L'analisi
Francia, modello Italia: cresce la ricchezza, ma aumentano le disuguaglianze
Il tasso di povertà ha raggiunto il 15,4% della popolazione, mentre il divario tra ricchi e poveri è ai massimi da 30 anni. Per il sociologo Tommaso Vitale (Sciences Po), la causa è la polarizzazione del mercato del lavoro e l'incapacità di produrre reddito a bassa qualifica. A farne le spese sono soprattutto i giovani: «Parigi ha tagliato il welfare per la fascia 18-25, le politiche giovanili sono in contrazione. Ma questo apre spazi per il Terzo settore»
Lenta, apparentemente inesorabile, la disuguaglianza si fa strada anche in Francia. Secondo l’Istituto nazionale di statistica e degli studi economici (Insee), le persone che al 2023 (è il dato più recente) vivono al di sotto della soglia di povertà sono 9,8 milioni, il 15,4% della popolazione, in aumento di 650 mila unità rispetto all’anno precedente (+1%). È il più grande aumento dal 1996, cui fa da contraltare l’aumento del reddito mediano, cioè il reddito di una persona a metà della distribuzione, per cui il 50% della popolazione si trova al di sotto di quella soglia e il 50% al di sopra. La Francia, dunque, è un Paese contemporaneamente più ricco e più povero, a causa di fenomeni inversi agli estremi della distribuzione. Il reddito del 10% della popolazione più ricca è aumentato, mentre quello del 30% più povero è diminuito. In particolare, il 20% più ricco ha un reddito 4,5 volte superiore a quello del 20% meno abbiente, un divario ai massimi da trent’anni a questa parte.
Si tratta di un paradosso solo apparente, che in realtà vale anche per l’Italia e non solo. «La Francia accentua un dato fondamentale delle economie dei Paesi a capitalismo avanzato», spiega Tommaso Vitale, professore di Sociologia all’università Sciences Po di Parigi. «Ha aumentato enormemente l’occupazione altamente specializzata e per i settori avanzati, ma è incapace di produrre lavoro, e quindi reddito, a bassa qualifica». Così, mentre cala la disoccupazione aumenta il numero di persone che non riescono a migliorare la propria condizione o, anzi, la vedono peggiorare.
Il fenomeno del lavoro povero è in crescita: dal 2022 al 2023 è passato dal 7,7 all’8,6%. L’effetto, sostiene Vitale, della «trappola del lavoro cattivo»: «In Francia il diritto al lavoro è iper protettivo, infatti chi è dentro al mondo del lavoro da anni ha un buono stipendio ed è molto protetto». Le difficoltà le incontra chi, oggi, deve entrare per la prima volta nel mercato occupazionale: «O entri in una di quelle posizioni ben remunerate, oppure ti ritrovi con un salario basso e precario. E ad impattare sulla povertà non è tanto questo, quanto il fatto che questa situazione si protrae facilmente a lungo». Questa dinamica «pesa molto di più sui giovani», continua l’esperto, ed è il riflesso di un sistema educativo «fortemente elitista e polarizzato: in Francia ci sono alcune università molto migliori delle nostre, ma complessivamente la media è più bassa. Questo sistema educativo polarizzato produce carriere polarizzate e chi rimane fuori dal circuito migliore si trova esposto a questa trappola quando entra nel mercato del lavoro».
Non è un caso che a fare le spese di questa dinamica siano soprattutto i giovani. «La spesa sociale non è mai neutra, ma ci sono dei vincenti e dei perdenti», analizza Vitale. «E la dinamica, in quasi tutti i Paesi, è la stessa: si è più svantaggiati al decrescere dell’età, quindi i bambini sono più a rischio e gli anziani più tutelati. In Francia, la spesa sociale ha protetto moltissimo gli anziani, non solo con le pensioni ma con una generale politica di servizi estremamente costosa. Nel gioco dei pesi e contrappesi, laddove l’Italia ha compresso i servizi per la prima infanzia, la Francia ha fatto uscire dal welfare la fascia 18-25». Così, i giovani francesi non possono ricevere un reddito minimo a protezione dalla povertà, hanno pochi aiuti abitativi e hanno accesso a una formazione professionale segnata da fortissimi dislivelli qualitativi che impattano sulle loro carriere.
«Negli ultimi anni, la Francia ha aumentato enormemente il debito pubblico, ma in breve tempo tutto questo si è ritorto contro la spesa sociale perché bisogna ripagare gli interessi sul debito creato. Così, le politiche giovanili sono in contrazione, così come l’investimento non solo economico ma anche simbolico verso i giovani a basso livello di scolarizzazione. Si stanno comprimendo i servizi come lo sport, i centri di aggregazione, i luoghi culturali, a causa di tagli effettuati per mantenere strumenti di welfare in altre aree come la protezione dalla povertà e il sostegno alla nutrizione». In realtà, proprio a causa delle esigenze di bilancio, è tutta la spesa sociale a essere in contrazione: non a caso, il 10 dicembre l’Assemblea nazionale ha approvato (a maggioranza risicata) il progetto di legge (che dovrà essere validato dal Senato) sul finanziamento della sicurezza sociale, che, tra le altre cose, prevede il congelamento della riforma delle pensioni e un leggero aumento della spesa per l’assicurazione sanitaria a carico del settore pubblico. «Non è una legge di riforma, ma una legge di bilancio che ha ridotto un pochino la spesa per il welfare ma senza creare grossi squilibri. È un compromesso decente, perché è stato approvato al termine di una partita giocata tra chi voleva tagli più grossi e chi invece proponeva un aumento della spesa sociale», commenta Vitale.
In questo quadro, con i giovani lasciati sostanzialmente indietro dalle politiche pubbliche, si aprono spazi di intervento per l’economia sociale e solidale, il nostro Terzo settore. Tuttavia, sebbene esso sia una «antenna» in grado di vedere in anticipo certi cambiamenti, «non è detto che allora sappia gestirli prontamente. Nel breve periodo è abbastanza difficile, oggi, per il Terzo settore riuscire a sviluppare forme autonome di risposta. Non a caso, enti come Restaurant du Coeur, una rete di associazioni impegnata nella distribuzione di pasti a persone bisognose o in difficoltà, di fronte alla crescita velocissima del numero di bisognosi e al mix di pubblici non ce l’hanno più fatta a tenere una cerca qualità, perché mancavano cibo e volontari». Sul medio-lungo periodo, però, le cose cambiano: «Sta nascendo una nuova generazione di servizio e attività di mutualismo con un target molto più giovanile, proprio perché ci si è resi conto dell’insufficienza dei programmi esistenti nel contrastare determinati fenomeni, come la riduzione dei pasti per studenti nelle mense di università e scuole, che per molti erano un punto di riferimento».
Di questa attenzione verso il cibo, Vitale non è sorpreso: «Prima del Covid abbiamo fatto un’indagine tra gli studenti e alla domanda “Qual è la questione che ti preoccupa di più” la risposta numero uno è stata “il cibo”. Un dato che allora era sì sorprendente, ma che ci fa capire che quanto vediamo oggi era tutto già lì». Quanto alla relazione tra povertà e isolamento, specie in relazione ai giovani, Vitale non è particolarmente preoccupato: «Non è che i poveri o i meno abbienti se ne stanno chiusi in camera, non c’è, secondo me, una solitudine di amicizie, ma di opportunità. Se a 20 anni la mia cerchia di frequentazioni è fatta da persone ben inserite e sia io che loro abbiamo familiari con un buon lavoro, allora questa socialità moltiplica le mie opportunità. Se, al contrario, la mia cerchia è fatta di persone che hanno un lavoro precario e mal retribuito, allora ti senti solo e povero di strumenti davanti alle sfide che devi affrontare».
In apertura: manifestazione in difesa dei diritti delle famiglie senza fissa dimora davanti al Comune di Parigi, 5 agosto 2025 (AP Photo/Aurelien Morissard/LaPresse)
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