Cinema
“Giovani madri”, nel film dei fratelli Dardenne tutto il valore del lavoro sociale
Il nuovo film dei fratelli Dardenne ha per protagoniste cinque giovanissime ragazze madri, che in Belgio vivono in una Maison maternelle. Giorno dopo giorno, si misurano con un desiderio di maternità tutto da costruire. Nessun giudizio, ma solo ascolto e rispetto verso ogni possibilità. E un grande riconoscimento del lavoro sociale. I registi: «Siamo rimasti sconvolti dall’attenzione e dall’amore spesi da chi sta accanto a queste donne»
Se cercate un bel racconto sul lavoro sociale, andate a vedere “Giovani madri” (Bim Distribuzione), l’ultimo film dei fratelli Jean-Pierre e Luc Dardenne, vincitore del premio per la Migliore Sceneggiatura all’ultimo Festival di Cannes. Il film uscirà il 20 novembre prossimo ed è un prezioso riconoscimento per chi fa questo lavoro.
Apparentemente, il film non parla di questo. Al centro ci sono cinque storie: quelle di altrettante mamme che, poco più che bambine, si ritrovano ad avere tra le braccia (o ancora in grembo) un figlio che non hanno cercato e su cui sono chiamate innanzitutto a compiere una scelta: tenerlo o affidarlo?

Tutto questo avviene tra le mura di una delle Maisons maternelles, le strutture che in Belgio accolgono le ragazze madri, subito dopo la nascita dei figli o immediatamente prima. Una struttura in cui gli spazi prendono la forma e i suoni delle vite appena nate: fasciatoi, attrezzature e giochi per neonati, carrozzine, lettini, carillon.
Tutte le giovani madri, nella Maison maternelle, sono accompagnate a scegliere liberamente e autonomamente tra maternità e affidamento. Stavolta sarà una loro scelta, non sarà il destino a scegliere per loro
Jean-Pierre e Luc Dardenne
«Nelle Maison maternelle, le ragazze affrontano un percorso di consapevolezza a partire dai gesti che è necessario che compiamo verso il proprio bebè», hanno detto i registi, presentando nei giorni scorsi il loro film a Roma, presso il cinema Greenwich. «Si insegna loro che non hanno bisogno della presenza di un uomo, ma possono, se vogliono, essere famiglia con il loro bambino, o la loro bambina. Tante esitano, qualcuna non se la sente: tutte sono accompagnate a scegliere liberamente e autonomamente tra maternità e affidamento. Stavolta sarà una loro scelta, non sarà il destino a scegliere per loro».
Il rispetto verso ogni scelta
Lo sguardo dei registi segue quindi questi gesti e la quotidianità delle giovani mamme, dandosi tutto il tempo e la vicinanza per osservare bene, per entrare dentro quella relazione che forse si sta costruendo, o forse no. Che, comunque, non è scontata. E questo è un primo elemento che salta agli occhi: la maternità non è presentata come un istinto naturale, ma come una relazione da costruire, da conquistare, nella consapevolezza che fallire è possibile e rinunciare, a volte, diventa necessario.
Il film racconta innanzitutto questo: la scelta, difficilissima, che ragazze ancora così giovani si trovano a compiere. C’è chi sceglierà di crescere quel figlio e di crescere insieme a lui; ma c’è anche chi invece sceglierà di lasciar andare la sua bambina, per affidarla a chi possa darle ciò che lei, giovane ragazza madre, non potrebbe assicurarle: «Promettetemi che le insegnerai a suonare uno strumento», raccomanda una delle giovani madri alla famiglia che crescerà sua figlia.
Scelte diverse, accomunate però da una medesima condizione e convinzione: da sole non si può. Chi deciderà di crescere con suo figlio, lo farà chiedendo aiuto, affondando se stessa e il proprio bambino a chi potrà accompagnarli in questo cammino: che sia una sorella, un fidanzato, una mamma che si va a ritrovare.

Scelte diverse, verso le quali i registi riescono a mostrare un rispetto assoluto e incondizionato: il racconto è privo di giudizio, c’è solo ascolto e comprensione. Verso le giovani mamme e verso chi fa parte della loro storia e ha contribuito a renderla tanto difficile: una madre violenta, o assente, un ragazzo irresponsabile, una famiglia che non c’è stata. Nessuno è sul banco degli imputati, nessuno riceve una condanna.
La Maison maternelle
Alle spalle delle cinque giovani madri, c’è il passato che hanno dovuto affrontare e da cui sono state messe al riparo, di cui ci viene detto poco: non ci viene detta la violenza, la cattiveria, la ragione per cui quelle ragazze sono diventate mamme così giovani e si trovano lì, nella Maison maternelle. Ci viene raccontato e mostrato il loro presente, che è la loro vita comunitaria all’interno di una struttura che prende il posto della famiglia. E nel racconto che i Dardenne offrono di questo spazio, c’è quel riconoscimento del valore e della bellezza del lavoro sociale che non è facile trovare in una narrazione.
Innanzitutto, la struttura: quello che i registi ci mostrano è ciò che hanno conosciuto, che hanno osservato e da cui sono per primi rimasti affascinati. «Quando siamo entrati nella Maison siamo rimasti sconvolti dall’attenzione e l’amore che qui vengono spesi da chi ci lavora», hanno raccontato i registi. «È un luogo pieno di neonati che richiedono una guida forte, ma sono tra le braccia di mamme estremamente fragili: bambine che hanno avuto bambini e che sono chiamate a prendere decisioni enormi».

Uno spazio bello e ricco, in cui ogni giorno si compiono passi avanti e passi indietro, affrontando fantasmi, traumi, paure, dipendenze. Uno spazio che ha un dentro e un fuori: spazi comuni e turni di lavoro che danno il senso di una comunità, ma poi le stanze di ogni mamma, con il letto e il lettino, in cui si ricerca e si cura, ogni giorno, quell’intimità che oggi non c’è, perché a 15 anni è difficile diventare mamma, ma che domani potrebbe esserci. E fuori c’è il giardino, che accompagna gradualmente verso il mondo di fuori, che a qualcuna fa paura ma che verso cui tutte, piano piano, ricominciano a muoversi, per trovare un nuovo posto nel mondo, non più ragazze ma madri.
Maison Maternelle e casa famiglia, poche (ma grandi) differenze
La Maison Maternelle è una struttura che in Belgio esiste e in Italia no: non con le stesse caratteristiche, almeno. In Italia ciò che più le assomiglia è la casa famiglia per nuclei mamma-bambino. L’obiettivo è lo stesso: proteggere madre e bambino in situazioni di vulnerabilità, come povertà, violenza, isolamento, conflitti familiari.
L’accoglienza è, in entrambi i casi, di tipo residenziale: vere e proprie case che accolgono donne incinte, madri con neonati o bambini piccoli, spesso molto giovani o prive di rete familiare. Anche il lavoro di supporto che viene assicurato all’interno di queste strutture è lo stesso: sostegno alla genitorialità, costruzione dell’autonomia, accudimento e cura del bambino, supporto emotivo e psicologico.
La differenza sostanziale è che la Maison maternelle è una struttura sociale riconosciuta per legge, con statuto proprio, finanziamento pubblico e standard obbligatori. Al contrario, la casa famiglia mamma-bambino è una categoria interna ai servizi residenziali per minorenni e famiglie, non ha un riconoscimento nazionale unitario e spesso è gestita da enti del terzo settore: risorse e standard variano da regione a regione. Questo porta con sé una differenza altrettanto sostanziale: la Maison maternelle è percepita come risorsa pubblica per prevenire la rottura familiare. La comunità mamma-bambino è invece spesso vista come misura di protezione e controllo più che di prevenzione sociale.
Anche nel mandato del servizio c’è però una differenza che può sembrare lieve, ma è sostanziale: nella Maison maternelle il focus sono la mamma e il bambino come unità da sostenere. E questa attenzione e vicinanza alla mamma è un elemento che emerge con forza nel film. Nella casa famiglia il focus è per lo più la tutela del minore: la madre è sostenuta, ma dentro una logica di controllo e protezione del bambino.
C’è infine una differenza fondamentale, che deriva direttamente dalle precedenti: il riconoscimento sociale ed economico delle figure professionali. In Belgio, gli operatori sono riconosciuti per legge: educatore specializzato, assistente sociale, psicologi, ostetriche rispondono a standard professionali uniformi. Quella dell’educatore, nello specifico, è una professione valorizzata e riconosciuta, anche economicamente: lo stipendio che a inizio carriera si aggira intorno ai 1.900 euro lordi, può arrivare fino a 4mila euro in presenza di maggiore esperienza o responsabilità.
In Italia, la professionalità degli operatori sociali è molto eterogenea e poco valorizzata: educatori, OSS, psicologi, volontari sono le figure generalmente presenti all’interno di queste strutture, con forti differenze da regione a regione, ma anche da struttura a struttura. In Italia ci sono educatori professionali pagati meno di 8 euro l’ora. In generale, il loro stipendio oscilla tra i 1.200 e i 1.700 euro al mese.
Il film rende giustizia a tutti coloro che, in Belgio come in Italia, svolgono questo lavoro, più o meno riconosciuto e valorizzato. Ed è il motivo per cui loro per primi dovrebbero andare a vederlo.
Raccontare bene il lavoro sociale
Queste figure professionali sono infatti copratogoniste silenziose del film, accanto alle cinque giovani madri: assistenti sociali, educatrici, infermiere, ostetriche, psicologhe. «Inizialmente volevamo raccontare solo la storia di una giovane mamma diciottenne, ma poi siamo entrati nella Maison Maternelle in cui viveva e qui abbiamo trovato una realtà molto più complessa e affascinante, fatta di educatrici, direttrice, psicologhe: e abbiamo deciso di fare un film diverso, che desse spazio a tutto questo», hanno raccontato i registi durante l’anteprima a Roma.
Inizialmente volevamo raccontare solo la storia di una giovane mamma diciottenne, ma poi siamo entrati nella Maison maternelle in cui viveva e abbiamo trovato una realtà molto più complessa e affascinante: e abbiamo deciso di fare un film diverso, che desse spazio a tutto questo
E per fortuna è andata così, perché il racconto di queste figure professionali è una parte importante del film. Sono tutte all’altezza del proprio compito e mostrano grande capacità e competenza nello stare accanto alle giovani mamme e ai loro neonati, ma anche nell’affrontare le difficoltà sociali che necessariamente queste ragazze portano con sé: dalla tossicodipendenza alle crisi d’ansia, in un equilibrio magistrale tra rigidità e flessibilità, tra rispetto delle regole e possibilità di rivederle insieme.
La professionalità di queste figure è rappresentata, anche questa, con rispetto e ammirazione: un riconoscimento pubblico che, attraverso l’arte del cinema, valorizza pubblicamente il lavoro che queste persone svolgono ogni giorno. A malapena ne riconosciamo i volti: nessuna emerge, ma di tutte si sente la presenza. Non è eroismo, non è abnegazione: è la competenza della professione tradotta in servizio e lavoro sociale, che si fa con le parole, ma a volte con i silenzi, con gli abbracci, con un gesto di tenerezza.
Abbiamo voluto che ogni storia si concludesse con una porta aperta verso il futuro, perché le giovani donne hanno la possibilità di cambiare se stesse, ma soprattutto di cambiare il mondo
Luc Dardenne
Ogni storia ha il proprio epilogo, ma nessuna è abbandonata a se stessa: tutte le protagoniste del film evolvono, compiono un passaggio, conquistano una possibilità e, con questa, la capacità di scegliere. «Abbiamo voluto che ogni storia si concludesse con una porta aperta verso il futuro, perché le giovani donne hanno la possibilità di cambiare se stesse, ma soprattutto di cambiare il mondo. Volevamo raccontare anche questo», ha concluso Luc Dardenne.
Foto e trailer forniti dalla distribuzione Bim
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