Modelli di sviluppo

Gardini: «Finalmente l’economia sociale ha la sua Costituzione»

Dialogo con il presidente nazionale di Confcooperative: «L’Action plan italiano è un punto di partenza molto positivo per costruire un modello di sviluppo sostenibile ed equo»

di Stefano Arduini

Per definire il Piano italiano per l’Economia sociale, Maurizio Gardini, presidente nazionale di Confcooperative usa un paragone che lui stesso definisce “irriverente”: «È come la Costituzione. Dà la cornice, definisce le linee di indirizzo, da cui far discendere un elementi legislativi, normativi e fiscali coerenti con l’impianto». Gardini guida un sistema con numeri importanti: Confcooperative associa un network di 16mila coop che danno lavoro a 550mila persone (61% donne) con un fatturato di 82 miliardi di euro e oltre 3,3 milioni di soci. Un pezzo di economia (sociale) che rappresenta il 4% del Pil italiano. 

Un aggettivo per definire il Piano?

Molto positivo. Il sottosegretario Lucia Albano e i tecnici coinvolti, penso all’avvocato Gabriele Sepio, hanno fatto un ottimo lavoro. Bisogna riconoscerlo. L’aspetto negativo? Arriviamo un po’ tardi, si poteva fare prima.

Positivo perché? Ci faccia un esempio concreto?

Parliamo di banche cooperative. Il Piano riconosce il ruolo delle banche di territorio e il merito di chi ha scelto di non chiudere gli sportelli. Questo è il punto di partenza per procedere alla distinzione, anche a livello di normativa europea, fra i grandi player globali e le banche locali, che non possono avere le stesse regole per esempio in termini di Capital Requirements ​​Regulation. (Il Piano prevede l’introduzione nella valutazione del merito creditizio di elementi che colgano la natura dell’ente dell’economia sociale ed il modello di business sottostante alla pari dei rendimenti corretti per il rischio, ndr.). 

Un Piano per l’Economia sociale, non rischia di confinare i principi della sostenibilità economica, sociale ed ambientale sono alla cooperazione e al Terzo settore. In altre parole non rischia di diventare un ghetto?

È un inizio – e da qualche parte bisognava partire – e non è un recinto, ma un campo aperto. C’è un riconoscimento importante di un segmento di economia che opera con certi criteri. Ora sta a noi allargare il compasso, trovare meccanismi di contaminazione rispetto alle società di capitali, penso per esempio alle società benefit. 

In questi giorni si sta concludendo la consultazione pubblica del Piano. Quali sono le prossime priorità?

La nascita di una direzione sull’economia sociale all’interno del ministero dell’Economia e delle Finanza sarebbe fondamentale. È questo il luogo istituzionale dove si definiscono le politiche fiscali. Ed è questa una leva cruciale. Recentemente ho partecipato a Ostana, in valle Po, al Festival delle cooperative di comunità. Lo stesso Piano suggerisce di intraprendere specifiche iniziative di sostegno in favore di questa tipologia di cooperative. Ecco: una fiscalità di vantaggio è fondamentale per difendere le comunità e le aree interne. Fondamentale per contrastare lo spopolamento, il dissesto idrogeologico solo per fare due esempi. Le cooperative di comunità di fatto espletano una funzione pubblica. E questo merito va riconosciuto. E oggi, grazie al Piano, abbiamo finalmente il perimetro “costituzionale” dentro cui incardinare il percorso per approvare queste misure.  

Foto (Ufficio stampa Confocoperative): Maurizio Gardini

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