Modelli di sviluppo

Gamberini: «Bene il Piano italiano per l’Economia sociale, ora serve una legge quadro»

Intervista al presidente nazionale di Legacoop: «Si tratta di un documento importante perché stabilisce che i soggetti dell'economia sociale sono un fattore competitivo per lo sviluppo del Paese, considerandoli strategici e non solo necessari per ricucire i danni del mercato e le assenze dello Stato»

di Stefano Arduini

Un valore della produzione di 89 miliardi di euro, 10.500 cooperative aderenti, 550mila occupati e 7,6 milioni di soci fanno di Legacoop uno dei soggetti più rilevanti dell’economia sociale in Italia. Proprio in questi giorni si sta concludendo il round di consultazione pubblica sull’action plan italiano rilasciato dal ministero dell’Economia e delle Finanza (la delega è in mano alla sottosegretaria, in quota Fratelli d’Italia, Lucia Albano). Simone Gamberini, è il presidente di Legacoop nazionale. In questo dialogo esprime una valutazione complessivamente positiva del Piano, per la sua funzione strategica, ma anche per il segnale culturale che esprime. Disegnata la cornice, nei prossimi mesi occorre concentrarsi sugli strumenti operativi per dare gambe al Piano. A partire da una legge quadro sull’economia sociale. 

Presidente, da uno a cento quanto le piace l’Action plan italiano sull’economia sociale?

Il primo punto è culturale: viene sancito in modo chiaro e netto che i soggetti dell’economia sociale (cooperazione + Terzo settore, ndr.) non hanno solo una funzione riparativa, ma sono un architrave della politica di sviluppo di questo Paese. E lo sono in chiave strategica. Fino ad oggi ci siamo mossi per ricucire i danni del mercato e le assenze dello Stato. Il Piano, in coerenza con l’Action Plan voluto dalla Commissione europea, fa uscire dal ghetto tutto il nostro mondo e ci proietta in una dimensione, lo sottolineo ancora, strategica. A questo aggiungo una considerazione. Noi siamo portatori di un’idea di sviluppo fondata sulla sostenibilità sociale e ambientale. L’economia sociale diventa quindi un’infrastruttura per lo sviluppo sostenibile e un pilastro per la coesione territoriale. E qui si apre la sfida per il futuro: declinare il Piano in azioni coerenti con questi principi. 

Al di là dell’aspetto culturale, quali altre valutazioni si sente di mettere sul piatto?

Da un punto di vista complessivo è positivo che  il Piano proponga una governance multilivello, una fiscalità coerente con la funzione sociale e l’integrazione dell’economia sociale in tutte le politiche di sviluppo, lavoro, ambiente e innovazione. Schematizzando il documento:

  • mira a superare la frammentazione normativa e la dispersione delle misure di sostegno provocata dalla Riforma del Terzo Settore, anche attraverso una definizione giuridica del perimetro dei soggetti facenti parte dell’economia sociale;
  • rafforza la legittimazione istituzionale dell’economia sociale come terzo pilastro tra pubblico e mercato, anche attraverso l’istituzione di un presidio ministeriale presso il Mef che potrebbe offrire un quadro di programmazione economica ad hoc;
  • recepisce alcune proposte del movimento cooperativo, già avanzate in passato e, in particolare: un chiarimento della nozione dei Servizi di Interesse Economico Generale (Sieg) ai fini di una semplificazione del suo utilizzo anche ai fini dell’utilizzo degli aiuti di Stato; l’introduzione di un regime fiscale di favore per i soggetti che investono nelle imprese dell’economia sociale;  il ripristino del regime di esenzione sugli utili destinati a riserva legale dalle cooperative; l’inclusione dei soggetti dell’economia sociale negli strumenti di compliance fiscale recentemente introdotti; alcune specifiche misure per lo sviluppo delle cooperative di comunità e delle operazioni di Workers Buy Out (Wbo); strumenti finanziari e misure di sostegno per gli investimenti a supporto degli enti dell’economia sociale.

Non c’è proprio niente che non la convinca nel Piano?

Il vero neo è la tempistica. Arriviamo in zona Cesarini, si poteva fare prima. Ma ora guardiamo avanti. 

Alcuni economisti vedo il pericolo che questo sia un Piano troppo settoriale, e invece i paradigmi dell’economia sociale dovrebbero sconfinare al di là del recinto della cooperazione e del Terzo settore…

Nel Piano e nelle osservazioni che abbiamo trasmesso al Mef sono citati gli strumenti collaborativi fra economia sociale, pubblica amministrazione e gli altri soggetti economici. Public procurement, coprogettazione e coprogrammazione, finanza a impatto, sostenibilità e responsabilità sociale di impresa, sono tutte dimensioni in cui dovremmo costruire meccanismi di contaminazione a cui lei fa riferimento: è questo il lavoro a cui siamo chiamati nei prossimi mesi. 

Quali modifiche proponete?

Riteniamo che il Piano dovrebbe essere più chiaro sulla previsione di una legge quadro che, sull’esempio dei regimi definiti da importanti paesi europei (Francia e Spagna, tra tutti) e pur senza intervenire sui quadri regolatori dei diversi soggetti giuridici componenti l’economia sociale, definisca, in piena attuazione della Raccomandazione europea, governance istituzionale, caratteristiche comuni dei soggetti e ambiti di sviluppo, coordinamento e promozione anche a livello territoriale. Nel Piano tutti questi elementi ci sono, ma manca l’indicazione di uno strumento attuativo di questa finalità fondamentale indicata dall’Unione europea. Inoltre, andrebbe eliminata la confusione tra le diverse tipologie di cooperative (di lavoro e sociali), in relazione alla funzione di inclusione nel mercato del lavoro dei soggetti svantaggiati, riconosciuta dalla legge. Aggiungo che determinante, per il positivo esito finora raggiunto, è stato il confronto che le parti sociali hanno avuto con la sottosegretaria al Mef Lucia Albano, anche grazie alla sua capacità di ascolto, che, auspichiamo, possa proseguire per far sì che l’adozione del Piano sia solo un primo passo per il raggiungimento degli obiettivi di sviluppo per la cooperazione e per il Terzo settore in esso contenuti.

Simone Gamberini, presidente di Legacoop nazionale (credit: Imagoecomica)

Quali le questioni aperte?

Occorre tener conto che nel prossimo futuro la Commissione Europea procederà all’aggiornamento di metà mandato dell’Action Plan e che la Dg Employment si accinge a pubblicare nei prossimi mesi. Inoltre, la definizione del nuovo quadro finanziario Mff 2028-34, con la creazione di un fondo che assorbirà il Fse+ e tutta la politica di coesione, avrà un significativo impatto anche sulle risorse che potranno essere messe a disposizione dell’attuazione del Piano nazionale sull’economia sociale. In particolare, gli strumenti di investimento derivanti dall’attuale e dalla futura programmazione europea dovranno essere utilizzati in coerenza con la presente strategia che, nel caso del nuovo bilancio Mff 2028/34, saranno i fondi dei partenariati nazionali e regionali e il fondo per la competitività che finanzierà l’innovazione e la ricerca, la transizione digitale ed ecologica.

Quali sono infine le vostre priorità strategiche in termini di sviluppo del Paese da mettere sul tavolo del confronto istituzionale?

In questo senso la prima cosa da ribadire è che non ci sono settori che non si possano porre la questione di come coniugare competitività e sostenibilità in modo da ridurre la forbice delle disuguaglianze che si sta sempre più allargando. In questo senso la questione abitativa diventa prioritaria, così come un sistema sanitario in grado di non escludere nessuno. Competitività significa poi uscire dalla logica emergenziale nella gestione dell’immigrazione e dei nuovi italiani. Un altro grande tema, legato all’innovazione e alla sostenibilità, è il rilancio dell’agricoltura che deve essere ancorato al principio del giusto prezzo e alla tutela del territorio.

In apertura foto di gruppo dei lavoratori della coop Politecnica (credit: ufficio stampa Legacoop)

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