Medio Oriente
Gaza oltre il “Trump Show”: la vera sfida per costruire la pace inizia ora
Il Piano Trump per la Pace e la Prosperità per Gaza, firmato da Israele e Hamas entra nella fase attuativa. I nodi: governance transitoria, ritiro israeliano e ricostruzione. Il punto cruciale e ambiguo è l'autodeterminazione del popolo palestinese, subordinata a "condizioni" senza orizzonte temporale, mentre Israele continua l'espansione degli insediamenti in Cisgiordania. Paesi arabi e Europa devono capire che piano di pace per Gaza è l'ultima chiamata per la nascita di uno stato palestinese. Non lasciamocela sfuggire
Una volta calato il sipario sul “Trump show” andato in scena lunedì scorso in due atti, prima alla Knesset e poi a Sharm el Sheik, i riflettori si accendono adesso sui fatti che devono seguire agli impegni presi per evitare che l’esultanza delle piazze di Gaza, Ramallah e Tel Aviv si trasformi in rabbia e risentimento nel volgere di poche settimane. Volti raggianti quelli di Donald Trump, Al Sisi, Tayyp Erdogan e Al Thani alla cerimonia nella quale i leader dei quattro Paesi che hanno mediato l’accordo per porre fine alla guerra nella striscia, di fronte a una ventina di capi di stati invitati per l’occasione, hanno sottoscritto la “Dichiarazione Trump per una Pace e una Prosperità durature”. “Siamo consapevoli che una pace duratura sarà quella in cui sia i palestinesi che gli israeliani potranno prosperare con i loro diritti umani fondamentali protetti, la loro sicurezza garantita e la loro dignità rispettata” si legge nel documento. Enunciare principi non costa nulla; sono un valore aggiunto, tuttavia, solo se vanno di pari passo con la loro attuazione operativa.
Superata la prima fase del piano di pace per Gaza firmato da Israele e Hamas si entra ora in quella successiva e già si registrano i primi intoppi che si faranno sempre più ingombranti di mano in mano che si affrontano le questioni più spinose a cominciare dalla governance transitoria della Striscia, dal ritiro dell’esercito israeliano, dal processo di ricostruzione e dalla composizione e ruolo della forza di stabilizzazione. Occorreranno mesi di febbrili negoziati per chiarire tutti gli aspetti che il piano contempla ma non definisce. Dei venti punti, comunque, quello più delicato, dirimente e controverso si trova quasi alla fine come se fosse una questione minore da includere sottovoce fra le “varie ed eventuali”. “Con il progredire della ricostruzione di Gaza e l’attuazione fedele del programma di riforme dell’Autorità palestinese, potrebbero finalmente crearsi le condizioni per un percorso credibile verso l’autodeterminazione e la creazione di uno Stato palestinese, che riconosciamo come aspirazione del popolo palestinese”, recita li punto 19.
Non sono bastati sessant’anni di brutale occupazione e di infinite sofferenze, decine di risoluzioni delle Nazioni Unite e inequivocabili sentenze degli organi di giustizia internazionale per risolvere la questione palestinese. Oggi tutto si riduce a una vaga formulazione senza un orizzonte temporale che poggia su verbi declinati al condizionale consentendo a chi lo desidera di barcamenarsi ipocritamente ancora con la finzione della soluzione dei due stati per due popoli. Come se la situazione sul terreno in Cisgiordania fosse congelata e non in continua evoluzione. «Lo Stato palestinese viene cancellato dal tavolo delle trattative non con gli slogan, ma con i fatti», ha dichiarato trionfante il ministro israeliano delle Finanze Bezalel Smotrich a fine agosto dopo l’approvazione della costruzione di 3.400 nuove abitazioni dell’insediamento E1 destinato a tagliare irreversibilmente in due la Cisgiordania che poi ha aggiunto: «Ogni insediamento, ogni quartiere, ogni unità abitativa è un altro chiodo nella bara di questa idea pericolosa» con riferimento, appunto, alla stato palestinese.
Non è scritto da nessuna parte che Israele metterà fine all’espansione dei suoi insediamenti o all’approvazione di nuovi nei territori occupati durante il processo di attuazione del piano di pace per Gaza. Senza un’adeguata e sistematica pressione il governo israeliano metterà ancora una volta la comunità internazionale di fronte al fatto compiuto ovvero l’annessione più o meno strisciante di tutta o di gran parte della Cisgiordania. In questo drammatico contesto la palla è nel campo dei paesi arabi e dell’Ue che devono mostrarsi all’altezza del compito giocando un ruolo decisivo come le piazze europee così piene e vibranti di questi mesi. Il punto 19 sarà l’alibi per l’Arabia Saudita per procedere alla normalizzazione delle relazioni con Israele nell’ambito degli accordi di Abramo senza alcuna garanzia concreta in cambio? Manterrà Bruxelles l’improvvida “decisione di non decidere” alcuna sanzione nei confronti di Tel Aviv? Il primo test è la riunione del Consiglio Affari Esteri di lunedì prossimo. Se i 27 ministri degli esteri accantoneranno, come purtroppo è probabile, la proposta della Commissione di congelare la parte commerciale dell’Accordo di Associazione con Israele o di sanzionare Smotrich e gli altri ministri estremisti del suo governo daranno un pessimo segnale. Non so quanti, a cominciare da Meloni e Tajani, si rendono conto che il piano di pace per Gaza è l’ultima chiamata per la nascita di uno stato palestinese. Non lasciamocela sfuggire. Carpe diem.
Credit foto Suzanne Plunkett, Pool via AP/LaPresse
Cosa fa VITA?
Da oltre 30 anni VITA è la testata di riferimento dell’innovazione sociale, dell’attivismo civico e del Terzo settore. Siamo un’impresa sociale senza scopo di lucro: raccontiamo storie, promuoviamo campagne, interpelliamo le imprese, la politica e le istituzioni per promuovere i valori dell’interesse generale e del bene comune. Se riusciamo a farlo è grazie a chi decide di sostenerci.