Il ruolo del dialogo interreligioso

Guardarsi negli occhi, per costruire la pace

We World ha promosso a Bologna un incontro per rimettere al centro il ruolo fondamentale del dialogo tra diversi per costruire relazioni di pace: «Persone diverse per religione, per nazionalità e background culturale, riescono a sedersi a un tavolo e a trovare una soluzione ai bisogni, o fanno del loro meglio perché questo possa avvenire, se chi partecipa condivide i valori della giustizia e della solidarietà», afferma Dina Taddia, consigliera delegata WeWorld

di Claudia Balbi

murales occhi

In tempi di incertezza e di guerre, in cui la pace sembra sempre più ridotta a un’utopia, lo strumento più forte che abbiamo a disposizione è il dialogo. Ma come si costruisce un dialogo autentico interreligioso, tra culture diverse, aperto alle varie componenti sociali, dal Terzo settore, all’amministrazione, fino alla società civile? We World, organizzazione non profit italiana di cooperazione internazionale attiva in più di 20 Paesi, se lo è chiesto nell’incontro “L’importanza del guardarsi negli occhi e del dialogo umano”, organizzato a Bologna negli spazi di Mug. 

Lo spunto della riflessione è arrivato ragionando prima di tutto sulla storia e l’esperienza dell’associazione: «I fondatori, quando venne creata, pensavano che nel 2000, grazie agli sviluppi della tecnica, il mondo sarebbe stato privo di persone che soffrissero la fame. Cinquant’anni dopo, purtroppo, la situazione non è questa», racconta Dina Taddia, consigliera delegata WeWorld. Anzi, prosegue Taddia, «negli ultimi dieci-quindici anni i bisogni umanitari stanno crescendo di anno in anno, e, al di là delle catastrofi e della crisi climatica, crescono perché aumentano i conflitti».

Di fronte a tutto ciò, la ong, in anni di esperienza, ha però osservato una costante nei processi di mediazione: «Abbiamo visto che alla fine, persone diverse per religione, per nazionalità e background culturale, riescono a sedersi a un tavolo e a trovare una soluzione ai bisogni, o fanno del loro meglio perché questo possa avvenire, se chi partecipa al dialogo condivide i valori della giustizia e della solidarietà», continua Taddia. 

Da sinistra, mons. Vincenzo PagliaAlberto Melloni, storico delle religioni e professore ordinario di storia del cristianesimo, Dina Taddia, consigliera delegata WeWorld,  Matteo Passini, direttore generale di Emil Banca, Rita Monticelli, consigliera del Comune di Bologna con delega ai Diritti Umani e al Dialogo Interreligioso e Interculturale, Riccardo Maccioni giornalista moderatore dell’evento

Da qui l’iniziativa che ha coinvolto rappresentanti del Comune di Bologna, della chiesa cattolica e di quella valdese, pensatori e professori a riflettere sul significato della parola “dialogo”. Rita Monticelli, consigliera del Comune di Bologna con delega ai Diritti Umani e al Dialogo Interreligioso e Interculturale è partita dal concetto di dialogo del pensatore Raimon Panikkar che nella sua dottrina prende le distanze dal dialogo dialettico: «Per lui questo tipo di dialogo non trasforma davvero le persone, non mette le persone in relazione. A questo, Panikkar ha contrapposto il dialogo dialogante, cioè un dialogo vivo, relazionale, trasformativo, quello che ho letto nelle pagine di We World», spiega Monticelli. «È un patto di convivenza, che coinvolge le parole, la ragione, ma anche la vita, il silenzio, l’esperienza, il simbolo, la fede o la non appartenenza ad alcuna fede. Non mira a vincere o a convincere ma a coabitare il mistero della verità insieme all’altro, un dialogo da cui si esce trasformati e che rispetta la pluralità della verità».

A seguire monsignor Vincenzo Paglia, presidente emerito della Pontificia Accademia per la Vita, si è confrontato con Ilenya Goss, pastora della chiesa Valdese di Mantova e Felonica. «Ci troviamo nel mezzo di un cambiamento d’epoca in cui guerre, crisi ecologica e tecnologia minacciano l’umanità. Il vero pericolo è l’iperindividualismo, c’è un cristianesimo troppo individualista che ha sostituito il noi con l’io», ha dichiarato Paglia, che ha poi fatto riferimento alle parole di papa Francesco: «Bergoglio ha parlato di un pianeta comune in cui siamo tutti fratelli. È necessaria una rinascita della fraternità come fondamento di convivenza e di pace».

Come uscire da questa autoreferenzialità delle religioni? Secondo la pastora Ilenya Goss il cristianesimo va “ripensato”, «bisogna rifondarlo con regole differenti, creando comunità improntate all’ascolto. E va ripensato l’annuncio di fede in dialogo stretto con i nostri tempi». Per quanto riguarda il dialogo tra religioni diverse, Goss ha poi affermato che «in un tempo di crisi politica, il dialogo interreligioso diventa uno degli elementi irrinunciabili per la gestione delle relazioni, da quelle di convivenza all’interno di società improntate al rispetto e alla libertà, fino alle relazioni tra gruppi e Paesi. Conoscersi è il primo passo per capirsi e creare una convivenza autentica». Oggi più che mai, «è necessario riaprire con coraggio e responsabilità spazi di incontro tra fedi e culture», si è poi detta convinta la Pastora.

In un tempo di crisi politica, il dialogo interreligioso diventa uno degli elementi irrinunciabili per la gestione delle relazioni. Oggi più che mai, è necessario riaprire con coraggio e responsabilità spazi di incontro tra fedi e culture

lenya Goss, pastora della chiesa Valdese di Mantova e Felonica

All’incontro organizzato da We World ha partecipato anche Cesare Zucconi, vicepresidente internazionale della Comunità di Sant’Egidio, che ha parlato dell’esperienza concreta nei contesti di mediazione diplomatica e nei corridoi umanitari della realtà e lanciato un appello al dialogo: «Per costruire insieme un vero movimento popolare per la pace, capace di andare controcorrente». Tra gli interventi anche quelli di due reporter italiani, Greta Cristini e Valerio Nicolosi, che hanno fatto il punto sulla situazione geopolitica in Medio-oriente e quello del teologo Vito Mancuso che ha chiuso con una riflessione sull’utopia/speranza citando i Minima Moralia di Adorno: «Senza speranza l’idea di realtà sarebbe difficilmente concepibile». 

Foto di Muaawiyah Dadabhay su Unsplash

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