Carcere
Ha 5 anni e un papà detenuto: quell’abisso di umanità tra San Vittore e Opera
Un uomo detenuto è stato da poco trasferito da San Vittore a Opera. È padre di una bambina di cinque anni e nel primo istituto di pena, la piccola aveva la possibilità di sentire il padre quasi ogni giorno e di vederlo tutti i sabati, mentre ora le telefonate si sono ridotte a sei al mese e le visite ad una al mese. Rita Bernardini, presidente di Nessuno tocchi Caino: «È lei a soffrire più di tutti, la sua quotidianità è profondamente cambiata». In arrivo la terza interrogazione parlamentare per denunciare il progressivo irrigidimento securitario del carcere di Opera sotto la nuova direzione
Lei ha solo cinque anni e fino a un paio di mesi fa poteva sentire il papà al telefono sei volte a settimana e non vedeva l’ora che arrivasse il sabato per andare a trovarlo, nel carcere milanese di San Vittore. Ora, il papà può sentirlo al massimo sei volte al mese e lo può andare a trovare solo un sabato, nell’istituto di Opera. «Questa bambina sta soffrendo. Ogni visita si trasforma in un percorso ad ostacoli». Rita Bernardini, presidente di Nessuno tocchi Caino, racconta le conseguenze del trasferimento dal carcere di San Vittore a quello di Opera, deciso in seguito a un corto circuito e a un incendio avvenuti nel carcere di Milano lo scorso dicembre, nella III sezione. «Ogni volta in cui va a trovare il padre, oggi, questa bambina piange e si dispera: l’incontro con il padre, che dovrebbe essere un momento di gioia e conforto, è diventato un incubo».
Una quotidianità profondamente cambiata
«Pochi giorni fa ho ricevuto la telefonata della moglie di un detenuto attualmente recluso nel carcere Opera di Milano, dove sta scontando un residuo di pena di due anni in regime di media sicurezza», dice Bernardini.
«Quest’uomo è padre di una bambina di appena cinque anni. È proprio lei a soffrire più di tutti le conseguenze della detenzione del padre: ad ogni visita il suo dolore si fa palpabile, il suo pianto inconsolabile. Da quando il papà è stato trasferito ad Opera, la sua quotidianità è profondamente cambiata».

Da una telefonata al giorno a sei al mese
A San Vittore la bambina aveva la possibilità di sentire il padre quasi ogni giorno: «Sei telefonate a settimana, anche se di pochi minuti, che alimentavano un legame fondamentale, un rapporto continuo con il padre. Ora, invece, le telefonate si sono ridotte a sei al mese», prosegue Bernardini. «La casa circondariale di San Vittore ha la fortuna di avere tre donne al comando, la direttrice, la comandante e la dirigente dell’area sanitaria, che riescono ad avere un rapporto con i detenuti molto comprensivo anche nello stato di sovraffollamento in cui si trovano».
«Quando era in quest’istituto, la bambina sentiva il padre pressoché tutti i giorni perché la direttrice (Maria Pitaniello, ndr) autorizzava quasi quotidianamente le telefonate straordinarie». Ciò è previsto dalla legge n. 28 del 30 aprile 2020, che afferma che il direttore possa decidere, in presenza di figli minori, quante telefonate straordinarie concedere. «Ad Opera la direttrice, che è cambiata da poco (Rosalia Marino, ndr), ha deciso che le telefonate straordinarie possono essere solamente due al mese per tutte le persone detenute che hanno figli minori».
Da quattro colloqui a uno al mese
Oltre alle telefonate, con il trasferimento anche i colloqui della bambina con il padre si sono molto ridotti. Mentre a San Vittore poteva andare tutti i sabati, ad Opera può fare solo un incontro al mese il sabato. «I colloqui sono diventati rari e complicati. La bambina dovrebbe saltare la scuola per andare a colloquio in mezzo alla settimana».
Non è cambiata solo la quantità degli incontri, ma anche la qualità. «Nel precedente istituto si trovava bene, c’erano i volontari di Telefono Azzurro che aiutavano i bambini a vivere quei momenti con un po’ di leggerezza, organizzando giochi prima del colloquio: la bambina aspettava il sabato con impazienza perché incontrava il padre in una situazione giocosa e serena», continua Bernardini.

A Opera hanno eliminato anche lo “spazio giallo” esterno gestito da Bambini senza Sbarre, privando i piccoli di un luogo sicuro dove distrarsi mentre aspettano i familiari. I bambini venivano intrattenuti nel periodo di attesa, che può durare anche 30-40 minuti: «Adesso lo spazio è stato spostato all’interno, ma non serve quasi a niente perché, una volta che hanno passato tutte le procedure, quando i piccoli stanno dentro entrano subito per fare il colloquio».
Perquisizioni invasive
Ad Opera ogni visita «è segnata da perquisizioni invasive che non risparmiano i bambini, che vengono controllati dagli agenti anche dopo il metal detector. Ogni sabato, questa piccola innocente è impaurita, piange e si dispera: l’incontro con il padre, che dovrebbe essere un momento di gioia e conforto, è diventato un incubo. Per i più piccoli, durante i controlli il pannolino viene tolto e cambiato immediatamente, per paura che si possa nascondere qualcosa lì dentro».
A breve un’interrogazione parlamentare
La maestra della bambina ha già segnalato alla madre il disagio della piccola, che da qualche tempo mostra segni di malessere. «Anche la madre, che sofferenza può avere, nel gestire una situazione così drammatica per la figlia? Viene spontaneo chiedersi che fine abbia fatto quell’ordinamento penitenziario che dovrebbe tutelare i legami familiari dei detenuti, soprattutto quando ci sono figli minori coinvolti», prosegue Bernardini.
E annuncia: «A breve ci sarà la terza interrogazione che, come Nessuno tocchi Caino, con Roberto Giachetti presenteremo al ministro della Giustizia Carlo Nordio per denunciare il progressivo irrigidimento securitario del carcere di Opera, da quando è cambiata la direzione dell’istituto. Intanto, una bambina innocente continua a pagare un prezzo che non le appartiene».
In apertura una foto generica di padre e figlia di Taylor Heery su Unsplash. All’interno, la foto di Rita Bernardini è dell’intervistata
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