Medio Oriente

Gaza, una tregua appesa a un filo. Paola Caridi: «Come e con chi va fatta la pace non lo possiamo decidere noi occidentali»

La giornalista ed esperta di Medio Oriente dubita della tenuta del cessate il fuoco raggiunto con il patrocinio di Trump: «Come è possibile che a definirlo sia lo stesso soggetto che sta agendo come genocida e ha già distrutto il 92% di un pezzo di terra di quasi 400 kilometri quadrati?». Intanto la diplomazia Usa è in Israele per frenare Netanyahu e l'annessione della Cisgiordania

di Francesco Crippa

«In genere, i cessate il fuoco sono la fine di un percorso di pace, mentre in questo caso è stata la prima cosa che si è raggiunta. E quando prima non si sono presi di petto i nodi, anche legati alla giustizia, di una guerra, che in questo caso non è neanche una guerra ma un genocidio, il cessate il fuoco non può che resistere poco». Paola Caridi, giornalista e scrittrice esperta di Medio Oriente (per oltre dieci anni ha vissuto tra Il Cairo e Gerusalemme) e studiosa di Hamas, è molto dubbiosa sulla tenuta della tregua raggiunta nella Striscia di Gaza e in vigore da un paio di settimane, ma nei fatti già violata da raid condotti da Israele e attacchi dei miliziani contro l’Idf, con annessi scambi di accuse reciproche sulle responsabilità di aver interrotto per primi il cessate il fuoco.

La diplomazia Usa e le fughe in avanti della Knesset

La tregua, patrocinata e rivendicata dal presidente statunitense Donald Trump, è appesa a un filo. Proprio per evitare che salti, l’establishment della Casa Bianca è volato in Israele: prima Steve Witkoff, inviato speciale per il Medio Oriente, e Jared Kushner, genero di Trump che pur senza un incarico ufficiale affianca Witkoff nella gestione del dossier Gaza. Poi il vicepresidente JD Vance e quindi, oggi, il segretario di Stato Marco Rubio. L’obiettivo è far capire al governo di Tel Aviv che Washington non tollererà fughe in avanti come quella tentata mercoledì, proprio mentre il premier israeliano Benjamin Netanyahu incontrava Vance a Gerusalemme, dall’estrema destra israeliana, che è riuscita a far passare nella Knesset, il Parlamento, un voto preliminare sull’annessione della Cisgiordania. Una mossa che ha «offeso» Vance, come ha dichiarato lui stesso, e subito bocciata da Trump. L’annessione, ha detto il presidente, non avverrà, «perché ho dato parola ai Paesi arabi. Se Israele andrà avanti, perderà il sostegno degli Stati Uniti».

Per Caridi, però, si tratta di una situazione che regge su un presupposto troppo fragile. «Come è possibile che a definire il cessate il fuoco sia lo stesso soggetto che sta agendo come genocida e ha già distrutto il 92% di un pezzo di terra di quasi 400 kilometri quadrati?», si chiede. A permetterlo, continua, sono stati «i decisori», cioè Trump e i governi occidentali, tra cui quelli italiani, fino ad ora «silenti» su quanto sta avvenendo nella Striscia. «Gli unici che sono riusciti davvero a fare qualcosa sono quelli che non hanno potere, che però hanno spinto i decisori a intervenire. Se non ci fossero state la Flotilla e le manifestazioni, non solo in Italia ma in tutto il mondo, i governi avrebbero continuato a far finta di non vedere».

È anche per questo che Caridi ha scritto un libro, «Sudari. Elegia per Gaza» (Feltrinelli, settembre 2025), il cui obiettivo è quello di dare voce e dignità a chi è morto (oltre 68 mila palestinesi) durante i bombardamenti iniziati dopo il 7 ottobre 2023. Le cronache, riflette la giornalista a margine di una lettura scenica del suo volume tenutasi a Milano il 22 ottobre, sono concentrate sugli atti di guerra e sulla diplomazia. «Questo libro, invece, rappresenta un tipo di informazione diversa. È un tentativo di entrare nel cuore di tenebra di Gaza e far vedere quel filo, quel legame che ci unisce. La questione fondamentale di Gaza è proprio questa: che è sempre stata sconosciuta nell’età contemporanea, ma in realtà è parte della nostra storia mediterranea e noi ce lo siamo dimenticati, c’è stata un’amnesia collettiva. Bombardare Gaza – sostiene – è come bombardare Atene, Roma, Algeri».

Chi rappresenta i palestinesi al tavolo della pace?

Se i sudari di Gaza ci parlano e danno voce ai morti, oggi l’obiettivo è trovare il modo di dare voce, all’interno delle trattative di pace, ai palestinesi vivi. La sfida è trovare un soggetto che possa sedersi al tavolo. In questo momento, al Cairo, in Egitto, sono in corso colloqui tra le parti in causa che coinvolgono sia Hamas, sia l’Autorità nazionale palestinese e Fatah, il partito politico estromesso dalla Striscia di Gaza dopo la vittoria delle elezioni nel 2006 da parte di Hamas e la successiva guerra civile vinta dal movimento terroristico. Secondo l’emittente panaraba Al Arabiya, le delegazioni di Hamas e Fatah «hanno concordato di continuare gli incontri e di lavorare per riorganizzare la “casa” palestinese». Il dialogo, però, è tutt’altro che semplice, anche perché Fatah è presente in Egitto sia con propri emissari, sia con i propri membri che fanno parte della delegazione inviata dall’Anp. Jamal Nazzal, il portavoce del partito che fu di Yasser Arafat, ha però puntualizzato che la delegazione dell’Anp «rappresenta lo Stato di Palestina e non il movimento Fatah».

«Non possiamo decidere noi occidentali chi sarà l’interlocutore, devono essere i palestinesi», afferma Caridi. «Continuare a dire, come fanno in tanti, che siccome non c’è democrazia e siccome Hamas è un movimento radicale allora bisogna aspettare non va bene. Cosa bisogna aspettare? Che si crei politica in un territorio occupato?». Un soggetto che rappresenti il popolo palestinese, di fatto, esiste: l’Organizzazione per la liberazione della Palestina. «Però non c’è Hamas, che cerca di entrarci da tempo. Bisogna fare la pace con chi c’è e l’unica cosa che si può fare è tentare di non rinfocolare questa frattura evidente e far capire alle parti in causa, Hamas e Fatah, ma anche a tutte quelli indipendenti, che ora è finito il tempo in cui noi occidentali giochiamo in favore dell’Anp e altri Paesi in favore di Hamas», conclude Caridi.

In apertura: Paola Caridi durante la lettura scenica tratta da «Sudari. Elegia per Gaza», alla Fondazione Giangiacomo Feltrinelli a Milano il 22 ottobre (via Fondazione Feltrinelli)

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