Lavoro sociale

I servizi sociali “evolvono”, ma non chiamiamola mercatizzazione

Massimo Ascari, presidente di Legacoopsociali, commenta la ricerca di Euricse che mette in luce la trasformazione del modello cooperativo. «Il riferimento al mercato può assumere ha un’accezione negativa, che non restituisce lo sforzo che le cooperative stanno compiendo per essere fedeli alla propria missione, che è quella di rispondere a un bisogno, peraltro crescente. L'obiettivo è aumentare l’offerta, sganciandosi dall'eccessiva dipendenza dalla Pubblica amministrazione»

di Chiara Ludovisi

Assistenza domiciliare ad una donna anziana

«Le cooperative stanno cambiando, è vero, si stanno trasformando: ma non chiamiamola mercatizzazione, che può richiamare un’accezione negativa. Sarebbe meglio parlare di evoluzione»: così Massimo Ascari, presidente di Legacoopsociali, commenta la ricerca di Euricse pubblicata recentemente, dal titolo La mercatizzazione dei servizi sociali nel welfare locale in Italia, di cui abbiamo parlato qualche giorno fa sulle pagine di VITA.

«Il termine “mercatizzazione”, utilizzato nell’indagine, non restituisce quello sforzo di adeguamento ed evoluzione che le cooperative stanno compiendo, sganciandosi da una forte dipendenza dalla pubblica amministrazione. Nel fare questo, non tradiscono né la propria identità né la propria mission, al contrario: l’obiettivo è, com’è stato fin dalla loro nascita, quello di rispondere a un bisogno, che peraltro è crescente».

Massimo Ascari

Proprio dalla crescita del bisogno sociale, nelle sue diverse declinazioni, nasce la necessità di trasformarsi ed evolvere. «Ma non si tratta tanto di moltiplicare le fonti di finanziamento e le risorse, come riporta l’indagine, quanto di ampliare l’offerta, non pensando solo alle persone già inserite nel sistema, ma a raggiungere chi ancora non è incluso. E questo è perfettamente in linea con la nostra tradizione di risposta dal basso a bisogni che si stanno ampliando e diversificando, in un contesto in cui il sistema pubblico è fermo», continua Ascari.

Le cooperative stanno compiendo lo sforzo di sganciarsi dalla dipendenza dalla Pubblica amministrazione. Nel farlo non tradiscono né la propria identità né la propria mission. Al contrario, l’obiettivo è quello di rispondere a un bisogno, peraltro crescente

Massimo Ascari, presidente Legacoopsociali

Per chiarire meglio, Ascari indica come esempio le cooperative per l’inserimento lavorativo: «Un tempo si occupavano di pochi servizi, come la manutenzione del verde. Oggi gestiscono ristoranti, hotel, hanno saputo attivare partnership con imprese private e una quantità diversificata di attività grazie a cui riescono a inserire persone con caratteristiche altrettanto diversificate, che non si sarebbero potute inserire nelle sole attività tradizionali. Questo va riconosciuto come forte elemento di valore, ma non mi pare che nella ricerca sia stato evidenziato come tale», osserva ancora Ascari.

Lo sforzo che le cooperative stanno compiendo per raggiungere un numero sempre maggiore di persone, in un contesto in cui le fragilità aumentano e si diversificano, secondo Ascari deve essere valorizzato, anche alla luce delle evidenti criticità che si trovano ad affrontare: «Ci sono cooperative di alcune regioni del Sud che per mesi non sono state pagate. Questo è la prova che essere vincolati al pubblico limita le attività, limita l’utenza, limita lo sviluppo imprenditoriale. Di qui la necessità, che da anni condividiamo, di diversificare clienti e committenti, valorizzando la dimensione imprenditoriale, senza venir meno alla nostra natura, che è quella di dare risposte ai bisogni. Le cooperative che stanno facendo investimenti importanti, per esempio quelle che gestiscono Rsa, si espongono, creano lavoro e danno risposte ai cittadini. E questo non è altro che un fatto positivo», afferma Ascari.

Ci sono cooperative di alcune regioni del Sud che per mesi non sono state pagate. Questo è la prova che essere vincolati al pubblico limita le attività, l’utenza, lo sviluppo imprenditoriale. Occorre diversificare clienti e committenti

Non mercatizzazione, ma evoluzione per rispondere ai bisogni

Le cooperative, insomma, evolvono, ma «non si piegano al mercato e non si adeguano a quel modello. Parliamo piuttosto di sviluppo imprenditoriale, che garantisce peraltro l’attenzione adeguata al tema della retribuzione e lo sviluppo professionale dei lavoratori e della carenza delle figure professionali. Le cooperative non possono dipendere dai soli bandi pubblici, per garantire ai loro lavoratori ciò che spetta loro. O per farsi carico di nuove emergenze sociali, come ad esempio le problematiche derivanti dal raddoppio della prevalenza di uso di psicofarmaci e negli adolescenti italiani: li assumeva lo 0,26% dei minori nel 2016 per passare, nel 2024, allo 0,57%, pari a 1 minore ogni 175. Tutto cioò meno di 10 anni», ricorda Ascari citando i recenti dati dell’Aifa.

Nel parlare dell’evoluzione e la trasformazione del modello cooperativo, per Ascari occorre quindi cambiare prospettiva e «porre la questione in termini di attenzione ai bisogni. Noi vogliamo essere una parte di coloro che ai problemi cercano risposta. L’alternativa alla trasformazione è la stasi, la non risposta: questo significa che quel posto all’asilo nido non ci sarà e la famiglia dovrà trovare una soluzione per il proprio bambino. O che per quell’anziano dimesso dall’ospedale non ci sarà il servizio di riabilitazione: toccherà alla famiglia da sola risolvere il problema. Noi vogliamo continuare a provare a farci carico di quelle risposte che oggi sono insufficienti. E proviamo a produrle, quelle risposte: trasformandoci, evolvendo, contaminando, ma non certo diventando mercato».

Garantire l’universalismo è compito dello Stato

La storia, a ben vedere, è simile a quella della sanità pubblica: «Oggi registriamo circa 43 miliardi di spesa sanitaria cosiddetta out of pocket», ricorda Ascari. «Si tratta di famiglie che per curarsi devono pagare la sanità privata, perché in quella pubblica non trovano posto. Dobbiamo riconoscere alla sanità privata un ruolo, anche se certo questa non può rispondere al bisogno di tanti che hanno bisogno di cure ma non hanno soldi per pagarle. Va detto però che l’attività privatistica non ha il compito di garantire l’universalismo», precisa Ascari. «Questa garanzia spetta costituzionalmente allo Stato. Laddove è disattesa, intervengono altri soggetti privati a offrire un contributo, che chiaramente ha un costo, ma rappresenta comunque una risposta. L’alternativa è non fare nulla».

Il problema dei costi quindi esiste, come quello dell’accessibilità dei servizi, in questa evoluzione imprenditoriale delle cooperative. «Ma il nostro settore, in una fase storica come questa, non può stare fermo. Contaminazione e complementarità tra pubblico e privato sono l’unica strada per non lasciare i bisogni senza risposta, almeno fin quando le risorse pubbliche non saranno sufficienti a soddisfare ogni richiesta», conclude Ascari.

Foto Unsplash

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