Accoglienza

Gianni Fulvi: «Da 35 anni le nostre comunità sono famiglia per i minori più fragili»

La forza dell'esperienza: 110 realtà aderenti, 300 comunità, 3mila ragazzi assistiti. Fra loro crescono quelli che arrivano nelle strutture con fragilità di tipo psicologico e psichiatrico: per Gianni Fulvi, presidente del Cncm «l'80% dei minori che abbiamo in comunità fa psicoterapia, una prestazione sanitaria che non è così scontato garantire». Il punto in occasione dei 35 anni del “Coordinamento nazionale delle comunità per minori di tipo familiare”

di Gilda Sciortino

È il 22 maggio 1990 quando nasce, grazie alla volontà di numerose comunità presenti su tutto il territorio italiano di passare dalle parole ai fatti, il “Coordinamento nazionale delle comunità per minori di tipo familiare”. La sede è l’Istituto degli Innocenti di Firenze.

Trentacinque gli anni di impegno concreto, quotidiano, che hanno sempre messo al centro i minori accolti nelle comunità di tipo familiare, valorizzando la delicata funzione degli operatori. Questa storia e questa funzione è centro delle due giornate di studio e confronto intitolate “Comunità di tipo familiare e funzione genitoriale: la relazione con adulti di riferimento”, in corso oggi e domani a Venezia.

Gianni Fulvi

Un appuntamento che è l’occasione per una riflessione, forte di una esperienza che si distende nel tempo e nello spazio, con 110 realtà aderenti in 18 regioni italiane, 300 comunità, 3mila ragazzi assistiti. Ecco un dialogo con il presidente, Gianni Fulvi.

Presidente Fulvi, come possiamo sintetizzare il mondo delle comunità di accoglienza per minori?

Intanto va detto che sempre meno sono i minori in affidamento, mentre in crescita, soprattutto negli ultimi tre anni, sono quelli che entrano nelle comunità. Una inversione di tendenza degli ultimi anni, anche al netto dei minori stranieri non accompagnati, che ribalta del tutto la situazione che avevamo visto per anni. Attualmente sono più di 20mila i minorenni ospitati in comunità e poco più di 14mila quelli in affido. In Francia, per esempio, questi ultimi sono 5 volte di più. Parlando con i colleghi francesi, il dato che emerge è che lì c’è un sistema che mette al primo posto l’intervento sociale sulla famiglia, poi sulla gioventù, sulla disabilità, sugli anziani… c’è un focus di attenzione sul nucleo familiare e una comprensione maggiore del suo bisogno. Che poi rimangono troppo a lungo è un dato che è stato evidenziato, però tra i 60mila loro e i nostri 14mila forse siamo noi ad allontanare troppo poco, perché ci accorgiamo troppo tardi dei bisogni, rispetto agli interventi che facciamo. Queste sono le domande che ci poniamo, anche perché vediamo che i ragazzi arrivano in comunità sempre più grandi, sempre più adolescenti, con situazioni che rivelano anche problemi psichiatrici, specialmente nei più piccoli.

Si può parlare, quindi, di un maggior bisogno legato alla sofferenza mentale nei minori che arrivano in comunità?

Direi che è la presenza di questi temi nelle nostre comunità c’è sempre stata perché, perché crescere in una famiglia in cui c’è una forte deprivazione affettiva produce effetti negativi. È chiaro che se la permanenza in tali contesti si protrae troppo a lungo, questo essere esposti a un disagio forte genera una sofferenza sempre più ampia. Noi, però, siamo di fronte anche a un numero di minori con disabilità, che comincia ad aumentare. Il tema centrale è la fragilità delle famiglie che, aumentando, vede crescere la loro difficoltà ad occuparsi di situazioni più complesse. La scorsa settimana abbiamo avuto due situazioni provenienti da due comunità diverse: una ragazzina di sei anni e un bambino di cinque, riportati indietro perché le coppie adottive che li hanno accolti non ce la facevano a tenerli con sé. Il tema non è dire che le famiglie adottive sono cattive, ma che forse c’è un sistema che non sostiene, non protegge, non aiuta, non forma, non valuta in maniera adeguata. Le adozioni falliscono perché non c’è un prima, un durante, un dopo che sostenga quel percorso. Chiaramente, se c’è un ragazzino che viene da più di un abbandono, diventa difficile proporgli un altro tentativo e così rischia di restare in comunità fino alla maggiore età.

Se dovesse indicare un numero, in che percentuale i minori in comunità hanno bisogno di assistenza psicologica o psichiatrica?

Direi che l’80% dei minori che abbiamo in comunità fa psicoterapia, una prestazione sanitaria che non è così scontato garantire. È la struttura che accoglie a dovere trovare lo psicoterapeuta e lo cerca al di fuori rispetto ai propri operatori, perché l’idea è che la comunità è casa e quindi si vada all’esterno a fare terapia. Dicevo che non così scontato garantire questo servizio perché l’ente pubblico non riesce a garantire una terapia settimanale, quindi, se va bene, il minore la fa una volta al mese: troppo poco. Qui si pone la questione dei costi e di cosa deve essere compreso nella retta del Comune. Non parliamo, poi, della situazione degli educatori: sono fondamentali nella relazione tra adulto e minori, ma se ne trovano sempre di meno a causa di contratti nazionali non rispettati e con trattamenti differenti a seconda della regione in cui operano.

In che senso?

Il contratto è nazionale, quindi perché un educatore che lavora in Sicilia percepisce uno stipendio diverso da quello che sta in Trentino? Se il costo dell’educatore rappresenta l’85% dei costi di una comunità ed è una spesa fissa, così come direbbe il contratto nazionale, non possiamo pensare che in Trentino la retta sia diversa di quella siciliana. Che cosa può variare? Il costo della frutta in Sicilia è più basso di quello del Trentino, il costo degli affitti sono costi variabili, ma il costo del personale è quello, così come il numero degli operatori nelle comunità deve essere parametrato al numero degli ospiti: ma a volte ciò non avviene e questo ovviamente genera problemi. Quando qualcosa non va bene, la comunità si difende sostenendo che non è stata aiutata a intervenire nelle situazioni più complesse.

Poi c’è il tema di una svalorizzazione – se non di attacco – del lavoro degli educatori in comunità…

Chi ci lavora non si sente un soggetto riconosciuto positivamente. Ovviamente questo non attrae i giovani e molti nostri educatori fra l’altro sono stati assorbiti dalle scuole.

Qual è il rischio?

Di non dare accoglienze alle situazioni più fragili, che poi sono quelle che rischiano di essere dimesse dalle comunità perché si ritrovano in realtà non adeguatamente preparate e organizzate per sostenere i loro bisogni. Qui c’è tutto il tema del sanitario su cui bisogna intervenire, ma il vero grande tema è che al di là di contare i minori e classificarli solo in base all’età, dovremmo fare una rilevazione qualitativa. I minori che oggi sono in comunità, quali caratteristiche hanno? Che problematiche presentano? Lo abbiamo proposto in un piccolo dossier fatto due anni fa su Roma, nel quale mettevamo in evidenza che il 65% dei minori ospitati avevano delle problematiche serie, tra disabilità certificata, presa in carico sanitaria, assunzione di psicofarmaci, pluriabbandoni da parte delle famiglie con conseguenti affidamenti vari, passaggi di comunità, adozioni fallite. Il rischio reale, concreto, quindi, è che, se questi minori non li curiamo bene in questa fase, ci ritroveremo adulti con problemi seri. Alcuni anni fa l’assessore ai servizi sociali di Parigi, in un convegno, disse che il 40% dei clochard della sua città proveniva da percorsi fatti nell’ambito della tutela per l’infanzia. Sono stati dei minori seguiti, accolti, ma probabilmente l’intervento non è stato adeguato.

E da noi?

Bisognerebbe verificare seriamente. Ho lavorato diversi anni fa alla Caritas diocesana di Roma, ai tempi di monsignor Di Liegro, e pensavamo di doverci chiedere quanti di quelli che frequentavano il nostro ostello veniva da percorsi nell’ambito dei servizi minorili, istituti, carcere minorile. Questo lavoro non è mai stato fatto seriamente, ma ci aiuterebbe molto a comprendere cosa succede. La tendenza antisociale, lo insegnava Winnicott negli anni ’60, viene dalla deprivazione affettiva. Questo è un dato che andrebbe rilevato. Noi delle comunità siamo ben contenti che qualcuno ci venga a fare le radiografie, ma dovrebbero essere radiografie volte a capire chi sono i ragazzini che accogliamo, come li dobbiamo accogliere, a quali bisogni dobbiamo rispondere, come possiamo migliorare l’accoglienza.

Quanto costa un minore in comunità?  

La media nazionale si aggira intorno ai 140 euro al giorno. Anche qui, una riflessione: quanto ci costa socialmente, se quel minore andrà a rubare? Quanto ci costerà, se andrà ricoverato nei reparti di psichiatria? Dobbiamo capire che occuparcene precocemente non è un costo, ma un investimento.

Il ragionamento riguarda anche i minori stranieri non accompagnati?

La gran parte di loro riporta dei traumi psicologici che accompagneranno tutta la loro vita. Basta vedere come sono le carceri in Libia, dove vengono trattenuti. Due anni fa abbiamo fatto un incontro su Io capitano, il film di Garrone. Le storie che ci racconta chi arriva nel nostro Paese sono sempre di enormi traumi. Noi rischiamo di ritrovarne sempre più per strada, se non facciano con loro e per loro percorsi più adeguati. È anche nostro interesse curarli meglio.

 Come definirebbe oggi la situazione delle comunità per minori?

La situazione delle comunità è che in questi anni si è molto cambiata e migliorata. Quello che vedo sempre più spesso è la solitudine dei colleghi dei servizi sociali. Mentre noi, nelle comunità, sviluppiamo un pensiero, ci confrontiamo, ci sosteniamo, si piange, si ride, si scherza e si portano avanti i progetti, molto spesso i colleghi dei servizi subiscono un forte turnover sui territori: soli, non tutelati, non ce la fanno. Rispetto, invece, agli assistenti sociali sui territori, si è fatto un passo in avanti, si è arrivati a uno ogni 6mila abitanti, anche se dovrebbero essere 1 ogni 5mila. Molti Comuni hanno assunto. Purtroppo il sociale non è ancora visto come opportunità di lavoro, di sviluppo, di investimento. Si pensa al sociale solo in quanto costo. Questa visione deve cambiare.

Foto di apertura un gruppo di educatori del Cncm

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