Il caso Trevallion

Figli allontanati, le trappole in cui cadiamo quando ne parliamo

Dove vanno i bambini quando un Tribunale decide l'allontanamento temporaneo dai loro genitori? “Casa famiglia” è una definizione inventata: esistono le comunità di accoglienza familiari e quelle educative. La potestà genitoriale non esiste più. Se le parole hanno un valore, bisogna usare quelle giuste. Per esempio ricordando che ogni allontanamento è deciso dallo Stato, che nessun provvedimento arriva dall'oggi al domani e che in quel tempo di sospensione si lavora per il rientro in famiglia. Le riflessioni di Sara Santi, della cooperativa Il Melograno di Milano e l’appello di Liviana Marelli, referente del Coordinamento nazionale comunità accoglienti: «Smettiamo di maltrattare il sistema sociale o nessuna famiglia si farà più aiutare e nessun professionista ci vorrà più lavorare»

di Chiara Ludovisi

Dove va un bambino quando viene allontanato dalla sua famiglia? Cosa accade dopo quella separazione drammatica e a volte eclatante, come nel caso della “casa nel bosco” (su VITA hanno scritto Giampaolo Cerri, Sara De Carli e Veronica Rossi)?

C’è chi parla di casa famiglia, chi di centro di accoglienza, chi di comunità, chi genericamente di struttura: ma quali sono le possibili destinazioni di un bambino o di un adolescente quando vengono allontanati dai propri genitori? Fare chiarezza non è facile, anche per via delle solite, immancabili differenze regionali: ciò che ha un nome in Lombardia avrà probabilmente un nome diverso in Piemonte, in Abruzzo o in Campania.

Abbiamo voluto comunque provare a fare un po’ di ordine nelle parole, che sono sempre – e in alcuni casi più che in altri – cariche di idee e di valori. Un conto è dire “orfanotrofio”, un conto è dire “casa famiglia”. Un conto è dire “sottrarre”, un conto è dire “collocare” o “mettere in protezione”. Un conto è dire “potestà genitoriale”, un conto è dire “responsabilità”. Di questo abbiamo parlato con Sara Santi, referente per l’area residenzialità della cooperativa Il Melograno di Milano e con Liviana Marelli, referente nazionale Infanzia del Cnca (Coordinamento nazionale comunità accoglienti).

Un tempo di respiro: serve a capire, non a punire

«Esistono delibere delle diverse giunte regionali che definiscono diverse cornici e caratteristiche nei diversi territori, ma un punto è comune: l’allontanamento del minore dalla famiglia di origine nasce come temporaneo, in presenza di fattori di pregiudizio che fanno temere che quella famiglia, in quel momento, non sia idonea per quel minore. È un tempo di respiro che serve per capire, non certo per punire. Durante quel periodo matura una valutazione: se ne conoscessimo già l’esito, non ne avremmo bisogno. Insomma, quando si allontana un minore dalla famiglia di origine nulla è deciso né tanto meno definitivo: tutto è molto più aperto di quanto non si creda», chiarisce Santi.

Dove vanno i bambini? Le diverse forme di accoglienza

Per quanto riguarda le possibili “destinazioni” dei bambini allontanati, anche qui una premessa è d’obbligo: «Da ormai vent’anni in Italia non esistono più gli orfanotrofi con centinaia di posti letto, grandi camerate, bacchette, sgabuzzini e punizioni», ricorda Santi. Premessa d’obbligo visto che ancora recentemente persino atti ufficiali del ministero della Famiglia parlano di istituti che non esistono più. «Parliamo sempre di strutture piccole, che somigliano il più possibile ad una casa e ad una famiglia».

Attività con i ragazzi del Melograno

Strutture che cambiano caratteristiche e denominazione a seconda di come sono organizzate: «Ci sono le comunità familiari, che molti chiamano case-famiglia, dove è presente una coppia adulta stabile, non necessariamente sposata, ma non professionale, che richiama le figure genitoriali ed è affiancata da personale educativo competente. Queste comunità sono particolarmente adatte ai più piccoli», spiega Santi.

«Poi ci sono le comunità per minori, in cui è presente solo personale educativo che ruota con turnazione sulle 24 ore». E poi ci sono le cosiddette comunità genitore-figlio, più spesso di fatto mamma-bambino: «Sono per le situazioni in cui uno dei due genitori è ritenuto capace di svolgere il proprio ruolo: di solito la mamma, ma esistono anche comunità per padri e figli, per quanto siano poche», precisa Santi.

L’affido familiare, «esplosione di impegno civico»

E poi c’è una quarta, possibile destinazione, che secondo Santi andrebbe valorizzata e sostenuta: l’affido familiare. «È un percorso che bisognerebbe promuovere, come esplosione dell’impegno civico massimo in un fondamentale percorso di cura. La famiglia affidataria permette alla famiglia di origine di prendere respiro, o riprendersi dopo un trauma, liberarsi di una dipendenza, superare un lutto. Noi pensiamo sempre ai casi limite, ma ci sono situazioni molto più vicine a tutti noi, in cui le famiglie si trovano in difficoltà e hanno bisogno di riprendersi. L’affido familiare permette ai bambini e ai ragazzi di mantenere un rapporto costante con almeno una parte della famiglia di origine: un rapporto che può essere mediato, laddove necessario, da spazi neutri».

Nessuno strappo, la famiglia si cura

E questo è il terzo malinteso da sfatare: «Sia che il bambino allontanato vada in una comunità, sia che vada in una famiglia affidataria, il rapporto con la famiglia d’origine non è tranciato: l’assistente sociale non “strappa” i figli ai genitori, neanche nei casi di allontanamento più terribili (per esempio in seguito ad abusi o violenze): il diritto è garantista rispetto al minore, ma anche rispetto alla famiglia d’origine, che viene sostenuta affinché recuperi le proprie capacità e responsabilità in modo da garantire il rientro del minore. Ogni percorso vuole avere questo come finale: purtroppo non sempre è possibile, ma sempre il legame con i genitori viene curato e, laddove possibile, riparato e rafforzato», assicura Santi.

Sia che il bambino allontanato vada in una comunità, sia che vada in una famiglia affidataria, il rapporto con la famiglia d’origine non è tranciato: l’assistente sociale non “strappa” i figli ai genitori, neanche nei casi di allontanamento in seguito ad abusi o violenze

Sara Santi, cooperativa Il Melograno

L’allontanamento non è mai “a cuor leggero”

L’ultimo maliteso è che l’allontanamento sia una misura decisa in tempi brevi e con una certa leggerezza: «Negli ultimi anni, il carico di lavoro dei servizi sociali e del sistema della giustizia minorile ha rallentato i tempi di alcune decisioni: di conseguenza, oggi è più facile che non sia allontanato un bambino che ne avrebbe bisogno, piuttosto che avvenga il contrario, ovvero un allontanamento senza ragioni fondate. Quando ci troviamo davanti a un allontanamento, mi sento di dire che possiamo essere certi al 99% che ci fossero tutte le ragioni per farlo. Piuttosto mi chiederei: quanti bambini sono rimasti in famiglia quando c’erano tutte le ragioni e i pregiudizi per un allontanamento?», si domanda infine Santi.

Il “maltrattamento” del servizio sociale

E qui il cerchio si chiude e torniamo alla narrazione che, evidentemente, contribuisce a produrre e diffondere quei malintesi messi in luce da Sara Santi. Liviana Marelli, per molti anni assistente sociale, già responsabile di servizi per minori in enti pubblici, direttore generale della cooperativa sociale La Grande Casa e referente nazionale Infanzia del Coordinamento Nazionale Comunità Accoglienti – Cnca, da oltre trent’anni si occupa di tutela minorile, accoglienza, comunità educative e sostegno alle famiglie in difficoltà.

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Liviana Marelli, responsabile Coordinamento Nazionale Comunità Accoglienti – Cnca

Quali sono, a suo avviso, i principali malintesi sugli allontanamenti?

Più che malintesi, direi pregiudizi, in una narrazione negativa rispetto al sistema della tutela e protezione di minori e famiglie, che continua nostro malgrado ad essere tale. Il pregiudizio parte dal presupposto che tutti possano entrare nel merito di sentenze e situazioni specifiche. Nel caso di Palmoli di cui si parla tanto in questi giorni, è stata diffusa addirittura l’ordinanza del Tribunale e questo è sbagliatissimo: l’errore macroscopico è pensare che l’opinione pubblica e la stampa abbiano il diritto di intervenire in vicende non conosciute. C’è un aspetto che in questi giorni viene taciuto: mentre i genitori possono parlare con chi vogliono, i magistrati, gli assistenti sociali e gli operatori non possono farlo per deontologia professionale. E questo dà luogo a una narrazione parziale e fuorviante.

C’è un aspetto che in questi giorni viene taciuto: mentre i genitori possono parlare con chi vogliono, i magistrati, gli assistenti sociali e gli operatori non possono farlo per deontologia professionale. E questo dà luogo a una narrazione parziale e fuorviante

Liviana Marelli, referente nazionale Infanzia Cnca

I mass media insomma non stanno facendo un buon lavoro. Cosa dovrebbero fare?

Un passo indietro: di fronte a vicende come questa, i giornalisti dovrebbero avere l’attenzione di non parlarne o di parlarne in termini corretti. Per esempio, precisando che i servizi sociali, quando intervengono, lo fanno perché hanno ricevuto mandato dallo Stato, o dal tribunale. In secondo luogo, che nessun provvedimento è preso a cuor leggero, o dall’oggi al domani, ma solo a seguito di tanti approfondimenti e tentativi. Terzo, che nessuna decisione è definitiva. Già questi sono tre elementi mancanti nella narrazione comune, che così si presta facilmente a strumentalizzazioni a fini politici e propagandistici che ritengo vergognose.

L’allontanamento quindi è raccontato male. E le strutture?

Molto male anche queste: ancora si parla delle comunità come fossero lager. E anche i termini sono scorretti: “casa-famiglia”, per esempio, è una parola inventata, che sintetizza in una sola etichetta un mondo che nella realtà è molto più variegato. Una terminologia nazionale di fatto non esiste, perché la titolarità in materia è delle regioni. Il ministero del Lavoro e delle Politiche sociali ha emanato delle Linee di indirizzo per l’accoglienza nei servizi residenziali, ma sono orientamenti, raccomandazioni, che diventano norma solo se regioni le ratificano: le ultime, risalenti a febbraio 2024, sono state ratificate solo dal Lazio. Per semplificare, possiamo parlare di comunità di accoglienza per minori, che si distinguono tra educative (con professionisti turnanti) e familiari (con adulti stabili). Quel che è certo – e ci tengo a sottolinearlo – è che nessuna comunità accoglie nessun minore senza mandato dell’ente pubblico.

Si fa tanta confusione anche rispetto alle diverse figure professionali coinvolte nel sistema di protezione e tutela. Quali sono le maglie principali di questa rete di sostegno?

Iniziamo col dire che anche in questo caso la narrazione è per lo più negativa: questo non va bene, perché se continuiamo così le persone non andranno più a farsi aiutare.

Il primo luogo di accesso è l’ente pubblico, che è dotato di funzioni di servizio sociale (può essere un assistente sociale, nei Comuni piccoli, o un’équipe multidisciplinare), a cui le famiglie possono arrivare spontaneamente o su segnalazione. Quando il servizio sociale incontra la famiglia, cerca di conoscerla e comprendere i problemi, offre servizi di supporto di varia natura: colloqui, educativa familiare, frequenza di un centro diurno, oppure un affido diurno (che non hanno bisogno di un provvedimento tribunale) e intanto accompagna la famiglia, perché torni ad essere capace di gestire positivamente la propria funzione familiare. In questa fase, vengono coinvolti tutti gli altri soggetti che possono essere valorizzati, come la neuropsichiatria infantile, il sostegno scolastico, l’educativa domiciliare, o altre risorse presenti sul territorio.
Qualora, nonostante questi interventi, permangano nella famiglia difficoltà e carenze, allora occorre che un altro soggetto assuma la responsabilità genitoriale parzialmente o totalmente, mentre alla famiglia d’origine viene limitata o sospesa questa che non si chiama più “potestà” – termine ancora impropriamente diffuso – ma appunto responsabilità genitoriale. In questo caso, avviene la segnalazione al tribunale dei minorenni, che valuta il caso, sente i genitori, nomina il curatore speciale per minori e col tempo assume la decisione. Solo il tribunale è titolato a intervenire rispetto alla decadenza o limitazione della responsabilità genitoriale e dà prescrizioni a i genitori stessi per superare le criticità. Il tribunale decide, il servizio sociale esegue.

A questo punto, se si decide l’allontanamento, questo non è mai eterno: la norma parla di un massimo di 24 mesi. E i dati ci parlano di un’età media sempre più alta: in comunità oggi arrivano prevalentemente adolescenti e questo la dice lunga sulla fatica della prevenzione. È chiaro che se i ragazzi arrivano a 16-17 anni, le comunità lavorano per l’avvio all’autonomia, anche in alloggi dedicati.

Qual è oggi il livello di saturazione e affanno dei servizi dedicati alla protezione e la tutela di minori e famiglie?

Una narrazione così negativa su servizi e operatori fa sì che queste professioni attirino sempre meno: oggi si fa fatica a trovare operatori e ho paura che, se non faremo qualcosa, non li troveremo più. La facoltà di Servizio sociale di Brescia per esempio ha ricevuto un numero molto esiguo di nuovi iscritti e la facoltà di Scienze dell’Educazione ha registrato un calo delle iscrizioni del 35%. Le comunità chiudono perché non ci sono operatori e quelli che ci sono soffrono per stipendi bassi e una cornice di narrazione che certo non li valorizza. La passione e l’impegno politico, in senso civico, tengono ancora, ma dobbiamo essere capaci di rivalutare la professione di aiuto, affinché attragga i giovani. C’è una grave crisi degli organici sia nei servizi pubblici che nel privato sociale: una crisi legata sia all’incremento delle situazioni di disagio (soprattutto dal punto di vista psichico e relazionale) ma anche al maltrattamento di un sistema sociale di protezione dei minori che è fiore all’occhiello del nostro Paese.

Anziché valorizzare il sistema sociale, si sta rafforzando quello punitivo, con l’idea diffusa che chiudere dentro e inasprire le pene sia l’unico modo per sentirci tutti più sicuri. E così riempiamo gli Ipm senza alcuna prospettiva, dimenticando che ci si salva solo insieme. Non è pensabile che una parte di società possa salvarsi senza prendersi cura di quella parte di società che invece sta facendo fatica. Bisogna smettere di maltrattare il sistema sociale e iniziare a dare il giusto valore e riconoscimento (anche economico) a chi ci lavora.

Foto di apertura e foto interne fornite dalla cooperativa Il Melograno. La foto di Liviana Marelli è stata fornita dall’intervistata

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