Innovazione

Fare bene il bene: il welfare di domani tra sfide e opportunità

Dalla co-programmazione come strategia per il Terzo settore alla necessità di una longevità in salute, passando per una filantropia «evoluta» che sappia influenzare l'innovazione sociale: con il ciclo di incontri «Autumnalia», Fondazione Asm ha dato il via a una riflessione sul welfare del futuro

di Francesco Crippa

«Non basta fare il bene, bisogna anche farlo bene». È a partire da questo adagio di Denis Diderot che Fondazione Asm ha deciso di avviare una riflessione sul futuro del welfare e sui percorsi di trasformazione e crescita che si estendono davanti al Terzo settore. Tante realtà che operano sul fronte sociale, infatti, si trovano spesso spaesate proprio perché, ha spiegato il presidente della Fondazione, Felice Scalvini, mancano i «punti di riferimento concettuale strategici per il futuro, in grado cioè di permettere di fronteggiare le varie sfide concrete con un apparato culturale e informativo adeguato». Con il ciclo di incontri Autumnalia – Dialoghi per il welfare futuro, svoltosi dal 12 al 26 novembre negli spazi dell’associazione culturale Carme di Brescia, Fondazione Asm ha provato a individuarli, mettendo al centro del dibattito tre parole cardine: co-programmazione, longevità, nudge.

Co-programmazione: la strada del Terzo settore per farsi protagonista

Sebbene l’articolo 55 del Codice del Terzo settore preveda che la pubblica amministrazione assicuri il coinvolgimento attivo degli enti del Terzo settore (Ets) «attraverso forme di co-programmazione e co-progettazione e accreditamento», troppo spesso la collaborazione salta il primo step. «Serve un cambio di forma mentis: da un lato, la Pa non deve considerarsi come unico depositario della cura degli interessi della comunità; dall’altro, il Terzo settore non deve essere un soggetto che supinamente attende indicazioni dalla Pa», ha detto nel corso del primo incontro – Coprogrammare: un Terzo settore capace di alzare l’asticellaAlessandro Lombardi, direttore generale del ministero del Lavoro. Ma, ha aggiunto, nel fatto che la co-programmazione sia rimasta in secondo piano «non vedo tanto una carenza dell’attore pubblico», quanto l’assenza di un Ets capaci di portarla avanti. «Un ente del Terzo settore che sia in grado di proporre l’avvio di un percorso di co-programmazione presuppone che abbia una visione generale di un dato tema, cioè disponga di dati e sia in grado di mettere sul tavolo elementi fondati. Non è un andare dalla pubblica amministrazione e dire “Voglio fare un percorso di co-programmazione su questo tema”, ma un dire “Voglio farlo perché ho riscontrato che…”. E se un un ente non ha questa capacità, deve relazionarsi con gli altri per crearla».

In questa critica al Terzo settore gli ha fatto eco Gianfranco Marocchi, Gianfranco Marocchi, sociologo e condirettore della rivista Impresa sociale: «Di 40 casi di amministrazione condivisa tra Terzo settore e Pa che ho seguito recentemente, solo sei erano percorsi di co-programmazione e solo uno era partito da un Ets», ha detto. «Di base, nel Paese c’è poca cultura della co-programmazione. La sfida è crearla». Per Marocchi, una strategia per farlo è rendere la co-programmazione più immaginabile, meno scoraggiante, perché spesso gli Ets si trovano in una situazione in cui si interfacciano con un ente pubblico che però dopo un determinato periodo di tempo cambia nelle persone e nella linea di indirizzo. Quello che serve, invece, «è una stabilizzazione dei soggetti e un allungamento dei tempi di ragionamento».

Accanto a questo, dal primo incontro di Autumnalia è emersa anche la necessità di reperire maggiori risorse per la co-programmazione, proprio perché spesso gli Ets più piccoli non le hanno. Una strada, suggerita dal presidente di Fondazione Asm Scalvini e accolta da Lombardi, potrebbe essere quella di attuare politiche pubbliche di distribuzione di incentivi per azioni di programmazione collettiva.

In che mondo vogliamo invecchiare?

Nel secondo appuntamento, Longevità: da un grande successo, quali opportunità per tutti, Elisabetta Donatisociologa e responsabile scientifica di Fondazione Ravasi Garzanti, e Nic Palmarini, direttore del National innovation centre for ageing Uk, hanno dialogato sul tema dell’invecchiamento individuale e collettivo. L’allungamento della vita è uno dei più grandi successi dell’umanità, ma al tempo stesso è poco valorizzato, perché persiste un approccio, anche da parte delle istituzioni, ad affrontare il tema solo dal punto di vista del come prendersi cura degli anziani bisognosi e del come pagare le pensioni. Dalle storie di longevità delle persone, invece, è possibile pensare politiche nuove, che sappiano costruire una «città della longevità». «C’è una rigida categorizzazione quando si parla di invecchiamento: o stai bene e sei tra gli anziani attivi, oppure piombi tra i bisognosi e i non autosufficienti», ha sottolineato Donati. Invece, c’è anche una fascia grigia ricca di esperienze individuali che possono essere di esempio per tutti: «Se si ascoltassero gli anziani, ci si accorgerebbe che esistono sentieri informali che le persone tracciano per mantenere la propria esistenza autonoma, viva. Riuscire a fotografarli sarebbe un bene per tutti». In questo modo, infatti, sarebbe possibile studiare iniziative che, per esempio, evitino l’isolamento e la solitudine.

Per Palmarini, costruire una «visione politica della longevità», però, è difficile. «Ci sono due motivi: il primo è che non si è ha ben chiaro cosa si intende con “longevità”, che è l’invecchiamento inteso come accumulo di esperienze, distinto dalla senescenza inteso come invecchiamento biologico. Il secondo è che non abbiamo chiara l’idea del mondo in cui vorremmo vivere», al punto che chi oggi si trova a fare da caregiver a un parente anziano si immagina la propria vecchiaia alla stessa maniera. Eppure, dovrebbe essere il nostro primo pensiero, anche perché l’Italia corre veloce verso l’invecchiamento collettivo. «Siamo all’avanguardia di come sarà il mondo, perché siamo un Paese che invecchia e che non fa figli», ha sottolineato Palmarini. Per questo, serve un cambio di paradigma: basarsi sull’aspettativa di vita non basta più, bisogna introdurre il concetto di «aspettativa di vita in salute». Il divario tra i due indicatori parla chiaro: 83 anni contro 71. «Non possiamo permetterci di avere persone non in salute, cinicamente anche solo da un punto di vista economico». Servirebbe, dunque, un «ministero di Scopo», ha detto provocatoriamente Palmarini, che aiuti a progettare la nostra esistenza sul lungo periodo, anche dopo l’uscita dal mondo dal lavoro. «Il lavoro nasconde la nostra partecipazione al bene pubblico, ma non è l’unica strada che abbiamo per farlo», ha sottolineato.

La «spinta gentile» per il welfare

Gli enti filantropici, per definizione, hanno risorse (economiche e culturali) da investire nel sociale, ma la domanda, spesso, è: come farlo? Aspettare la sollecitazione, la richiesta da parte di un ente del Terzo settore oppure si possono immaginare strategie per metterle in campo ed esercitare un’influenza positiva sul proprio contesto di riferimento? È su questi temi che si sono confrontati Antonio Danieli, presidente di Assifero, e Riccardo Viale, professore ordinario di Scienze comportamentali ed Economia cognitiva all’Università di Milano Bicocca e presidente del centro di ricerca Behavioral insights dell’ateneo, nel corso dell’ultimo incontro, «Nudge»: parola per una filantropia evoluta.

In inglese, «nudge» significa «spinta gentile» e indica una strategia comportamentale che sfrutta piccoli, spesso impercettibili interventi sull’ambiente decisionale per incoraggiare le persone a fare determinate scelte desiderate invece che altre. In questo senso, una filantropia «evoluta», come suggerito da Fondazione Asm, è una filantropia che non aspetta la chiamata, ma che investe nel sociale per determinare dei cambiamenti. Ovviamente ciò implica degli aspetti etici: «Quando parliamo di nudging e donazioni, possiamo individuare quattro tipi di filantropi», ha spiegato il professor Viale. «Ci sono i filantropi “convinti”, quelli “deboli”, quelli “neutrali” e i “misantropi”, cioè quelli che non sono per nulla propensi a donare. È etico un spingere un misantropo o un neutrale a donare? Dove si sconfina nella manipolazione?». Una questione, ha sottolineato Viale, che si ricollega alla distinzione kantiana tra «dovere perfetto» e «dovere imperfetto»: se, per esempio, accade un disastro naturale nella propria città e serve reperire delle risorse, si parla di dovere perfetto, che giustifica la spinta gentile nei confronti di un soggetto facoltoso anche se questi è un donatore neutrale o misantropo. Se, invece, l’obiettivo è un generico «aumentare la felicità delle persone», si configura un dovere imperfetto ed è qui che entra in gioco l’etica degli enti filantropici. Ma, ha richiamato Danieli, «questo tipo di responsabilità è insita nella filantropia stessa».

Secondo il presidente di Assifero, il mondo italiano della filantropia si sta muovendo sempre di più in questa direzione, ma serve attenzione. «Il nudging va dosato. Serve prima un dialogo che instauri fiducia tra un ente filantropico e un ente del Terzo settore, perché se c’è una situazione in cui un Ets riceve un’erogazione ma poi è troppo vincolato al monitoraggio o a una valutazione da parte del donatore, non si ha un esito positivo». Se, al contrario, l’ente filantropico investe nel sociale, sia pure attraverso un progetto specifico, ma rimane sullo sfondo, allora l’effetto può essere come quello di una puntura, che interviene su un piccolo punto per generare un effetto diffuso. Una filantropia evoluta, cioè, non deve mirare solo a un impatto quantitativo, ma anche qualitativo. «Prendiamo il caso di un ente che fa un’erogazione a un’associazione che si occupa di raccogliere donazioni di sangue», ha esemplificato il professore Viale. «La valutazione dell’impatto è semplice: basta vedere quanto aumentano le donazioni di sangue in relazione al finanziamento. Ma l’ente donatore potrebbe anche aiutare il beneficiario a migliorare in senso comportamentale la raccolta del sangue, cioè aiutarlo a creare una maggiore consapevolezza nella società rispetto a questo tema o rendendolo più accessibile».

Per Danieli, affinché la filantropia riesca a seguire questa strada serve un cambio di approccio: «Il Terzo settore deve essere un compagno di viaggio per la filantropia, non un cavallo da cavalcare», ha detto Danieli. Per favorire questo approccio, una delle soluzioni suggerite ad Autumnalia, oltre a una sburocratizzazione delle procedure di accesso ai bandi di finanziamento attivati dagli enti filantropici, è quella di «premiare i soggetti più che i progetti»: premiare, cioè, chi persegue certi obiettivi attraverso un’azione lunga e articolata, piuttosto che finanziare progetti a tempo.

Ad ogni modo, il rapporto tra filantropia e nudgning non si risolve solo nel rapporto con il Terzo settore, ma anche in quello con le istituzioni. «Gli enti filantropici possono influenzare le politiche pubbliche in determinate direzioni. Primo, perché hanno il polso della situazione proprio sulle variabili che vanno toccate affinché si raggiungano certi obiettivi. Secondo, perché possono in prima persona attuare alcuni servizi in campo sociale che interessano alle istituzioni», ha sottolineato il professor Viale.

In apertura: «Nudge»: parola per una filantropia evoluta, il terzo incontro di Autumnalia – Dialoghi per un welfare futuro. Da sinistra: Riccardo Viale, Felice Scalvini e Antonio Danieli

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