Cosa portiamo nel 2026

Enrico Galiano: «Nell’imperfezione di una lettera scritta a mano, c’è quell’autenticità che tutti cerchiamo»

Qual è l'oggetto da riscoprire nel 2026? L’insegnante e scrittore friulano ne è convinto: «Verrà un giorno in cui scrivere lettere con la penna sarà una professione. Siamo tutti alla ricerca di una voce vera, sporca, imperfetta, anche sui social. L’onestà di una macchia di inchiostro sul foglio è quello che manca sempre di più nelle nostre vite»

di Daria Capitani

Non siamo ciò che possediamo, questo è chiaro. Ma è pur vero che gli oggetti che ci stanno accanto nella quotidianità plasmano il nostro essere. Quali sono allora “le cose” che segneranno l’anno che verrà? Quali gli oggetti da riscoprire? Quali quelli da guardare sotto una nuova luce? Nei giorni a cavallo tra il vecchio e il nuovo anno, ripartiamo da qui: le cose. Senza troppi discorsi, senza troppa teoria. Gli oggetti. A ricordarci che la realtà precede le nostre parole e che l’esercizio da fare è sempre quello, paziente, di adeguare le parole alla realtà che cambia tumultuosamente e sempre ci sfugge. In fondo oggi non siamo più solo nell’epoca della post-verità, siamo in quella della post-realtà. Non è un caso che da poco sia uscito un libro titolato La realtà è sopravvalutata (lo ha scritto Alfredo Gatto). Il contesto in cui siamo immersi lo descrive bene Mattia Ferraresi nel suo I demoni della mente: in questa epoca «segnata dal dominio incontrastato del soggetto», la grande certezza è che «la realtà non esiste». È qui che prosperano i complottismi, le dietrologie e prende forma un’epoca «in cui non si ha fiducia in niente ma si crede a tutto». Se vogliamo arginare lo scivolamento verso una concezione della realtà come luogo inconoscibile e tutto sommato ostile per chi lo abita, occorre forse ripartire da qui: «dare all’oggetto una possibilità». Quello che è nato come un gioco per i giorni di festa, così, è diventato un gioco serissimo. Buona lettura e buon anno! (SDC)

Enrico Galiano è un insegnante alla scuola secondaria di primo grado in un piccolo comune del Friuli Venezia Giulia. Autore di libri di grande successo, su Instagram si descrive così: «Insegno, scrivo, faccio video». E in effetti sì, oltre a insegnare e a far riflettere (non senza ironia) in video, scrive. Post, romanzi e lettere aperte.

Nell’ultimo anno ha scritto a studenti e colleghi insegnanti, agli adulti in generale e persino agli addominali di Stefano Accorsi, colpevoli di aver scardinato l’immagine di eroe imperfetto a cui un’intera generazione si era affezionata. Non sorprende quindi che nel nuovo anno voglia portare con sé una lettera, ma non una di quelle a cui ci ha abituato, consegnate all’etere. No, «una lettera di carta, scritta a mano, con la penna. Meglio se macchiata d’inchiostro e con gli errori di ortografia corretti con una riga sopra».

Da dove nasce la passione per le lettere? «C’è un film che ho amato molto, si chiama Her di Spike Jonze, che è stato in grado di anticipare il futuro. È uscito 12 anni fa, immaginando un mondo in cui le persone coltivano relazioni con le intelligenze artificiali», racconta. «Il protagonista scrive lettere a mano per professione. Ecco, io credo che questa sia una delle previsioni più azzeccate sugli anni che verranno: ci saranno persone che per lavoro compiranno azioni che oggi ci sembrano vintage o dimenticate». Come scrivere una lettera con carta e penna.

L’autenticità di una linea tracciata con la biro è quello che sentiamo mancare sempre più nelle nostre vite e nei contenuti di cui siamo spettatori

Enrico Galiano, insegnante e scrittore

«Vi siete accorti che sui social sta succedendo qualcosa?», chiede. «In un contesto in cui una grande quantità di mezzi espressivi e tecnologici consente anche ai più sprovveduti di creare contenuti di altissima qualità visiva, i video che raggiungono un maggiore impatto sono quelli in cui l’autore appoggia il telefono su un tavolino e racconta una storia, magari mentre si trucca, prepara il pranzo o si veste. Il concetto è che tutti noi stiamo iniziando ad allontanarci dalle seduzioni dell’artificiale e siamo alla ricerca ovunque, anche sui social, di una voce vera, sporca, imperfetta».

Ed è qui che viene la lettera. «È forse uno dei simboli più puri di un mondo che da un lato è sparito ma che dall’altro tutti vogliamo ritrovare: l’autenticità di una linea tracciata con la biro è quello che sentiamo mancare sempre più nelle nostre vite e nei contenuti di cui siamo spettatori».

Galiano riceve almeno una o due lettere ad ogni presentazione dei suoi libri. «Le conservo tutte. Sono scritte dai più giovani, molte restano nella memoria. Come lo sfogo di una liceale che non si riconosceva più in un sistema scolastico spersonalizzante e burocratizzato. L’avete letta sui quotidiani, ma prima di “consegnarla” al mondo, ha scelto me come depositario di un messaggio prezioso». Ne scrive di lettere nelle sue giornate? «L’ultima ieri sera, insieme a mia figlia, sulle tovagliette di un pub. Io ho creato una poesia per lei, lei ha inventato qualche barra rap. La lettera non deve per forza essere “canonica”. A volte basta incominciare una mail con “Caro Giovanni…” per cambiare il modo di pensare e comunicare».

Per la serie di interviste “Cosa portiamo nel 2026” leggi anche:

Matteo Lancini, lo smartphone

Valentina Tomirotti, l’interruttore

La fotografia è di Yuma Martellanz

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