Aggregazione
“Hockey Club Milano Saima”: cosa ci dicono quelle migliaia di persone in curva per tifare una squadra che non esiste
Migliaia di persone sabato si sono date appuntamento all'Arena Santa Giulia per sostenere un club scomparso da anni. Tutti dicono la stessa cosa: «Il Milano siamo noi, che ci sia o no la squadra è secondario». Eccolo l’intangibile, quel coacervo fatto di appartenenza, identità, territorio, relazione, che Milano ha riscoperto in una fredda sera d'inverno
Questa è una storia che potrebbe rubare il titolo al grande film di Vittorio De Sica “Miracolo a Milano”. Esterno Notte. Dialogo tra sconosciuti: «Chi siete?». «I tifosi dell’Hockey Milano!». «Ah, Milano ha una squadra di hockey?». «No». È questo lo scambio surreale che si è ascoltato ripetutamente per le strade del quartiere Rogoredo/Santa Giulia tra gli abitanti sbigottiti e migliaia persone (stimate fra 3 e 5mila) bardate di rossoblu con fuochi d’artificio, fumogeni, bandiere, tamburi e striscioni. Quello che è andato in scena sabato per le vie di Milano è stato situazionismo puro.
Ma per capire cosa davvero è accaduto bisogna riavvolgere il nastro di 102 anni. Era il 1924 quando nella città meneghina nasce l’Hockey Club Milano. Squadra gloriosa che fino al 2021 in un percorso di fusioni, rinasciate e rifondazioni (culminando nell’era dell’HC Milano Saima negli anni ’80-’90 e poi HCJ Milano Vipers vincitore di 5 scudetti) arriva fino ai primi anni 2000 con l’Hockey Milano Rossoblu e con i Bears. Poi l’oblio. Con il Covid, e un’amministrazione cittadina miope e distratta, l’hockey a Milano, privo di un palazzetto del ghiaccio dedicato (dopo lo storico Piranesi anche l’Agorà chiude i battenti), la squadra Milanese viene sciolta.
I grandi nomi del passato da Gellert a Lavallee, da Migliore a Lefebvre passando per il trittico Agazzi, Branduardi e Crotti rimangono foto in bianco e nero nella memoria degli appassionati. Una storia romantica che sembra ormai dimenticata, come quasi tutto quello che, in questa nuova città, non sia accordato con la narrazione modernista imperante. La Milano di oggi, che ha “gentrificato” i suoi cittadini per sostituirli con “city users alto spendenti” non ha interesse né tempo per la memoria, troppo occupata per fremere per la prossima novità da consumare.
Ma è qui che i milanesi, i pochi rimasti, sono sempre pronti a sorprendere. Milano ospiterà le olimpiadi fra meno di un mese. A questo scopo ha costruito un palazzetto, l’Arena Santa Giulia, che è destinata ad ospitare l’hockey olimpico (anche se appena finita la kermesse concluderà la propria relazione con lo sport diventando l’ennesimo tempio per eventi patinati). In questi giorni è quindi tempo di collaudi. Così il Comitato Olimpico, insieme alla federazione dell’hockey italiano, hanno pensato di ospitare le finali della coppa Italia di hockey. Tre serate con tre partite, che stabiliranno chi tra Cortina, Vipiteno, Asiago e Renon vincerà il trofeo. Pubblico medio previsto per ogni partita (grazie anche a diversi biglietti promo gratuiti) qualche centinaio. Ma sorprendentemente per la partita di sabato 10, tra Renon e Vipiteno, le biglietterie vendono oltre 5mila tagliandi.

Questo perché in modo totalmente informale i tifosi dell’Hockey Milano, dopo quattro anni senza squadra, si sono dati appuntamento per far sentire la propria voce e rivedersi. Un corteo che da Rogoredo ha raggiunto il palazzetto tra fuochi d’artificio e goliardia e poi un’intera partita a cantare per una squadra che non c’è più. Tutti a cantare, come recita lo storico coro che «anche nel tuo peggior momento, io ti accompagnerò».
A lanciare i cori c’è sempre lui, Gianluca “Il Faraone” Attisani, davanti a lui che urla col megafono c’è un popolo: giovani, anziani, bambini, uomini, donne. Generazioni che si intrecciano, padri che portano i figli a conoscere l’Armata Piranesi, a vivere per un momento quell’antica famiglia, fatta di amicizia, compagnia. Non c’è nulla di malinconico: c’è gioia, voglia di rivedersi, di riabbracciarsi.
Nella città in cui tutto ha un prezzo e in cui tutto è social, 5mila persone si ritrovano in presenza per qualcosa di intangibile senza prezzo: l’amore. Certo c’è la speranza che questo possa spingere il Comune a considerare l’idea di regalare a Milano un nuovo palazzo del ghiaccio (magari mantenendo la struttura temporanea montata presso l’ex fiera Expo), perché incredibilmente nonostante la città ospiti le Olimpiadi invernali, finito l’evento non è previsto rimanga nulla per questi sport. Ma non è per questo che alla chiamata dell’hockey Milano i suoi vecchi tifosi hanno risposto presente.
Il motivo vero però non lo sanno neanche loro. «È una fede. È passione» dicono i più, sottolineando che «non so spiegare perché siamo così tanti a venire a tifare una squadra che non c’è». Ma tutti dicono la stessa cosa: «Il Milano siamo noi, che ci sia o no la squadra è secondario». Eccolo l’intangibile, quel coacervo fatto di appartenenza, identità, territorio, relazione, che Milano ha pensato fosse superfluo nel costruire i suoi boschi verticali, le sue biblioteche degli alberi e i suoi nuovi mercati per aperitivi. I tifosi della Saima oggi hanno ricordato alla città che il valore delle cose non si misura come riga di un bilancio. Ed è una lezione impartita con gioia e leggerezza: «Siamo la Curva del Milano. Curva di storia e di passion».
Chissà che i cori di quelle migliaia di milanesi non riecheggino tra le stanze di Palazzo Marino e sortiscano qualche effetto. Anche perché la situazione della nuova Arena, tra ritardi, cantieri ancora aperti, lavori sia esterni che interni ancora da finire, mancanza di servizi e lacune organizzative, sarà molto difficile da risolvere solo con marketing e narrazioni.
«Volevo fare il volontario qui, poi ho scoperto che non sarebbe rimasto nulla per noi dell’hockey. Ho ritirato la mia candidatura. Queste non sono le mie Olimpiadi», chiosa un signore di 65 anni, mentre abbandona l’Arena sventolando il suo bandierone rossoblu.
Credit video: Lorenzo Maria Alvaro
Credit foto: Jessica Usardi
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