Quale difesa?

I ragazzi chiedono servizio civile. Ma forse ne faremo soldati

Il ministro della Difesa Crosetto a Parigi ha annunciato un disegno di legge per un nuovo servizio militare, che assicuri «una riserva di 10mila uomini per far fronte alle crisi». Intanto, quest’anno circa 135mila ragazzi hanno chiesto di fare la propria parte attraverso il servizio civile: la metà sono rimasti fuori. Le domande aumentano, ma i posti non bastano. Da una parte il desiderio di impegno sociale per la pace, dall’altra la chiamata alle armi. Ma di cosa c’è davvero bisogno, di ponti o di trincee?

di Chiara Ludovisi

I giovani italiani hanno fame di pace e impegno civile e sociale: ce lo dicono le piazze piene contro le guerre e il riarmo (qui la riflessione di Stefano Laffi su questo), ce lo dice il successo del volontariato (a cui è dedicato l’ultimo numero di VITA), ce lo dice anche il numero crescente di domande per il servizio civile universale (l’ultima infografica pubblicata su Vita.it riporta tutti i numeri di questa richiesta).

Indietro di 20 anni? Un po’ sì, un po’ no

E noi come rispondiamo? Con un aumento della spesa per le armi (qui l’infografica dedicata) e, adesso, con l’annuncio di un possibile ritorno alla leva militare. Quest’ultima notizia è fresca di giornata, ma si prepara da tempo. Ieri però il ministro Crosetto lo ha detto chiaramente: «Serve una riserva di 10mila uomini per le crisi». E allora che si fa? Si torna indietro di 20 anni? Un po’ sì, un po’ no. Proviamo a capire meglio. 

L’obbligo di leva è stato abolito in Italia nel 2025, con la legge n. 22 del 23 agosto 2004, nota come legge Martino. Da allora, addio cartolina, addio tre giorni, addio coscrizione, addio obiettori e riformati: il servizio militare è solo per chi sceglie di farlo.

Un conquista di democrazia per una Repubblica che ripudia la guerra, una conquista di libertà per i ragazzi che entrano nella maggiore età, una grande vittoria per tutto il mondo del pacifismo.

Adesso, questa conquista viene messa in discussione? Non è ancora chiaro cosa abbia in mente il ministro Crosetto, ma è certo ciò che gli sta a cuore: garantire al Paese quella “difesa” che è divenuta, a quanto pare, priorità europea. Non si parla, però – o almeno non sembra per il momento parlarne Crosetto – di ritorno alla leva obbligatoria, anche se quello che prospetta un po’ le assomiglia. Ed è comunque destinato a mutare lo scenario militare nel nostro Paese.

Se la visione che noi abbiamo del futuro è una visione nella quale c’è minore sicurezza, ecco che una riflessione sul numero delle forze armate, sulla riserva che potremmo mettere in campo in caso di situazioni di crisi, va fatta

Guido Crosetto, ministro della Difesa

Al termine dell’incontro con la ministra francese delle forze armate Catherine Vautrin, ieri a Parigi Crosetto ha infatti parlato di un prossimo disegno di legge, che intende presentare al Consiglio dei ministri e al Parlamento. Riguarderà un «nuovo servizio militare, che garantisca la difesa del Paese nei prossimi anni. Se la visione che noi abbiamo del futuro è una visione nella quale c’è minore sicurezza, ecco che una riflessione sul numero delle forze armate, sulla riserva che potremmo mettere in campo in caso di situazioni di crisi, va fatta».

In altre parole, se aumentano le minacce (da parte russa, in particolare), allora deve aumentare anche la difesa e, con questa, il numero di coloro che devono assicurarla: in una parola, i soldati. Che si chiamano “riserve”. Nessun ritorno però al servizio militare obbligatorio: come in Francia e in Germania, anche in Italia si pensa a una leva volontaria

La Leva volontaria, l’esempio arriva dal nord Europa

In apparenza (e forse anche nella realtà) è un ossimoro: come può una leva essere volontaria, soprattutto se si pone l’obiettivo di avere un certo numero di militari disponibili? Crosetto questo obiettivo lo ha indicato chiaramente: serve «una “riserva ausiliaria” di circa 10mila unità». Non un esercito di leva stabile, ma una milizia pronta a intervenire in caso di necessità. 

Si tratta, insomma, di un ibrido tra esercito professionale puro e leva obbligatoria universale, già esistente in alcuni Paesi europei, come Svezia, Danimarca, Norvegia e verso il quale si stanno avviando ora Francia e Germania

Come funziona? In poche parole, la registrazione è obbligatoria, il servizio è volontario. In primo luogo, tutti i giovani di una certa classe di età sono tenuti a dichiarare se siano disponibili a entrare in un percorso di servizio. Il secondo passaggio è la selezione di una parte di questi volontari (sulla base dell’obiettivo numerico definito). Il terzo passaggio è la formazione di quelli selezionati, per un periodo prestabilito (da pochi mesi a un anno). A quel punto, i volontari formati vengono inseriti per un certo numero di anni nelle cosiddette “riserve”, per essere richiamati in caso di crisi. 

Il raggiungimento di “quota 10mila” non è certamente garantito: nei paesi del Nord Europa il sistema funziona, grazie a una serie di incentivi che vanno dalla retribuzione mensile e i contributi pensionistici ai punti per i concorsi pubblici o per alcune carriere, ma anche un forte riconoscimento sociale. Una formula simile sarebbe probabilmente adottata anche in Italia, per aumentare le possibilità di successo di una proposta che, nel nostro Paese, sta già sollevando aspre e diffuse critiche e proteste.

E il servizio civile?

Qualunque sarà il seguito e l’esito della proposta di Crosetto, quel che è certo è che essa non va proprio nella direzione indicata da tanti giovani nel nostro Paese: quella di un diffuso desiderio e bisogno di impegno civile, che andrebbe – quello sì – raccolto, accompagnato, incentivato.

Gli indizi chiari di questo desiderio sono due, principalmente. Il volontariato, innanzitutto: secondo i dati Istat, negli ultimi due anni il numero di adolescenti che hanno deciso di dedicarsi a questo è quasi raddoppiato.

E poi, il servizio civile universale: le domande sono passate, negli ultimi quattro anni, da 128mila a 135mila. Ma i posti sono circa la metà. Per avere un’idea più precisa delle dimensioni di questa forbice, che di fatto si traduce in un “no” detto dal Paese al desiderio d’impegno civile dei giovani, leggete l’infografica “Servizio civile universale, ma non per tutti“. 

Il desiderio espresso dai giovani di “fare la propria parte” oggi rischia di essere convogliato in una direzione completamente diversa: non per la costruzione di ponti, ma di muri e trincee. Non per la pace, ma per la difesa, che è poi un’altro nome della guerra. E che non è, almeno per il momento, quello che oltre 130mila giovani hanno chiesto negli ultimi anni. Nè, forse ciò di cui il nostro Paese ha davvero bisogno.

Credit foto apertura: Stefano Carofei/Sintesi
Foto interna: Daniel Silva/Unsplash  

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