Disagio psichico

«I ricchi non sono pazzi», il legame tra disuguaglianze e sofferenza mentale nel rapporto della Caritas

L'11 febbraio è stato presentato a Roma il rapporto "Povertà e salute mentale. Relazione circolare e diritti negati", realizzato dall'organismo pastorale in collaborazione con la Conferenza permanente per la salute mentale nel mondo Franco Basaglia. Una fotografia della situazione italiana, che va dai dati raccolti nelle diocesi alla lezione di Basaglia, dimostrando come la fragilità economica e i disturbi si alimentino a vicenda

di Veronica Rossi

«Chi non ha non è». È con questo proverbio calabrese che Franco Basaglia spiega a Sergio Zavoli, nel documentario I giardini di Abele, girato nel 1968 a Gorizia per la Rai, la contraddizione profonda della nostra società. Rubando le parole di un internato che interviene nello stesso film, «i ricchi non sono pazzi, mentre i poveri sono pazzi». Oggi, quasi cinquant’anni dopo, le disuguaglianze non sono scomparse. Anzi. Povertà e salute mentale continuano ad avere una relazione circolare e bidirezionale. La fragilità economica aumenta il rischio di disagio psichico attraverso l’esclusione, la precarietà, lo stress, ma allo stesso tempo la sofferenza mentale può compromettere lavoro, reddito e relazioni, facendo scivolare o mantenendo una persona in povertà. Di questo si è parlato ieri, mercoledì 11 febbraio, a Roma, alla presentazione del rapporto Povertà e salute mentale. Relazione circolare e diritti negati (Tau editore), realizzato da Caritas italiana insieme alla Conferenza permanente per la salute mentale nel mondo Franco Basaglia – Copersamm.

Le relatrici e i relatori

A presentare il volume, dopo l’introduzione di don Marco Pagniello, direttore della Caritas italiana, sono state alcune delle autrici dei capitoli del libro, che si sono avvicendate in una tavola rotonda, insieme alle rappresentanti di due Caritas diocesane. Hanno parlato, nello specifico, Giovanna del Giudice, psichiatra che ha collaborato con Basaglia fin dal 1971 e presidente di Copersamm, Federica De Lauso e Vera Pellegrino, del Centro studi e ricerche della Caritas e curatrici del volume, Federica Arenare, ricercatrice nell’ambito delle tecnologie digitali, Cristina Saudi della Caritas di Bergamo e Silvia Bagnarelli della Caritas di Perugia. A chiudere la presentazione, il cardinale Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Conferenza episcopale italiana – Cei, colui che ha sollecitato la produzione della ricerca.

I dati dell’osservatorio di Caritas

L’incontro è partito dai bisogni che ogni Caritas diocesana riscontra nella sua popolazione di riferimento, dalla necessità di ascolto, al disagio psichico, l’esclusione, l’emarginazione, le disuguaglianze. In totale, nel 2024, la rete Caritas in Italia ha incontrato 2777.775 persone, di cui il 4,4% presentava sofferenza psichica, con 7742 persone seguite per disagio psicologico. Tra i disturbi più diffusi, le difficoltà psicologico-relazionali (38,5%), i disturbi depressivi (28,9%) e le patologie psichiatriche (26,8%). La sofferenza mentale spesso coesiste con altri bisogni fondamentali; molte persone restano in condizione di bisogno per anni, entrando in una situazione di cronicità. A cercare aiuto nei servizi della Caritas sono spesso persone disoccupate, senza fissa dimora o in grave precarietà lavorativa, uomini separati working poor, ma anche donne sole e vittime di violenza; ci sono molti migranti e cittadini stranieri – inclusi i minori stranieri non accompagnati –, di frequente con percorsi migratori traumatici, famiglie fragili, come nuclei monogenitoriali, o con figli con disabilità o seguiti dalle neuropsichiatrie.

La situazione italiana

Che la Caritas intercetti tante persone con disagio psichico, non deve stupire: tra il 18,6% e il 28,5% della popolazione sperimenta almeno un disturbo nel corso della vita, con prevalenza più elevata per ansia e depressione. Al tavolo le esperte hanno sottolineato come gli indicatori di benessere psicologico segnalino un peggioramento soprattutto tra gli adolescenti. Anche la pandemia ha giocato un ruolo fondamentale, mettendo in luce fragilità esistenti e aggravando i disturbi già esistenti, in particolare tra i giovani e le donne. A fronte di un aumento delle difficoltà e delle richieste d’aiuto, tuttavia, sono diminuite le persone seguite dai Centri di salute mentale – Csm. È uno sfilacciamento di quella rete territoriale che è l’emblema della rivoluzione basagliana, della deistituzionalizzazione e della lotta all’emarginazione. Nella presa in carico ci sono forte disuguaglianze, aree che rimangono sguarnite, prive di professionisti che possano stare accanto a chi ha un bisognoRitornano in auge modelli più clinici e coercitivi – è l’allarme che ha lanciato Del Giudice –, come testimonia la diminuzione dei Servizi psichiatrici di diagnosi e cura – Spdc in cui non si lega, passati in pochi anni da 25 a 15.

Il ruolo dei social network

Allo stesso tempo, il disagio psichico è anche approdato sui social network, come ha sottolineato Arenare. Instagram è oggi uno dei principali spazi in cui la salute mentale viene raccontata e condivisa, trasformando la sofferenza individuale in esperienza collettiva. Professionisti e creator contribuiscono a rendere ansia e depressione temi più visibili e meno stigmatizzati. Tuttavia, la piattaforma tende a privilegiare i contenuti più semplici e “condivisibili”, lasciando meno spazio ai disturbi più complessi. Nei commenti emerge spesso una lettura sociale del disagio, legata a precarietà e insicurezza economica. Instagram diventa così non solo un luogo di narrazione, ma anche uno specchio delle fragilità del presente. «È interessante notare come pochissimi dei contenuti che abbiamo trovato sulla salute mentale sia condiviso da politici», ha commentato la ricercatrice.

Un approccio diverso è possibile

Se però esistono – com’è vero – delle esperienze positive, significa che un approccio diverso non è impossibile. Ci sono reparti dove non si lega, dove si pratica la vicinanza, l’ascolto, la comprensione. Esistono territori – sempre meno, ma comunque presenti – in cui i professionisti non sono meri dispensatori di farmaci, ma uomini e donne che sanno stare nella sofferenza ed essere punti di riferimento sociali, prima che medici. Ma non è un compito che rimane demandato solo al Sistema sanitario. Come è successo già per la riforma della psichiatria negli anni ‘70, i grandi cambiamenti si fanno insieme. Ed è così che si svela la parola che è diventata filo rosso della tavola rotonda: “Alleanza”. L’ha detto don Pagniello, l’ha ribadito Del Giudice, il cardinale Zuppi e anche Barbara Rosina, presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine degli assistenti sociali, intervenuta dal pubblico. Assieme si diventa più efficaci. Anche nell’advocacy, perché i politici ritornino a mettere disuguaglianze e salute mentale ai primi posti delle loro agende.

Alle disuguaglianze è dedicato il numero di Vita di questo mese, Sempre più ricchi e sempre più poveri?

Foto in apertura da Unsplash

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