Fra politiche abitative & impact investing
Housing sociale, quale impatto?
L'emergenza abitativa, ormai esplosa e divenuta un dossier europeo, rilancia il tema di quale impatto sociale debba e possano avere gli interventi e quali problematiche ponga, dalle politiche alla misurabilità. Il sociologo Flaviano Zandonai, responsabile Innovazione del consorzio Cgm, che ha partecipato ai lavori, traccia per VITA un'articolata riflessione
Quale fase di sviluppo sta attraversando l’ecosistema dell’impatto sociale? Una risposta è venuta dall’incontro organizzato, la scorsa settimana a Firenze, da Cooper Toscana e Urban Housing Coop.net nell’ambito di UrbanPromo e intitolato La catena del valore dell’impatto dell’abitare sociale. Un’interessante occasione di confronto intorno a significati e metodi volti a cogliere, misurandoli, cambiamenti positivi, significativi e duraturi rispetto a quella che attualmente è la principale sfida sociale: l’abitare.
L’impatto è ormai mainstream ma…
Guardando alla qualità dei contenuti che alimentano il “discorso” sull’impatto sociale e alla quantità e varietà di soggetti coinvolti sembra che l’ecosistema viva una fase di maturità che lo porta a catalizzare questioni non solo di ordine strettamente valutativo. L’impatto è ormai mainstream e quindi si pongono i classici problemi di gestione della crescita ovvero ribadire l’integrità degli approcci e al tempo stesso coinvolgere nuovi attori con sensibilità e aspettative diverse. Forse per questa ragione è necessario “decentrare” alcuni di questi temi all’interno di altri domini di analisi e confronto evitando di ingolfare la componente valutativa a livello elaborativo col rischio di farla ripiegare nell’autoreferenzialità.

Misurazione, fino a dove?
Un primo decentramento riguarda i contributi scientifici che alimentano la conoscenza sull’impatto. L’impressione è che si pongano sempre più questioni di natura epistemologica (e forse etica) legate cioè ai limiti conoscitivi delle dinamiche sociali oggetto di valutazione. Fino a che punto ci si può spingere rispetto alla misurazione? Un interrogativo che vale in particolare per gli approcci costi/benefici (sRoi su tutti) che convertono valore sociale in termini economici. Il rischio è che le variabili proxy utilizzate a tal fine, soprattutto quando spaccano il capello in quattro diventando iper minuziose, dissipino sull’altare della metrica quote importanti di valore non convertibile e di quello che catturano ne restituiscano una rappresentazione impoverita.
Impatto e politiche
Un secondo decentramento del dibattito sull’impatto sociale riguarda le politiche. Un campo ben conosciuto ma, va detto, costellato soprattutto di insuccessi. Dopo anni di valutazioni quali politiche sono diventate impact oriented riallocando le risorse e riprogettando gli interventi sulla base di ciò che hanno appreso attraverso la valutazione? Se fosse così avremmo probabilmente un diverso sistema di inclusione e inserimento lavorativo, una maggiore enfasi sui modelli educativi a base comunitaria e così via. Rispetto a questo blocco che impedisce, o rende difficile, raggiungere il bersaglio grosso degli impatti ovvero “le regole del gioco”, la soluzione sembra consistere in una combinazione degli effetti generati dalle principali transizioni di quest’epoca, quelle con cui tutti gli attori sociali, economici e politici sono chiamati a confrontarsi. Il cambiamento sociale appare quindi più praticabile se incrociato con le transizioni green e digitale che fin qui hanno segnato importanti avanzamenti ma al prezzo di crescenti disuguaglianze.
Se l’esternalità non basta
Un ulteriore ambito di confronto dove ricollocare il dibattito sull’impatto sociale si situa a livello di creatività e cambiamento istituzionale. L’orientamento all’impatto sociale contribuisce infatti a “destabilizzare” sistemi organizzativi non sempre in grado di trasferirne il valore sociale a livello strategico, gestionale e operativo (non solo da parte delle imprese capitalistiche ma anche di istituzioni pubbliche e pure di terzo settore). E così molti benefici rimangono allo stato di “esternalità” poco rilevanti e discontinue non contribuendo a creare nuove catene del valore capaci di rispondere a sfide sempre più rilevanti e urgenti.
Basterà questa versione decentrata a salvare l’impatto sociale dal monopolio della valutazione per renderlo un’ideologia aperta capace di incrementarne l’efficacia trasformativa? La risposta starà nel cogliere e assecondare passaggi rivoluzionari che altrimenti rischiano di finire sul binario morto della compliance tecnocratica o nel gorgo iconoclasta del populismo.

Ci sono, da questo punto di vista, alcuni ambiti di sperimentazione dove gli impatti possono “fare sul serio”: ad esempio nuovi modelli di cura che combinano servizi di welfare e legame comunitario, oppure approcci critici e informati rispetto a funzionalità e significati dell’innovazione tecnologica. Ci sarebbe anche un “contenitore” istituzionale dentro al quale collocare questa carica rivoluzionaria e cioè l’economia sociale ritirata a lucido dalle policy europee e ora anche nazionale. A patto che quest’ultima non si rappresenti come una collezione di forme giuridiche ma come un vettore in grado di coinvestire con stato e mercato per generare impatti che valga davvero la pena misurare.
Nella foto di apertura, un intervento di housing sociale del Comune di Milano in Via Caldera. Foto Claudia Vanacore/LaPresse.
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