeno a tre: evitare l’escalation della guerra con tutte le nostre forze (la posizione di Emergency); sostenere l’Ucraina per tutto il tempo necessario e con una continua sorveglianza militare dei nostri confini, preparandoci noi stessi ad una possibile guerra (la posizione espressa anche da diverse istituzioni europee); ma anche: restare vigili e pronti a respingere eventuali atti aggressivi, sostenere l’Ucraina e contemporaneamente non smettere mai di sostenere le ragioni del dialogo e della diplomazia, come forma più alta e più intelligente del conflitto in corso rispetto alla stupidità della guerra.

La pratica della nonviolenza insegna la moltiplicazione delle opzioni, gli “e”-“e”, con cui una ipotesi di impegno non ne esclude un’altra. Ma se il monito di Emergency era profondamente condivisibile all’interno di una della principali opzioni (evitare l’escalation), totalmente sbagliata è stata la sua comunicazione. Una così autorevole ong non può non sapere che in una società come la nostra, che comunica principalmente per immagini, il messaggio si confonde con il medium che lo esprime. Quella comunicazione con il format tanto in voga del “carousel” ( un testo distribuito sui canali social usando più immagini a scorrimento) sarà vista principalmente nella prima immagine: il faccione di Lavrov e la sua dichiarazione a lettere cubitali.

Ciò che arriva agli utenti social è chiaramente l’indicazione che anche una grande organizzazione umanitaria si offre come megafono per un ministro degli Esteri, notoriamente guerrafondaio e sostenitori di efferati crimini, per lanciare un monito (minaccia) all’Europa, con il font grafico del brand istituzionale della ong per giunta. Emergency in questo modo cede, di fatto, la sua credibilità internazionale a Lavrov. Con quella comunicazione visiva la ong ha assolutamente sbaragliato il suo stesso messaggio, con una aggravante che arriva dopo: la contrapposizione di Lavrov, a cui si dà il palcoscenico centrale, con una seconda foto in cui si compone un trittico di Trump, Von Der Leyen e Rutte, chiaramente identificati come la controparte, i guerrafondai (di un indiscriminato “occidente”) a cui il ministro degli Esteri russo sta garbatamente rispondendo.

Il risultato del messaggio visivo è chiaro: Lavrov ci sta avvisando pacificamente “voi (occidentali) smettete di provocare la Russia”. E così si passa da: “essere contro la guerra”, a “essere contro tutte le guerre, tranne quelle che conduce la Russia”. Il grave errore è, a mio modesto parere, tutto lì, non nel monito che Emergency voleva dare all’Europa (la fissazione sulla sola opzione militare), ma sull’uso distorto di una comunicazione visiva che fa apparire un criminale come uno statista e l’Occidente come un’unica cricca di guerrafondai, alimentando tifoserie distorte. Proprio in un’Italia in cui la propaganda putiniana non manca di far sentire la sua forza penetrante nell’opinione pubblica, non serve aggiungerci errori delle nostre migliori organizzazioni.

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