Giornata mondiale della Pace

«Noi che abbiamo visto la guerra chiediamo la pace, il dono più grande»

Dai minori stranieri non accompagnati che sono stati accolti nelle case famiglia di Roma arriva un appello corale, attraverso una lettera collettiva inviata a Papa Leone XIV. Testimonianze di bombardamenti, fughe e perdite, che chiedono ascolto, responsabilità e impegno

di Chiara Ludovisi

«Vengo da un Paese dove purtroppo la parola guerra è diventata una parola comune. Ricordo che quando il rumore dei carri armati diventava assordante mia madre ci portava verso una grotta per nasconderci. Col buio gli spari aumentavano e sembravano fuochi d’artificio. Ora quando sento che è possibile che scoppi una guerra anche in Europa mi viene la pelle d’oca e penso che, se succedesse anche qui, non avremmo dove scappare. I politici forse non hanno vissuto come me la guerra sulla propria pelle, per questo non apprezzano la pace e non favoriscono il dialogo».

A parlare è Nisar, afghano, oggi 32 anni, ospite della Città dei Ragazzi dal 2009 al 2014. La sua testimonianza è una di quelle raccolte dalla Fondazione Protettorato San Giuseppe di Roma che, in occasione della Giornata Mondiale della Pace che si celebra il 1° gennaio, ha deciso di dare voce a ragazzi fuggiti dai conflitti armati, arrivati in Italia come minori stranieri non accompagnati e accolti nel tempo in diverse case famiglia della capitale.

Da queste voci nasce un appello corale per la pace, trasmesso a Papa Leone XIV sotto forma di lettera collettiva.

Le mani esperte e accoglienti di chi lavora nelle case famiglia accompagnano i giovani nella crescita e, per quanto possibile, nel superamento dei traumi che la guerra infligge

Elda Melaragno, presidente Fondazione Protettorato San Giuseppe

«Le nostre case famiglia accolgono molti giovani che da questi conflitti sono fuggiti, soli e spesso giovanissimi, lasciando alle spalle la loro terra, i loro affetti e le loro vite», scrive Elda Melaragno, presidente della Fondazione Protettorato San Giuseppe, nella lettera al Papa. E ricorda come «già nel primo dopoguerra offriva asilo e accoglienza a bambini e ragazzi che la guerra aveva allontanato dalle loro famiglie».

Fondazione Protettorato San Giuseppe, foto archivio

Un impegno proseguito negli anni e nei decenni successivi, fino a oggi, quando «le mani esperte e accoglienti di chi lavora nelle case famiglia accompagnano i giovani nella crescita e, per quanto possibile, nel superamento dei traumi che la guerra infligge».

Da qui la scelta di raccogliere e condividere il loro appello:
«Siamo certi che queste testimonianze possano toccare il cuore di chi ha la responsabilità di custodire la pace tra i popoli e possano ispirare un impegno condiviso per costruire un futuro in cui la violenza e la guerra non abbiano più spazio», si legge ancora nella lettera inviata al Pontefice.

Infanzie sotto i carri armati

Un ragazzo ucraino, ospite del Protettorato, racconta con semplicità l’inizio della sua storia: «Ho incontrato la guerra. Si trattava dei bombardamenti che la Russia lanciava contro l’Ucraina. Nella mia città non ci sono stati combattimenti urbani. I primi mesi sono stati molto spaventosi: spesso non andavamo a scuola, suonavano gli allarmi aerei e la gente si nascondeva. Faceva davvero paura».

Non ho visto nel mondo qualcosa che sia peggio della guerra, specie quando si accanisce contro i bambini

Tijian (Sierra Leone)

Tijan, sierraleonese, oggi 36 anni e padre di due bambini, è stato ospite della Città dei Ragazzi dal 2006 al 2008. «Non ho visto nel mondo qualcosa che sia peggio della guerra, specie quando si accanisce contro i bambini, uccidendoli o mutilandoli. Quando io avevo l’età del più piccolo dei miei figli sono rimasto solo al mondo con mia madre, proprio a causa della guerra».

L’arrivo in Italia non è subito salvezza: «Ho vissuto per strada, finché non ho trovato le persone giuste, che mi hanno aiutato ad avere di nuovo fiducia nella vita. Il culmine è stato ritrovare mia madre in Africa, dopo 11 anni da quando l’avevo lasciata in un campo profughi. Da quel momento mi è sembrato veramente di rinascere».

Javid, afghano, oggi 34 anni, racconta una storia che attraversa decenni di conflitti: «Quando sono nato nel mio Paese c’era la guerra contro gli occupanti sovietici. Si viveva sotto bombardamenti e fughe continue per salvarsi la vita». Poi i talebani, la guerra civile, la fuga: «Io sono riuscito a scappare, ma tanti altri connazionali e parenti non hanno potuto farlo e hanno vissuto l’inferno. Le donne sono state le vere vittime sacrificali, costrette a rinunciare a tutto».

La guerra ci porta via la cosa più preziosa: i nostri cari e le nostre case che ci danno rifugio

Qusai Al Ghalban (Gaza)

Qusai Al Ghalban ha 15 anni, è nato a Gaza ed è fuggito in Italia:
«Abbiamo vissuto tre guerre molto ravvicinate, ma questa è stata la più crudele. L’ultima volta un proiettile ci ha colpiti direttamente, me e mia sorella, e siamo sopravvissuti. Il secondo proiettile ha colpito i miei fratelli gemelli. La guerra ci porta via la cosa più preziosa: i nostri cari e le nostre case che ci danno rifugio».

L’appello collettivo per la pace

Il desiderio profondo e condiviso di pace attraversa tutte le testimonianze e diventa un messaggio unitario.

«La pace per me è vita. Si può stare per un po’ senza cibo e sperare di salvarsi, è capitato anche a me. È per questo che mi sento di dire che la pace è il bene più grande. La guerra si accanisce sempre contro i più indifesi», afferma Nisar.

Minore straniero non accompagnato in casa famiglia

«Penso che nel mondo debba esserci la pace, perché così le persone non si uccidono tra di loro. Ci sarà più amore e la gente potrà vivere un po’ meglio», scrive il ragazzo ucraino.

«Vivere in pace equivale per me ad aiutare gli altri. Io sono stato aiutato dalla Città dei Ragazzi e so che pure io ho salvato qualcuno, perché per me la vita è ogni giorno una restituzione», racconta Tijan.

«La guerra è una brutta bestia, che non fa bene a nessuno; la pace è la cosa più bella e preziosa che possa esistere al mondo», conclude Javid.

Tutte le fotografie sono state fornite da Fondazione Protettorato San Giuseppe

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