Giustizia
Giubileo, la proposta di un indulto che accompagni le persone dopo il carcere
Un gruppo di giuristi, filosofi, teologi, magistrati ed esperti della materia penitenziaria propone la soluzione di un indulto “differito”. Nicola Mazzamuto, co-autore del documento, presidente del tribunale di sorveglianza di Palermo: «Bisogna pensare ad una misura responsabile, per aver tempo di riprogettare il futuro e per dare alle persone una libertà accompagnata e assistita, con la presa in carico di una rete di accoglienza»
«La drammaticità della situazione carceraria impone soluzioni nuove, originali e realistiche, raccogliendo gli appelli accorati di papa Francesco, di papa Leone, del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ed il grido di dolore del mondo penitenziario. La proposta di un indulto “differito” maturata in seno al convegno “Il diritto alla speranza nel cinquantennale dell’Ordinamento penitenziario, nell’anno del “Giubileo della Speranza” e nel triduo del Giubileo dei Detenuti intende coniugare responsabilità, sicurezza, speranza, clemenza e prevenzione». Questo è l’incipit della proposta di indulto giubilare, un documento scritto da un gruppo di giuristi, filosofi, teologi, magistrati ed esperti della materia penitenziaria, coordinato da Nicola Mazzamuto, presidente del tribunale di sorveglianza di Palermo, co-autore della proposta.
Mazzamuto, come nasce questo documento?
È una proposta tecnica scientifica di teologi, filosofi, giuristi, magistrati ed esperti della materia penitenziaria che, in seguito ad un convegno a Roma, hanno dato vita a riflessioni comune. Una misura straordinaria come l’indulto corrisponde a un’emergenza attuale, se il sistema rischia di collassare, occorre una misura immediata che abbiamo declinato in una chiave di «responsabilità, sicurezza, speranza, clemenza e prevenzione».
Quindi, abbiamo cercato di elaborare una proposta che coniugasse i valori sottesi a queste parole. Però, siamo consapevoli del fatto che occorre una soluzione urgente che corrisponde ad un’emergenza presente. E temiamo anche che la situazione possa peggiorare ulteriormente, il sistema penitenziario ha dei flussi in entrata e dei flussi in uscita. Se ogni giorno i flussi in entrata sono maggiori di quelli in uscita, come sta accadendo da tempo, il sovraffollamento ovviamente aumenta. Quindi, quella attuale non è una situazione statica, ma dinamica che peggiora giorno dopo giorno. Questo è un punto di partenza. Nel documento abbiamo espresso una contrarietà ad un indulto “secco”.
Perché siete contrari ad un indulto “secco”?
Perché un indulto “secco”, dall’oggi al domani, porterebbe 10mila-20mila persone dal carcere alla strada, senza risorse né opportunità lavorative. Il numero di persone coinvolte dall’indulto dipenderebbe, nell’eventualità, dal fatto di riuscire ad arrivare alla maggioranza qualificata dei due terzi in Parlamento favorevoli ad un provvedimento di clemenza. Nell’indulto “secco” il rischio di recidiva è elevato, rischia di non risolvere i problemi ed aumentare le criticità.
Il documento con la proposta di indulto giubilare:
Nel documento citate anche lo storico messaggio alle Camere dell’8 ottobre 2013 del Presidente Giorgio Napolitano sulla questione carceraria dopo la “sentenza Torreggiani”, nella quale si invocava proprio un “indulto accompagnato”: «Ritengo necessario che – onde evitare il pericolo di una rilevante percentuale di ricaduta nel delitto da parte di condannati scarcerati per l’indulto, come risulta essere avvenuto in occasione della legge n. 241 del 2006 – il provvedimento di clemenza sia accompagnato da idonee misure, soprattutto amministrative, finalizzate all’effettivo reinserimento delle persone scarcerate, che dovrebbero essere concretamente accompagnate nel percorso di risocializzazione».
L’indulto “secco” del 2006, che si spinse fino a tre anni, portò a valle tassi di recidiva. Come il Presidente Napolitano, auspichiamo il varo di un “indulto accompagnato”. Nella nostra proposta, nel momento in cui il soggetto viene scarcerato, avviene la presa in carico da fuori dal carcere da parte del servizio sociale dell’Ufficio dell’esecuzione penale esterna – Uepe, e l’inserimento nel circuito istituzionale del Consiglio di aiuto sociale, del Comitato per l’occupazione e degli istituti di giustizia riparativa.
Anche con il coinvolgimento delle competenze istituzionali e finanziarie degli enti pubblici territoriali, della Cassa delle Ammende e delle risorse aggiuntive del Terzo settore, con l’offerta di posti di lavoro, di borse lavoro, di corsi di formazione professionale, di progetti di volontariato, di percorsi di riparazione, mediazione e riconciliazione, in un’ottica di giustizia di comunità. Ciò in base a una norma dell’ordinamento penitenziario vigente, che prevede che dopo la scarcerazione debba scattare la cosiddetta assistenza post-penitenziaria.
Dopo l’indulto “differito” è importante, sottolineo, anche una presa in carico da parte del volontariato, del Terzo settore, della Chiesa, un coinvolgimento degli enti pubblici territoriali, che hanno risorse per i progetti di inclusione sociale dei detenuti. Insomma, il concetto di persona “accompagnata” è nel senso che il soggetto fruisce dell’indulto, esce dal carcere e viene preso in carico da una rete di accoglienza: non è una libertà destinata al degrado e alla recidiva, ma è una libertà che verrà accompagnata e assistita, con la previsione di una efficacia differita di tre-sei mesi. L’indulto di per sé non è una misura strutturale, è una misura emergenziale.
Come si può far diventare l’indulto una misura non solo emergenziale?
Come è accaduto nel 2006, e come accade con qualunque indulto, dopo un effetto deflattivo che ha un suo arco temporale, è evidente che, se non si incide sui fattori strutturali, la situazione torna quella di prima. Quello che abbiamo detto nell’ultima parte del documento, anche se non siamo entrati nel merito di proposte particolari (abbiamo ritenuto che non fosse questa la sede), è che occorre approfittare del tempo in cui il sistema penitenziario respira perché si torni ai livelli normali di affollamento. Se si facesse un indulto di due anni che permettesse l’uscita di circa 16mila persone, che devono essere accompagnate per evitare che tornino a delinquere, occorrerebbe approfittare del tempo in cui il sistema respira, per non avere di nuovo un sovraffollamento oltre il limite della capienza regolamentare.
Dopo l’indulto “differito” è importante anche una presa in carico da parte del volontariato, del Terzo settore, della Chiesa, un coinvolgimento degli enti pubblici territoriali, che hanno risorse per i progetti di inclusione sociale dei detenuti
Nicola Mazzamuto, presidente del tribunale di sorveglianza di Palermo
Siccome i flussi in entrata continuano a esserci, occorrerà introdurre delle misure strutturali ed elaborare un pacchetto strategico per fare in modo che il sistema non riproduca le condizioni attuali. Altrimenti il rischio è che si possa tornare ad un verdetto negativo in sede europea. Nel 2013 si evitò una condanna dell’Italia perché la “sentenza Torreggiani” era una sentenza pilota: il nostro Paese mise in campo delle misure, tra cui la liberazione anticipata speciale, ma non si trattava di misure strutturali, infatti il sovraffollamento si è riprodotto. Per questo bisogna pensare ad un indulto responsabile, per aver tempo di riprogettare il futuro. Questo è il senso del documento.
La vostra non è una proposta chiusa?
No, è un’idea argomentata, ragionata, e non è una proposta di legge. Prossimamente, cercheremo di ampliare la platea dei possibili sottoscrittori, di verificare se c’è il consenso di personalità di alta statura, di spessore intellettuale ed istituzionale. Si tratta di un documento trasversale, plurale che hanno sottoscritto persone di varia provenienza politico-culturale e magistratuale. Non è di certo un documento di parte, è una proposta tecnica e scientifica. Dopo questa fase in cui consolideremo il parterre delle alte personalità che vorranno sottoscrivere il documento, pensiamo di fare una piattaforma aperta alle libere adesioni, in modo che chiunque possa aderire alla proposta. Intorno all’ipotesi dell’indulto si sono pronunciati papa Francesco nella bolla di indizione, papa Leone, recentemente, al Giubileo dei detenuti, il Presidente della Repubblica. Essendo co-autore della proposta, non posso che auspicare che ci siano consensi politici intorno all’indulto, ma questo dipenderà dalle dinamiche della politica.
La proposta è stata sottoscritta da giuristi, filosofi, teologi, magistrati ed esperti della materia penitenziaria: Simone Alecci, Sergio Belardinelli, Umberto Curi, Cesare Di Pietro, Luciano Eusebi, Antonietta Fiorillo, Fabio Gianfilippi, Rossella Giazzi, Cosimo Giordano, Filippo Giordano, Franco Maisto, Luigi Manconi, Pasquale Mangoni, Nicola Mazzamuto, Massimo Naro, Gianni Pavarin, Bernardo Petralia, Carlo Renoldi, Bartolomeo Romano, Mario Serio, Nunziante Rosania, Gianni Rossi, Vittorio Trani.
Foto di Tim Photoguy su Unsplash
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