Famiglie nei boschi

Francesco Gesualdi: «Il neoruralismo è una scelta sostenibile solo se significa “I care”»

Tra i primi allievi della scuola di Barbiana, Gesualdi nel 1985 ha fondato il Centro Nuovo Modello di Sviluppo. «Chi pratica forme di vita alternative, in un certo senso, compie una disobbedienza civile che indebolisce il modello dominante e apre spazio a modelli alternativi. Ma per essere proposta politica e non semplice fuga individuale, queste scelte devono rispondere a bisogni diffusi, non solo personali»

di Chiara Ludovisi

Un nuovo modello di sviluppo è necessario ed è anche possibile. Vivere diversamente, sfuggendo alle leggi imposte dal consumismo, capitalismo, globalizzazione per imboccare la strada della sostenibilità, riscoprendo e riappropriandosi di tempi lunghi degli spazi larghi è una scelta coerente con quella transizione ecologica che da più parti d’invoca e si cerca, in qualche modo, di costruire. 

Mentre si continua a dibattere sulla scelta di alcune famiglie di vivere “nei boschi”, VITA inaugura una serie di approfondimenti che raccontano forme di abitare diverse, alternative, che abbiano come ingrediente fondamentale la natura. Ma anche, come vedremo, la comunità. Esperienze di vita vissuta.

Le storie di chi lascia la città per la campagna – per scelta, per necessità o per ricerca di un altro equilibrio – si rincorrono sui social e nei media, diventando terreno di scontro fra chi le considera fughe idealistiche e chi invece ci legge il segno di una domanda crescente di sostenibilità, lentezza e comunità. L’ultimo numero di VITA è dedicato alle aree interne e alle esperienze di rivatilizzazione e ripopolamento, che in parte sono figlie della stessa domanda.

Ma quali sono i limiti, o almeno le condizioni per una scelta di vita che vada davvero nella direzione di uno sviluppo sostenibile, che non sia estetica ma profondamente etica, politica e sociale?

Lo abbiamo chiesto a Francesco Gesualdi, che insieme a suo fratello Michele è stato il primo allievo di don Milani a Barbiana. Da quella esperienza è stato profondamente segnato e formato. Esattamente 40 anni fa, Francesco Gesualdi ha fondato il Centro Nuovo Modello di Sviluppo, con l’obiettivo di promuovere un’alternativa al modello economico e sociale dominante. Attraverso un’attività di ricerca, educazione e sensibilizzazione civica, il Centro si oppone alla cultura della crescita e del profitto con una proposta basata su sobrietà, equità, solidarietà e sostenibilità ambientale

Francesco Gesualdi

A suo avviso, le esperienze cosiddette “neorurali” possono essere iscritte alla vostra stessa proposta, cioè realizzare un nuovo modello di sviluppo?

Sì, perché tutte le forme di vita orientate a sobrietà, lentezza e rispetto per la persona e l’ambiente contribuiscono a costruire una società più sostenibile. La società si regge sul consenso: chi pratica forme di vita alternative, in un certo senso, compie una disobbedienza civile che indebolisce il modello dominante e apre spazio a modelli alternativi. È un processo di sostituzione: più persone si spostano verso esperienze nuove, più queste acquistano forza.

Il punto centrale è la qualità della vita. Oggi molti percepiscono che la promessa del capitalismo si è incrinata: la crisi ambientale è evidente, il lavoro non è garantito a tutti, la precarietà è diffusa sul piano sociale, culturale e sanitario. Occorre quindi mostrare che esistono formule capaci di offrire una vita migliore: più tempo per le relazioni, un abitare che favorisca la comunità, tutela dei bisogni fondamentali, protezione dell’ambiente.

Le forme di vita alternativa, tuttavia, per diventare proposta politica e non semplice fuga individuale, devono rispondere a bisogni diffusi, non solo personali.

Le “famiglie nei boschi” sono una nuova tendenza, o un fenomeno di nicchia?

Secondo me è presto per parlare di tendenza. La spinta comune è il rifiuto di stili di vita stressanti, spersonalizzanti e artificiali, tipici dell’urbano. Ma poi le scelte divergono molto. Da un lato c’è chi rompe totalmente con il modello “lavora, guadagna, consuma” e sperimenta forme di vita spartane, quasi senza contatti con la società organizzata. Dall’altro chi si limita a cercare un’abitazione più umana, mantenendo però uno stile pienamente dentro il sistema dominante.

Tra questi due poli troviamo un ventaglio molto ampio di motivazioni e pratiche: c’è chi cerca benessere psicofisico e si trasferisce in un borgo nel verde; chi desidera un lavoro a contatto con la natura e avvia attività agricole o pastorali; chi vuole uno stile di vita più lento e punta su autosufficienza energetica, un piccolo orto, un pollaio; chi cerca più socialità e abbraccia forme di abitare condiviso; chi vuole coniugare solidarietà, sostenibilità e comunità e immagina trasformazioni che riguardano insieme abitare, lavorare, consumare, spendere il proprio tempo.

I casi di neoruralismo radicale – senza acqua, elettricità, servizi, trasporti e scolarità – esistono, ma sono rari e poco duraturi: richiedono motivazioni fortissime. Ciò non toglie che l’intero fenomeno interroghi il modo in cui oggi abitiamo, lavoriamo, consumiamo e partecipiamo, e spinga a ripensare il modello di società.

Questo fenomeno interroga il modo in cui oggi abitiamo, lavoriamo, consumiamo e partecipiamo, e spinge a ripensare il modello di società

Lei ha vissuto la montagna e la vita nei boschi. Poi è arrivata la scuola di don Milani: che ruolo ha avuto nel suo percorso di cittadinanza?

Non ho vissuto quella vita come fatica: era semplicemente la nostra normalità. Accendere una candela al buio, tagliare la legna, camminare chilometri per l’acqua… Oggi sembra disumano, ma allora non lo era, forse perché mancavano termini di paragone o forse perché le giornate erano occupate dalla scuola, che ci dava enorme soddisfazione.

La scuola di Barbiana non era una scuola qualunque. Immersa nell’austerità della montagna, studiavamo otto ore al giorno, Natale compreso, ma senza la fatica che vivono i ragazzi di oggi. Era una scuola ricca, viva, radicata nei problemi quotidiani e con uno sguardo costante sul mondo: giornali, visitatori, discussioni. Non seguiva programmi, ma obiettivi: formare cittadini sovrani, capaci di leggere la realtà, proporre cambiamenti, argomentare pensieri, giudicare secondo valori assoluti – giustizia, uguaglianza, solidarietà, pace, sostenibilità. La comunità era al centro, implicitamente. Anche nei metodi: la scrittura collettiva, frutto di confronto continuo, sui contenuti e sullo stile.

La scuola di Barbiasna (foto www.barbiana.it)

Che cosa offre un contesto rurale o montano che la città non offre?

Potrei fare un elenco infinito. Prima di tutto la conoscenza diretta del mondo naturale. I ragazzi di città comprano tutto al supermercato, ma spesso non sanno neppure associare un uovo a una gallina. In campagna la biologia è sotto gli occhi: animali, piante, insetti, ortaggi. È una ricchezza culturale e un beneficio per il benessere psichico: siamo esseri biologici, abbiamo bisogno di altri viventi attorno a noi.

Poi la manualità. La modernità ha esaltato la razionalità a scapito delle mani. In campagna si impara a usare un pennato come uno scalpello. L’abitudine al lavoro quotidiano – imbiancare, murare, tagliare la legna, riparare attrezzi – costruisce autonomia: più cose so fare, più sono libero, anche dal denaro e dal lavoro salariato. Un valore enorme in un’epoca che sostituisce lavoro umano con robot, computer e intelligenza artificiale.

Quanto ha influito la formazione di Barbiana sul suo impegno? E quanto riesce, la scuola di oggi, a formare cittadini sovrani?

La scuola ha influito moltissimo nel mio percorso. Il pensiero critico, che a Barbiana era centrale, è la base di tutto: non accontentarsi mai della prima spiegazione, ma valutarla col proprio giudizio. A Barbiana non si insegnava economia, ma si praticava un’economia alternativa fatta di lavoro di gruppo per raggiungere l’uguaglianza. Gli stessi ingredienti che servono oggi.

La scuola attuale, purtroppo, favorisce la competizione e il successo individuale. È un danno per ragazzi e società, perché indebolisce lo spirito democratico che è, per definizione, collettivo. La scuola ha bisogno di compiere tre passi, per avanzare nella giusta direzione: superare la meritocrazia, riformulare i programmi dando spazio alla comprensione dell’attualità e adottare il tempo pieno, nelle giornate e nei mesi. Tutto già scritto in Lettera a una professoressa, lettura che consiglio ancora oggi.

Quali scelte di vita possono aprire la strada a un nuovo modello di sviluppo?

La crisi ambientale e le disuguaglianze rivelano il fallimento del capitalismo. Per salvarsi, l’umanità dovrà adottare modelli economici fondati su tre principi: sostenibilità, per salvare il pianeta; equità, per garantire pace e sicurezza; solidarietà, per una vita degna per tutti. Le forme di vita alternativa che aspirano a diventare proposta sistemica devono tenere insieme questi tre pilastri. Il sistema dominante osteggerà soprattutto la sostenibilità, perché mette in discussione il dogma della crescita infinita.

È necessario passare da un’economia della crescita a un’economia del limite, che segna la fine del capitalismo. Non serve reinventare tutto: basta mescolare diversamente gli strumenti esistenti, mettendo la persona prima del profitto. Due strumenti chiave sono il lavoro non monetario e l’economia collettiva. Sobrietà, lavoro applicato ai bisogni e solidarietà sono i tre ambiti su cui costruire forme di vita alternativa capaci di accompagnare la transizione.

Quali esperienze concrete sceglierebbe, se dovesse indicare dei modelli?

Per la sobrietà, direi Bilanci di Giustizia, nata oltre vent’anni fa per aiutare le famiglie a educarsi reciprocamente a consumi sostenibili. Per il lavoro non monetario e la comunità, suggerisco le Transition Towns, con orti condivisi e iniziative locali per la sostenibilità. Per la solidarietà, c’è la Papa Giovanni XXIII, che applica la solidarietà a livello familiare. Questa è la democrazia: la consapevolezza che la comunità siamo noi, e che i problemi si risolvono quando tutti si sentono sentinelle sociali.

Foto fornite dall’intervistato

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