Alleanze

Finanza e Terzo settore, dialogo per un nuovo abitare sociale

Il nostro Paese vive un crescente bisogno di infrastrutture sociali nel settore dell’abitare, ma ha anche una percentuale molto elevata di spazi, pubblici o confiscati, non utilizzati. Su questi temi finanza sociale e Terzo settore si sono confrontati nell'edizione 2025 di "Cantieri viceversa". Tra richiamo al capitale pubblico e necessità di convogliare capitali privati, la proposta, precisa il coordinatore dei lavori Giuseppe Di Francesco, di «destinare stabilmente una quota del Fondo unico di giustizia - Fug alla messa in sicurezza, alla ristrutturazione e alla riattivazione dei beni confiscati»

di Alessio Nisi

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Un mix di strumenti finanziari in cui da una parte c’è il richiamo al capitale pubblico e all’utilizzo del Fondo unico di giustizia – Fug e non solo, ma dall’altra i titoli di solidarietà e il social bonus come leve per «convogliare capitali privati sugli enti del Terzo settore». Due strumenti ancora poco utilizzati. I primi non sono operativi, perché fanno parte cioè di quella parte di di Codice del Terzo settore che ancora non ha ricevuto l’autorizzazione comunitaria» e sul quale «il sistema bancario attende risposte».

Il social bonus invece «è ufficialmente operativo da settembre 2024 ed è uno strumento che riconosce un credito di imposta significativo a quei cittadini e a quelle imprese che donano a enti del Terzo settore impegnati in progetti per il riuso e per la riqualificazione di beni pubblici inutilizzati o di beni mobili o immobili confiscati». Uno strumento «potente, che va un po’ illuminato per renderlo più conosciuto».

Sono alcuni degli strumenti di finanza sostenibile per gli enti del Terzo settore emersi dai tavoli di lavoro dei Cantieri Viceversa e sintetizzati da
Giuseppe Di Francesco, coordinatore dell’iniziativa per il Forum nazionale del Terzo settore.

A Roma un momento dalll’evento conclusivo della settima edizione di Cantieri viceversa, l’iniziativa che fa incontrare e dialogare Terzo settore e mondo finanziario e assicurativo, promossa dal Forum Terzo settore e Forum per la finanza sostenibile.

Da una parte il nostro Paese vive un crescente bisogno di infrastrutture sociali nel settore dell’abitare, ma dall’altra ha una percentuale molto elevata di spazi, pubblici o confiscati, non utilizzati

Strumento di dialogo

«Un progetto», spiega, «cogestito fin dall’inizio dal Forum nazionale del Terzo settore e dal Forum della finanza sostenibile», uno «strumento per favorire il dialogo tra enti del terzo settore e operatori finanziari», ma soprattutto un «luogo per promuovere nel Terzo settore una maggiore consapevolezza sul ruolo della finanza sostenibile come strumento per accompagnare i processi di cambiamento di crescita di sviluppo di trasformazione e dall’altra per far comprendere al mondo della finanza come funziona il Terzo settore» stesso. 

Dopo sei edizioni e quattro Summer school, i Cantieri quest’anno hanno un po’ ridefinito il loro format, lavorando sempre sui nuovi strumenti della finanza per il Terzo settore, ma declinandoli su due temi specifici: i beni immobili confiscati alle mafie e il bisogno di infrastrutture sociali, in particolare nel campo dell’abitare

Cantieri Viceversa, un’immagine dalla Summer school 2025, che si è tenuta 1 e 2 luglio a Salerno

Più di 20 mila beni confiscati inutilizzati

Secondo i dati del Report di Cantieri viceversa 2025, che racconta proprio lavori e le proposte emerse durante la summer school di luglio, a Salerno, in Italia ci sono più di 45mila beni immobili confiscati alla mafia.

Più di 20 mila sono formalmente destinati a istituzioni ed enti locali, più di 23 mila sono gestiti dall’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata, in attesa di essere utilizzati o venduti.

A questi si affiancano migliaia di beni immobili di proprietà pubblica, anch’essi non utilizzati o sottoutilizzati. Contemporaneamente, l’Italia presenta uno dei più bassi tassi di edilizia residenziale pubblica in Europa (4% contro una media Ue del 9%) e un’offerta carente di housing sociale, studentati, residenze per giovani e adulti fragili. 

Restituire i beni confiscati al sociale

Il report si focalizza innanzitutto le difficoltà che affrontano gli enti di Terzo settore nel riattivare i beni immobili confiscati, tra cui molto spesso il pessimo stato in cui riversano, l’assenza di risorse economiche, i problemi burocratici nella regolarizzazione urbanistica.

Sovente, poi, la gestione da parte del Terzo settore è particolarmente onerosa e complessa e la concessione a titolo gratuito del bene non basta a compensare il carico di impegno che si assume l’ente.

«Come facciamo a far sì che siano di più i beni confiscati realmente restituiti all’utilizzo pubblico e sociale?», si interroga Di Francesco. A partire da questa spinta, dai tavoli di lavoro sono emersi tre percorsi di discussione che hanno riguardato la governance, gli strumenti per la sostenibilità e quelli per la valutazione d’impatto.

Giuseppe Di Francesco, dirigente Arci e presidente di FairTrade Italia

Attivare modelli cooperativi pubblico-privato

Per quanto riguarda la governance, l’obiettivo è quello di attivare modelli cooperativi tra pubblico, Terzo settore, finanza e cittadinanza, coinvolgendo ciascun attore in alleanze stabili per mobilitare risorse dormienti e innovare istituzioni e pratiche. «La governance territoriale deve costruire relazioni di fiducia e di collaborazione tra finanza e Terzo settore».

Gli strumenti giusti

«Quali sono gli strumenti finanziari per sostenere i progetti di riqualificazione dei confiscati?», aggiunge ancora Di Francesco. «Che ruolo possiamo riservare rispetto alla sostenibilità agli operatori finanziari», le domande rispetto al tema della sostenibilità, in relazione alla quale è emersa la necessità «di condizioni stabili», «di comodati lunghi, per fare in modo che la gestione possa deve dispiegarsi su un tempo più esteso».

Ma anche l’importanza di mobilitare tutto l’ecosistema finanziario, «costruendo un mix sostenibile di risorse tra finanziamenti pubblici, risorse private» e «di garanzie anche di tipo assicurativo». 

Il Fondo unico di giustizia

In un quadro dunque in cui c’è un «gap di tipo infrastrutturale che spesso non consente di rendere» il patrimonio dei beni confiscati «realmente utilizzabile a fini sociali», e in cui sono necessari nuovi strumenti finanziari «che accompagnino i processi di ristrutturazione e di adeguamento (gli hard cost)», è emersa soprattutto l’idea «dell’utilizzo del Fondo unico di giustizia – Fug», come, si legge nel report, “leva stabile per finanziare il riuso sociale e produttivo dei beni confiscati”. 

Cos’è il Fug. Il Fug è un fondo istituito nel 2008, in cui confluiscono le somme di denaro, le disponibilità finanziarie e in alcuni casi anche i proventi della vendita, di beni sottoposti a sequestro o confisca nell’ambito dei procedimenti antimafia e anticorruzione.

Ogni anno, con un decreto della presidenza del Consiglio, queste risorse vengono ripartite quasi interamente tra il ministero dell’Interno e il ministero della Giustizia. Oggi, però, quel flusso finanziario (che in alcuni anni ha raggiunto centinaia di milioni di euro complessivi) non è ancora pensato per essere utilizzato, in tutto o in parte, come capitale di investimento sociale per i beni confiscati. 

«La nostra proposta», puntualizza Di Francesco, «è destinare stabilmente una quota del Fug alla messa in sicurezza, alla ristrutturazione e alla riattivazione dei beni confiscati. In questo modo», sottolinea, «potremmo far sì che migliaia di beni sottoposti a confisca e ancora inutilizzati diventino infrastruttura sociale per il Paese». 

Per il coordinatore di Cantieri viceversa «l’atto di giustizia penale che sta dietro alla confisca del bene deve trasformarsi e generare una politica di coesione territoriale, utilizzando le risorse del fondo unico di giustizia ma anche altri strumenti di finanza pubblica».

La valutazione d’impatto

Non da ultimo la valutazione di impatto, che non deve servire solo a misurare, ma a rendere visibile la trasformazione sociale e deve includere indicatori qualitativi oltre che quantitativi e riconoscere il valore creato dal Terzo settore soprattutto in contesti marginali e fragili.

«La valutazione di impatto», spiega Di Francesco, «non è soltanto rendicontazione ma è uno strumento di trasformazione sociale che ci consente di misurare il valore sociale generato». Un passaggio, ricorda, che vale anche per l’utilizzo dei beni pubblici, dove «rendimento in termini economici e rendimento in termini sociali vanno mixati insieme».

In apertura foto di wal_172619 da Pixabay. Nel testo foto, da ufficio stampa Forum Terzo settore e FairTrade (Di Francesco).

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