I miti della filantropia
Fondazioni filantropiche, il vero potere è la capacità di relazione
Una Senior program officer di lungo corso si interroga sul fatto che la risorsa più grande a disposizione dei benefattori non sia tanto il capitale finanziario ma quello relazionale. Nuova puntata della serie
“I miti delle filantropia” è la serie curata dalla comunità di pratica filantropica Elemental, animata da Chiara K. Cattaneo e Mandy Van Deven. Interventi che rappresentano uno spaccato della filantropia internazionale e analizzano alcuni dei “miti” più comuni che determinano il modo in cui operano le realtà donative. La serie viene pubblicata anche dal Centre for Effective Philanthropy e dall’Association of Charitable Foundations, oltre che da VITA.
Esiste una credenza diffusa sul modo in cui il potere opera nella filantropia. In questa prospettiva monodimensionale, il finanziatore detiene la maggior parte del potere decisionale. Questo potere si estende alla scelta di sostenere finanziariamente un’organizzazione, al modo in cui condividere le risorse a disposizione, alla decisione su quale sia la documentazione necessaria per poter decidere di condividere quelle risorse, a quali informazioni sono rilevanti per relazionare su come le risorse sono state impiegate, a come e quando ci si aspetta di ricevere queste informazioni, e alla durata della relazione di partenariato.
In questa interpretazione ristretta del modo in cui il potere opera nella filantropia, sono stati fatti numerosi appelli al cambiamento, diventati ormai così familiari che la maggior parte di noi li può recitare a memoria: offrire sostegno a lungo termine, flessibile e per i costi operativi generali; utilizzare un unico formato per le richieste; eliminare i compartimenti stagni tematici e finanziare in maniera intersezionale.
Questi inviti ad agire sono incredibilmente importanti, ma sono solo tessere del puzzle molto più grande che ha come obiettivo lo spostamento degli ecosistemi di finanziamento verso pratiche meno estrattive e più eque. Da soli, questi cambiamenti strutturali non necessariamente sviluppano i muscoli di cui i finanziatori e le organizzazioni riceventi hanno maggiormente bisogno per spostare risorse in modi che incoraggino una trasformazione che sia equa e duratura. Fondamentalmente queste pratiche devono essere accompagnate da un’analisi politica.

Fra esperienze e intuizione
Dopo aver lavorato oltre 10 anni per enti che hanno ricevuto finanziamenti e oltre nove anni per enti finanziatori nei settori della salute globale e dei diritti umani, ho imparato alcune verità su come costruire e mantenere relazioni condivise di potere e scopo che ci portino verso il futuro che desideriamo. Queste verità sono state conquistate a fatica e sono il frutto di disagio, sbagli, errori di valutazione, e di azioni correttive per porre rimedio. A volte ho attinto alle competenze acquisite grazie ai miei ruoli di zia, mamma, partner e caregiver, tanto quanto alla mia esperienza professionale o alla mia preparazione accademica.
La prima verità che ho imparato è che la relazione è il lavoro. Come ci presentiamo nelle nostre relazioni con gli altri, avendo chiarezza sui valori che adottiamo nella prassi, e aumentando la nostra capacità di analizzare il potere in un contesto complesso e dinamico, è pura competenza tecnica in materia di finanziamenti. La capacità di avviare e intrattenere spazi per conversazioni schiette, di far emergere e navigare le tensioni, di coltivare valutazioni condivise, e di co-creare strategie sono abilità di importanza primaria nella filantropia.
Quando ho iniziato a ricoprire il mio ruolo attuale, ho attinto alle mie esperienze precedenti nel settore dello sviluppo internazionale. Ho capito che il mio ruolo era di “indagare” piani e risultati programmatici, di porre domande difficili per valutare la forza degli interventi (e che erano prova del mio intelletto e delle mie credenziali), e di incoraggiare opportunità per scalare il lavoro. Questo ha portato a molte interazioni che sono probabilmente sembrate inquisitorie, e che erano transazionali, incentrate sui miei bisogni e le mie priorità, e che hanno contribuito a creare distanza.
All’inizio non riuscivo a vedere l’intera portata del lavoro che i miei partner stavano implementando. Non riuscivo ad apprezzare la profondità delle loro analisi specifiche, né a offrire loro uno spazio di condivisione genuina di difficoltà e preoccupazioni. Nell’approcciare il lavoro da funzionaria con un problema concettuale da risolvere, stavo limitando la mia stessa capacità di svolgere attività di grantmaking con rigore strategico, integrità intellettuale, e impatto di alta qualità.
Per cambiare questa dinamica, ho dovuto imparare a dimostrare il mio impegno per il lavoro condividendo che cosa significasse per me a livello personale, ad ascoltare nel linguaggio dei miei partner, e ad abbandonare standard di pratica che impediscono relazioni aperte e di cura. A volte questo ha significato dover semplicemente essere un normale essere umano che si prendeva il tempo necessario per gioire delle foto di un neonato e mostrava simpatia per le difficoltà dell’allattamento.
Questo riorientamento relazionale spesso richiede una riflessione incisiva su cose che possono sembrare futili, ma che sono in realtà pratiche consolidate per coltivare relazioni autentiche e paritarie.

Come programmi call e riunioni? Chi ne decide scopo e ordine del giorno? Qual è la struttura della conversazione? È incentrata sul monitoraggio del progresso di esiti predeterminati, o sul comprendere come il contesto possa influenzare bisogni e strategia di un partner? Hai spiegato in maniera accurata e trasparente le priorità della tua organizzazione e i processi decisionali? Hai creato le condizioni per entrare appieno nella conversazione, oppure ciascuno di noi deve lasciare fuori parti della nostra identità? La lingua che utilizzi è una lingua in cui tutti sono in grado di esprimersi pienamente? Condividi le difficoltà che stai incontrando per supportare internamente il loro lavoro? Hanno mai risposto “no” a una richiesta significativa che hai fatto, e se sì, la conseguenza è stata una punizione o il garbo?
La qualità della relazione, quello che conta
La misura più efficace di una solida prassi di finanziamento è la qualità della relazione tra finanziatori e partner. Per poter cambiare rapidamente quando le cose non vanno bene, per sfruttare un’opportunità emergente, o per agire in una situazione di crisi, devi avere una base relazionale ben fondata che ti permetta di muoverti velocemente e coerentemente. Quella base viene creata o distrutta nelle pratiche quotidiane apparentemente piccole che dimostrano il tuo impegno condiviso, la fiducia, la reciprocità e l’intenzionalità (e, naturalmente, la possibilità di fare questo per una persona responsabile dei finanziamenti è amplificata quando la sua istituzione opera attraverso finanziamenti a lungo termine, flessibili, a sostegno dell’organizzazione).
Un’altra verità che ho imparato è che come enti finanziatori abbiamo la responsabilità di lavorare su noi stessi, soprattutto sul decostruire la nostra relazione col denaro. Siamo tutti stati influenzati dal tardo capitalismo, e le nostre esperienze col denaro sono complicate. Indipendentemente dalla nostra classe di provenienza o dalla nostra situazione attuale, lavorare in un settore finanziario come la filantropia ci costringe a confrontarci e ad affrontare convinzioni profondamente radicate sul denaro: chi lo merita, che valore possiede, cosa rappresenta, come può essere utilizzato, e cosa significa essere associati con il “distribuirlo.”
Per chi di noi non proviene dalla ricchezza, può essere difficile lavorare in un settore le cui norme operative sono ostili verso le persone a cui è stato negato denaro, in passato e nel presente. Una critica frequente, per esempio, dello standard della “capacità di assorbimento” è che si tratta di una velata discriminazione basata sul presupposto infondato che, chi ha, meno merita meno. Questo conduce all’esclusione sistematica di coloro che, avendo sempre operato con meno, sanno come sfruttare fino all’ultimo centesimo, o sanno come moltiplicare l’impatto dei soldi a disposizione mettendoli in comune con sorelle, cugine, e amiche.
Smontare le narrative sul danaro
Io ho iniziato smontando le narrative sul denaro che abbiamo appreso fin dall’infanzia — chi è “bravo con i soldi” e quale sia un livello accettabile di rischio da correre con i soldi. Ho poi sviluppato la mia consapevolezza su come le interazioni con il denaro mi facevano sentire. Questo mi ha aiutata a concepire il denaro solo come un singolo tipo di risorsa, e a imparare ad attribuire valore a tutte le altre risorse necessarie al cambiamento. Mi ha anche aiutata a fare un passo indietro nelle mie supposizioni sui finanziamenti, arrivando a comprendere che il denaro da solo non era ciò che garantiva il successo di progetti e programmazione.
Per fare bene il nostro lavoro, è importante che come grantmaker intraprendiamo un percorso per familiarizzare con il potere della nostra psicologia dei soldi ed acquisire consapevolezza sui modi in cui potrebbe influenzare le nostre decisioni – nel bene e nel male. Per me questo ha significato disimparare le nozioni sul mantenere bassi i costi generali ed operativi, che non potevano essere applicabili in qualsiasi contesto, o sul non tenere adeguatamente conto del costo delle collaborazioni e della costruzione di partenariati. Queste sono state lezioni importanti, insegnatemi generosamente dai partner.
Infine un’altra verità che ho imparato è di stare nel proprio potere — insieme. In quasi tutti gli spazi di affinità dedicati alla filantropia in cui sono stata, ho percepito una sensazione diffusa di impotenza e impossibilità di pensare, agire e sentire in maniera diversa. In tutto il settore i grantmaker esprimono frustrazione per gli opachi meccanismi decisionali interni, per la distanza e la mancanza di chiarezza delle discussioni sulla strategia organizzativa, e sulla perdurante fatica di dover continuamente perorare la causa dell’operato dei nostri partner e tradurre il linguaggio dei movimenti in gergo finanziario e framework di investimento. L’impotenza appresa spinge molte persone a limitarsi all’indugio e al tentennamento, anziché spingere per il vero cambiamento di cui il nostro settore ha bisogno.
L’impotanza dei grantmaker
Ma se come grantmaker ci sentiamo impotenti, come possono i nostri partner fare affidamento su di noi per sostenere il loro lavoro? Abbandonare una prospettiva di carenza in favore di un modo di pensare basato sulle risorse significa per noi dover costruire nuove mappe di dove si trovino le opportunità per spostare il potere, opportunità che siano completamente sotto il nostro controllo. Questo può essere tanto semplice come le scelte che facciamo su quali sono le email a cui rispondere o a quali spazi smettiamo di contribuire perché succhiano la nostra energia e hanno un potenziale di cambiamento molto basso. Alcuni dei contributi più importanti che ho fatto sono stati prendermi il tempo di far sapere a qualcuno che anche se non potevo finanziare il loro lavoro, potevo presentarli a dei colleghi che avrebbero potuto farlo. Quei piccoli gesti, sommati, portano a grandi vittorie; ci vogliono solo tempo, pazienza, e consapevolezza del valore che puoi aggiungere, rispetto al valore che vorresti poter aggiungere ma che si trova in realtà al di fuori della tua portata.
È anche importante ricordare che nei grandi numeri ci sono potere e appoggio politico. Gli spazi di affinità sono luoghi dove costruire insieme il potere e sostenersi a vicenda per navigare più abilmente le strutture istituzionali di potere. Quando i grantmaker si organizzano collettivamente per cambiare le politiche e le prassi del settore, non solo viene rafforzata la nostra capacità collettiva di apportare il cambiamento, ma si manda un segnale più profondo che siamo impegnati ad essere partner migliori per i movimenti per la giustizia sociale.
Scopri i numeri della filantropia e i 100 profili di chi investe nel bene comune su VITA magazine di ottobre ‘‘Nella testa dei filantropi”
Molti di noi riconoscono che il nostro lavoro nella filantropia consiste nel navigare il potere. Eppure il modo in cui focalizziamo l’attenzione sulle nostre relazioni è altrettanto (se non più) importante di come ci muoviamo all’interno di sistemi iniqui. Direzionare la nostra energia verso il rafforzamento delle nostre relazioni approfondendo connessione, comunicazione e un’analisi condivisa sono al centro di un grantmaking solido.
Affrontare le nostre storie in relazione al denaro può portare maggiore consapevolezza su come assumiamo i nostri ruoli, e può cambiare la nostra mentalità per costruire collettivamente un potere che supporti il settore verso pratiche più eque. Questo è il lavoro più potente che dobbiamo fare, e dobbiamo farlo insieme.
Senior program officer, Tesmerelna Atsbeha lavora nella filantropia privata da nove anni, dopo aver lavorato per 15 anni a livello internazionale nell’implementazione di programmi per la salute globale.
La foto di apertura è di Toa Heftiba su Unsplash
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