Comunità educanti
Giovani e periferie, sfidare gli stereotipi con i dati
Nel 2024 il 12,3% delle famiglie con minori è in povertà assoluta, ma il dato sale al 16,1% nelle aree metropolitane. Gli abbandoni scolastici sfiorano l’11% nelle zone urbane dense. A Catania oltre il 25% dei giovani lascia la scuola prima del diploma e i Neet arrivano al 35,4%. Ma nelle periferie crescono anche comunità educanti, scuole aperte e progetti che dimostrano che il destino di chi nasce qui non è già scritto
Nascere in periferia è una condanna? Il luogo in cui si vive e si cresce determina le opportunità e le speranze di costruire il futuro che si desidera? A quanto pare, sì, a patto che con periferia non si intenda solo uno spazio remoto, fuori dal centro della città. È quanto emerge dal nuovo rapporto “Giovani e periferie – 2025”, realizzato da Openpolis e Con i Bambini nell’ambito della campagna “Non sono emergenza” e presentato oggi a Roma, nell’ambito dell’incontro promosso insieme alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulle periferie, all’Ordine regionale dei giornalisti del Lazio e in collaborazione con il Giornale Radio Sociale.

Un’occasione per riflettere su quanto il linguaggio, specialmente quello giornalistico, possa deformare e impoverire la complessità dei fenomeni, declassandoli ad “emergenza”. Da questa narrazione delle periferie come luoghi remoti e di degrado, messe a ferro e fuoco da “maranza” e “baby gang”.
Povertà assoluta e dispersione scolastica
Dopo la pandemia, temi come povertà, dispersione scolastica e mancanza di spazi di socialità sono tornati al centro del dibattito pubblico, spesso però con un linguaggio alternato tra allarmismo e sottovalutazione, anche a causa di informazioni frammentarie e pochi indicatori affidabili. Si parte, allora, nel rapporto, da un dato certo, rilevato da Istat: la povertà assoluta colpisce oggi il 13,8% dei bambini e dei ragazzi, contro il 9,8% della popolazione generale.
Nel 2024, il 12,3% delle famiglie con minori si è trovato in povertà assoluta; una quota che sale al 16,1% nei comuni centrali delle aree metropolitane. Lo stesso vale per gli abbandoni scolastici: pur essendo scesi per la prima volta sotto il 10%, nelle aree urbane densamente popolate sfiorano l’11%.

Eppure, ciò che fa più notizia è la violenza, la criminalità, l’insicurezza che opprime soprattutto le grandi città: i giovani con i coltelli, le baby gang, i “maranza”. Ma dietro i comportamenti devianti spesso si celano le storie di ragazzi di seconde e terze generazioni, nati in Italia, italiani a tutti gli effetti, in conflitto familiare – come accade in adolescenza – ma incapaci di trovare uno spazio reale nella comunità.
Prima dimensione: condizione di partenza
Da qui la necessità di studiare questi fenomeni nelle città, indagando alcune dimensioni chiave. La prima dimensione è la condizione di partenza: in città come Catania, Napoli e Palermo circa il 6% delle famiglie si trova in potenziale disagio economico, vale a dire nuclei con figli la cui persona di riferimento ha fino a 64 anni e dove nessun componente è occupato o percettore di pensione da lavoro. Si tratta di valori anche 4-5 volte superiori rispetto a quelli rilevabili in città del centro-nord.
Occorre però, anche qui, osservare ancora meglio per evitare semplificazioni: in una stessa città, i divari possono risultare ancora più ampi. A Catania ad esempio, a fronte di una media cittadina del 6,2%, si va dal 3,1% del Terzo municipio al 9,3% del Sesto. A Napoli, si va dal 3% di quartieri come Arenella e Vomero al 9,2% del quartiere di San Pietro a Patierno.
Seconda dimensione: percorso scolastico
La seconda dimensione indagata è quella relativa a percorso scolastico ed esiti educativi: gli abbandoni precoci della scuola colpiscono soprattutto il Mezzogiorno. Ha lasciato la scuola prima del diploma delle superiori o di una qualifica oltre il 25% dei giovani a Catania, il 19,8% a Palermo, il 17,6% a Napoli. Si tratta anche delle città in cui oltre uno studente su 5 arriva in terza media con competenze del tutto inadeguate in italiano.
Un dato fondamentale dimostra che il cosiddetto ascensore sociale è rotto: la quota di abbandoni precoci è più elevata tra i figli di chi non ha il diploma. Un dato particolarmente evidente in città come Cagliari (16,3% le uscite precoci dal sistema di istruzione in media nel comune, quota che sale al 31,9% tra i figli dei non diplomati). Anche in questo caso pesano i divari interni alla stessa realtà cittadina: a fronte di una media del 16,3%, la quota supera il 25% in quartieri come San Michele, Marina, Cep; mentre in 6 quartieri è inferiore al 10%: Monte Mixi, Genneruxi, Monte Urpinu, Is Bingias – Terramaini, La Palma, Quartiere Europeo.
Gli esiti educativi si riflettono sul futuro dei più giovani. La quota di residenti tra 15 e 29 anni che non studiano e non lavorano (i cosiddetti Neet) è più alta nelle realtà dove la condizione sociale di partenza è più difficile e dove anche il percorso scolastico risulta più critico.
I comuni capoluogo di città metropolitana con più giovani Neet sono infatti Catania (35,4%), Palermo (32,4%) e Napoli (29,7%). A quota 20% circa, tra le altre, le due città italiane più popolose, Roma e Milano. La quota scende al 17,3% a Bologna. Anche in questa città dove il fenomeno è meno diffuso, comunque, la quota risulta molto più elevata in aree come Ex Mercato Ortofrutticolo (47,2%), Caab (39,8%) e Pilastro (29,6%), mentre i livelli più bassi si registrano nelle aree di Siepelunga (11,3%), La Dozza (10,9%), Scandellara (5,6%).
Terza dimensione, servizi e scuole aperte
La terza dimensione analizzata è quella dei servizi e in particolare delle scuole aperte al territorio. Tra le città si registrano forti divari: oltre l’85% degli alunni delle primarie statali frequenta scuole con il tempo pieno in città come Milano, Firenze, Torino e Roma, mentre sono meno del meno del 10% a Reggio Calabria e Palermo.
Anche in questo caso, con differenze interne nelle città. A Palermo, a fronte di una media cittadina pari a circa il 5%, la quota supera il 30% nei quartieri Tribunali-Castellammare (47,4%) e Palazzo Reale – Monte Di Pietà (34%), mentre non raggiunge il 3% in 17 quartieri su 25.

Emerge quindi non solo il malfunzionamento dell’ascensore sociale, ma anche l’esistenza di una “trappola della povertà educativa”, in cui condizioni familiari, accesso all’istruzione, rischi di abbandono e difficoltà nell’ingresso nel mondo del lavoro si alimentano a vicenda. Il rapporto è allora soprattutto uno strumento per superare letture generiche e stigmatizzanti del disagio giovanile, proponendo politiche pubbliche basate sui dati, integrate e capaci di agire sulle specifiche necessità di ogni territorio.
Il Terzo settore nei deserti sociali
Il ruolo fondamentale del Terzo settore nelle periferie è stato evidenziato da Giancarlo Moretti, portavoce del Forum Terzo settore: «Al di là dei casi di violenza, dobbiamo tenere presente livello di benessere, fiducia e speranza dei giovani, anche in relazione al territorio. Eppure, le periferie sono deserti sociali, in cui noi del terzo settore siamo quasi sempre soli Occorre un impegno costante, non basta un approccio punitivo, c’è bisogno di costruire, per creare un antidoto alla violenza e alle situazioni di degrado, creando alternative e diffondendo cultura», ha detto.
«Superare disparità e luoghi comuni», l’appello di Rossi-Doria
«L’Osservatorio promosso da Con i Bambini insieme a Openpolis», spiega Marco Rossi-Doria, presidente di Con i Bambini, «evidenzia come nelle periferie italiane i giovani continuino a scontare inaccettabili disparità nell’accesso a servizi educativi, culturali e sociali. Le analisi mostrano concentrazioni più elevate di povertà educativa, una minore disponibilità di spazi aggregativi e un’offerta formativa più povera e meno diversificata. Servono politiche pubbliche urgenti, integrate e capaci di rafforzare le comunità educanti, unendo scuole, terzo settore, sport, parrocchie, municipalità, volontariato e famiglie», conclude Rossi-Doria.
Le periferie sono anche al centro
«Oggi spesso le aree di criticità sono a ridosso di centri storici, o in corrispondenza di stazioni ferroviarie», ha sottolineato Alessandro Battilocchio, presidente della Commissione parlamentare periferie, indicando tre azioni della Commissioni stessa: «Primo, l’approfondimento e l’analisi, tramite audizioni sia con le istituzioni (abbiamo ascoltato 11 ministri) sia con il Terzo settore; secondo, la proposta; terzo, la presenza sui territori. Abbiamo riscontrato vivacità, dinamismo e interventi poderosi in tutte e 14 le città, grazie a una mole di risorse e un percorso iniziato nel 2016 e cresciuto negli anni. Ci sono state trasformazioni incisive grazie alla sinergia istituzionale. Dai cittadini ci arrivano due richieste principali: continuità e sostenibilità dei progetti», ha concluso.
Andrea De Maria, segretario di presidenza della Commissione parlamentare periferie, ha sottolineato «la straordinaria responsabilità sociale e democratica del giornalista, che è quella di scavare e offrire una conoscenza più profonda sui temi importanti per il Paese», ha detto, invitando Openpolis per un’audizione a gennaio, proprio su questa ricerca.
In conclusione, alla luce dei dati emersi dal rapporto e dalle analisi condivise durante l’incontro, il messaggio è chiaro: i giovani non sono un’emergenza. Lo diventano quando i territori li tradiscono. Con dati affidabili, politiche mirate e comunità educanti attive, è possibile trasformare le periferie da luoghi di svantaggio a spazi di opportunità.
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