Cortocircuiti
Guadagnare sulle armi è diventato sostenibile?
Sembrerebbe di sì, se si guarda al fondo di investimenti chiamato proprio “Armi”. Incentrato su strumenti bellici di difesa, le regole finanziarie europee lo promuovono per le caratteristiche ambientali o sociali. Per Luciano Balbo (Oltre Impact) il paradosso non deve stupire: «Non è questione di un singolo prodotto, da decenni il mondo finanziario riscrive le regole del mercato in base alle sue convenienze»
Il numero da ricordare è 145 milioni. Indica la quantità di denaro investita finora dai risparmiatori su un fondo chiamato, precisamente, Armi. È da ricordare perché sarà interessante vedere quanto varrà dopo la notizia annunciata in queste ore e che solleva alcuni interrogativi non solo finanziari. L’annuncio in questione, dato da Hanef, la società che gestisce tale fondo, è di quelli che colpiscono: dal 28 ottobre 2025 questo Etf (che sta per Exchange traded fund, ossia un fondo quotato in Borsa che nella sua composizione ricalca l’andamento di un determinato indice, ad esempio il Nasdaq) sarà considerato pienamente “sostenibile”.
Puntare all’indice
Infatti, il suo indice di riferimento diventerà quello chiamato Vettafi european future of defence screened index. Quello che più conta è che, a differenza dell’indice di riferimento precedente (Vettafi future of defence ex Us index), questo diventa il primo e per ora unico «Etf sulla difesa in Europa a rientrare nella classificazione dell’articolo 8 del regolamento Sfrd (Sustainable finance disclosure regulation)», si legge nella nota del prodotto. In termini semplici, l’articolo 8 include quegli asset che promuovono caratteristiche ambientali o sociali, anche se non perseguono un obiettivo principale di sostenibilità.
Il dilemma finanziario
Se avete avuto la pazienza di seguire il discorso fin qui, la domanda emerge in modo potente: un fondo che investe in strumenti di difesa, ossia in armi, può essere considerato sostenibile? Oppure, in questa maniera, si confondono solo le idee dei risparmiatori? Le reazioni non sono tardate ad arrivare, il magazine di Fondazione finanza etica, Valori.it, ha sentenziato: «Questa è la fine della sostenibilità». Occorrerà trovare un’altra parola per definire il perimetro degli investimenti che legittimamene rifiutano di finanziare l’industria delle armi.
L’esperto
Abbiamo chiesto un commento a caldo a Luciano Balbo, fondatore di Oltre Impact ed esperto di finanza. L’imprenditore pone una interessante e provocatoria questione di fondo che si evidenzia in questo episodio: «La tematica è vasta, complessa e non pretendo di sintetizzarla con una semplice battuta. Però, dopo aver dedicato molto tempo a questo mondo, oggi credo che il tema della sostenibilità, per come è stato imposto dal mondo finanziario, sia una grande bufala. Gli Esg e altre sigle affini servono a purificare il mondo finanziario, basato sulla tesi fondamentale del neoliberismo secondo la quale il mercato risolve tutti i problemi».

Stato e mercato
Una tesi vincente negli ultimi decenni, che oggi vede i suoi nodi venire al pettine: «Nel momento in cui il mercato scopre di avere dei bisogni diversi da colmare, piega le regole di conseguenza. Nel caso degli Esg, per un certo periodo, le aziende hanno deciso di accettare determinate regole. Oggi, invece, ne stanno scegliendo di nuove. Come sappiamo, la causa principale di questo mutamento proviene dal mercato americano. Ma le stesse regole precedenti, nate alla fine del secolo scorso, sono figlie dell’idea del mondo finanziario di voler giustificare se stesso».
Ciò che rende davvero
Come se ne esce? «Riabilitando il ruolo degli stati, per ristabilire un bilanciamento allo strapotere del mercato che, altrimenti, continuerà a riscrivere le regole esclusivamente in base ai suoi obiettivi», aggiunge Balbo. In questa partita planetaria in cui il mercato continua a presentarsi come l’attore principale della società, altri protagonisti possono e devono intervenire. Giusto, allora, monitorare l’andamento dei 145 milioni di euro di quel nuovo fondo “armato e sostenibile”, con tutte le contraddizioni che porta con sé. Ma giusto – e conveniente – continuare a riflettere sul ruolo che la società civile e il Terzo settore sapranno “guadagnare” in questo riallineamento tra stato e mercato ancora così poco visibile all’orizzonte.
In apertura, foto di Kasper Gant da Unsplash.
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